lunedì 9 novembre 2020

Più sbagliano più incassano. Lo strapotere delle “big four”. I signori dei conti. - Nicola Borzì

 

I revisori contabili sono travolti dagli scandali in cui non hanno visto nulla, ma i ricavi aumentano. Finora solo mini sanzioni e zero controlli. L’Ue vuole una svolta.

Il finanziere Jim Chanos, che per le sue speculazioni al ribasso si è guadagnato il soprannome di “Darth Vader di Wall Street”, la chiama “la regola del tre”: “Se leggi tre volte il bilancio di una società e non riesci ancora a capire come fanno i loro soldi, di solito c’è un motivo”. Eppure anche chi per lavoro legge i bilanci centinaia di volte l’anno talvolta non vede da dove arrivano o dove finiscono i soldi. Negli scandali finanziari, come l’ultimo della tedesca Wirecard, sul banco degli imputati finiscono anche le società di revisione, chiamate per legge a controllare i conti. Nel mondo a fare da padrone in questo settore sono quattro “grandi sorelle”: Deloitte, PriceWaterhouseCoopers (PwC), Ey e Kpmg. Questi network mondiali controllano la stragrande parte del business e nell’ultimo esercizio, tra revisione e consulenza, hanno fatturato 157,58 miliardi di dollari, in crescita del 2,35% su base annua, dando lavoro a oltre un milione e 130mila dipendenti. Anche in Italia nell’ultimo esercizio la sola revisione ha fruttato alle “big four”, che controllano l’88% del mercato, ricavi per un miliardo. A questa attività si affianca – seppure formalmente distinta – la consulenza, con alti rischi di potenziali conflitti di interesse. Che spesso, per assurdo ma non troppo, finiscono per premiare proprio chi sbaglia di più.

Chanos vent’anni fa fu tra i pochi a scommettere sul crollo della Enron, all’epoca un gigante Usa del trading di energia apparentemente solidissimo, e guadagnò una fortuna quando questa il 2 dicembre 2001 implose in un gigantesco scandalo contabile. La Arthur Andersen, una delle “big five” della revisione dell’epoca, era il controllore di Enron e chiuse i battenti. “La Enron ha derubato la banca”, disse il deputato James Greenwood, ma “la Andersen le ha fornito l’auto per scappare e si è messa al volante”. Anche in Italia le società di revisione spesso “non hanno visto” i buchi delle società dalle quali sono pagate per asseverare i rendiconti. L’elenco degli scandali dell’ultimo ventennio è lunghissimo: solo per restare ai principali si comincia con Parmalat e si prosegue con Cirio, Giacomelli, FinPart, Italease, Finmatica, Finmek, Cerruti Finance, Olcese, La Veggia Finance, Mariella Burani Fashion Group, UniLand, Carige, Banca Etruria, Banca Marche, Carife, CariChieti, Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Mps e Bio-On, per finire con la Popolare di Bari. Erano tutte dotate di revisori eppure sono finite in crac. Secondo Federconsumatori il conto dei collassi è costato un centinaio di miliardi a due milioni di risparmiatori.

Ma com’è possibile che così spesso i revisori non vedano le frodi e non avvisino per tempo le autorità? Un indizio arriva dai dati della Consob, che insieme al ministero dell’Economia è il controllore nazionale delle società di revisione. Secondo la Commissione, nel 2019 le società di revisione “hanno dichiarato l’impossibilità a esprimere un giudizio sui bilanci per otto emittenti quotati”: nel 2018 erano stati 7 ma nel 2013 ben 13. Sempre l’anno scorso “non hanno espresso giudizi negativi né con rilievi”, mentre era avvenuto in tre casi nel 2018 e in otto nel 2013. Infine, “i giudizi con richiami di informativa” espressi sui bilanci quando servono spiegazioni più dettagliate nel 2019 sono stati appena sei, ma erano 20 l’anno prima, 52 nel 2013 e addirittura 330 nel 1996. O le società quotate ormai scrivono bilanci perfetti oppure i revisori sono diventati miopi.

La risposta esatta pare la seconda. Tra il settembre 2014 e il febbraio scorso la Consob ha erogato sanzioni alle società di revisione in 9 dei maggiori scandali finanziari recenti per un totale di 2,64 milioni. Deloitte è stata multata per 280mila euro per non aver notate le falle nei bilanci di Carige e Carife. Kpmg ha dovuto sborsare un milione per non aver visto i derivati Santorini e Alexandria di Mps, i buchi dei conti della Popolare di Vicenza e le copie fantasma del Sole 24 Ore. PwC ha pagato 1,36 milioni per non aver intercettato i disastri di Banca Etruria, Banca Marche, Veneto Banca e Microspore. Le società di revisione hanno perso tutti i ricorsi in appello contro le multe, tranne Deloitte che ha ottenuto uno sconto da 300 a 200mila euro per la vicenda Carige. A fronte di danni rilevanti, però, quelli della Consob sono buffetti. Che diventano irrilevanti se si pensa che EY nell’ultimo esercizio noto ha incassato 314,8 milioni per la revisione che sono saliti a 650 con l’attività di consulenza, mentre per la sola revisione Kpmg ha incassato 242,8 milioni, PwC 224 e Deloitte 167,8.

Tra le autorità non si muove solo la Consob. A novembre 2017 l’Antitrust sanzionò per 23 milioni le “big four” svelando che avevano fatto cartello per spartirsi la gara bandita dalla Consip per il supporto alla pubblica amministrazione nelle gestione dei programmi cofinanziati dall’Unione Europea. Il 17 settembre il Consiglio di Stato ha definitivamente confermato le sanzioni (lo leggete a destra). Poi fioccano le cause per danni. L’avvocato Giuseppe Santoni che cura il fallimento di Banca Etruria ha portato in causa a Roma PwC chiedendo danni per 112 milioni. A Montebelluna 149 risparmiatori coinvolti nel crac di Veneto Banca hanno citato i revisori della PwC. Altri 121 ex azionisti della Popolare di Vicenza chiedono il conto a Kpmg.

Situazioni che non avvengono solo in Italia. Negli Stati Uniti, dopo Enron, ci son stati i casi WorldCom, Adelphia e Tyco. In Germania a giugno è esploso lo scandalo Wirecard, il gigante dei pagamenti digitali tedesco finito in bancarotta dopo la scoperta dell’ammanco di 1,9 miliardi di liquidità dai suoi conti bancari. Per anni analisti e stampa avevano segnalato incongruenze, ma non sono stati creduti. La società di revisione EY ha fatto spallucce, nonostante già nel 2016 un whistleblower avesse avvertito i vertici del network di controllo di trucchi contabili e tentativi di truffa. D’altronde per tre anni EY non aveva controllato i depositi bancari di Wirecard. Ma tanta miopia pare un ottimo biglietto da visita: nonostante lo scandalo nel 2021 per la prima volta EY avrà la revisione di 7 delle 30 principali società quotate tedesche.

Serve una riforma. Uno studio sulle ricadute di vigilanza dello scandalo Wirecard, richiesto dalla Commissione economia del Parlamento Europeo e realizzato a ottobre dall’ufficio studi dell’Europarlamento per mano di Beatriz Garcia Osma, Ana Gisbert e Begoña Navallas delle Università Carlo III e autonoma di Madrid, ha messo a nudo i problemi dei sistemi di controllo pubblico della Ue sui revisori basati sul Comitato degli organismi europei di controllo della revisione contabile (Ceaob) e sulla rete delle autorità nazionali. La ricerca scrive che il caso Wirecard suggerisce che il sistema di supervisione europeo delle società di revisione è “frammentato e complesso, ostacolato da un processo decisionale lento e da vincoli di risorse. Le competenze appaiono duplicate o delimitate in modo poco chiaro tra diversi organismi, creando lacune in cui le violazioni dei comportamenti o le frodi possono passare inosservate”. Secondo l’indagine, “c’è poca chiarezza su chi dovrebbe guidare i controlli, sulla condivisione delle informazioni e sul coordinamento della vigilanza tra gli organi competenti”. Pare di leggere Barbaglio d’Argento, il giallo scritto nel 1892 da Arthur Conan Doyle: Sherlock Holmes risolve un caso a partire dallo “strano incidente del cane” che, pur essendo di guardia, non ha abbaiato. Perché conosceva sin troppo bene il colpevole.

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