sabato 9 gennaio 2021

Viareggio, la prescrizione cancella la strage. - Marco Grasso

 

In Cassazione. Ribaltato l’Appello: 11 condanne su 33 imputati, l’omicidio colposo è confermato ma estinto. Nuovo processo per l’ex ad Mauro Moretti. I parenti: “Una vergogna”.

È uno strano destino quello che fa finire questa giornata poco lontano dal luogo in cui è iniziato tutto. Non in un’aula di tribunale, ma nella sede della Croce Verde di Viareggio. A qualche centinaio di metri da via Ponchielli, a ridosso della stazione. Il teatro del disastro ferroviario in cui il 29 giugno 2009 hanno perso la vita 32 persone, investite dalle fiamme mentre stavano dormendo nelle loro case: il deragliamento di un treno merci con 14 carri pieni di gas gpl provoca un’esplosione che travolge tutto. Quando le prime voci frammentarie cominciano ad arrivare da Roma poco dopo le 14 nella sala cala una cappa di silenzio. I messaggi si rincorrono, c’è chi comincia a piangere al telefono. Qualcuno dalle ultime file urla “È una vergogna”. Altri se ne vanno prima di sapere che andrà a finire come sembra: le morti della strage di Viareggio resteranno impunite. Il primo a prendere la parola è Vincenzo Orlandini, marittimo. Il suocero invalido, Mario Pucci, 90 anni, è la vittima più anziana dell’incidente. Non poteva muoversi dal letto. È morto con la badante, Ana Habic: “È un fatto di una gravità assoluta. Ci prenderemo tempo per analizzare la decisione. Ci risiamo: un’altra tragedia italiana insabbiata con la prescrizione”.

Pochi minuti e la notizia diventa ufficiale. La Corte di Cassazione ha annullato tutte le condanne confermate in primo e secondo grado, anche quella all’ex amministratore delegato del gruppo Ferrovie dello Stato Mauro Moretti. I giudici hanno fatto cadere infatti l’aggravante della violazione delle norme sulla sicurezza del lavoro. Questo fa sì che le accuse per omicidio colposo siano tutte prescritte. Rimane il disastro ferroviario. Ma ad alcune figure apicali il processo d’appello va rifatto. Anche se Moretti, paradossalmente, sarà l’unico a essere processato nuovamente per omicidio colposo, avendo rinunciato alla prescrizione. Mentre la caduta dell’aggravante grazia tutte le società coinvolte.

Daniela Rombi, che nella vicenda ha perso la figlia, ha scelto di attendere il verdetto davanti alla sede della Suprema Corte si lascia andare a un pianto disperato, che forse è l’immagine che più di ogni altra racconta questa giornata. A questo punto rompe gli indugi anche Marco Piagentini, 52 anni. Le sue cicatrici e la sua caparbietà sono una testimonianza vivente. Nell’incendio ha perso la moglie Stefania, 40 anni, e due figli, Lorenzo, 2 anni, e Luca, 4. Marco, con il corpo ustionato al 90%, è l’unico sopravvissuto della famiglia insieme al terzo figlio, Leonardo, che oggi ha 19 anni. Gli sguardi perduti che si cercano, finiscono inevitabilmente tutti su di lui: “Non ho risposte per tutto”, allarga le braccia. Anche adesso Piagentini chiede di mantenere la calma e di non buttarsi giù, anche se l’amarezza è tanta: “Sono senza parole – sospira – Oggi un colpo di spugna cancella due sentenze e undici anni e mezzo di lavoro di avvocati, magistrati e periti. È una vicenda orribile. E la conclusione è molto deludente: non siamo riusciti ad avere giustizia. La sensazione è di ritornare al Medioevo, quando la giustizia era fatta da pochi signori”.

Tutto il processo costruito dalla Procura di Lucca ruotava intorno alla carenza di manutenzione. L’origine dell’incidente sta nella rottura di un’assile: un perno fondamentale che teneva insieme le ruote del convoglio che ha ceduto. Era arrugginito, ma per ben due volte, invece di sostituirlo, era stato riverniciato. Non solo. Secondo due diverse sentenze, i treni che trasportavano materiale pericoloso viaggiavano ad alta velocità anche in prossimità di centri densamente popolati come via Ponchielli; i convogli erano sistematicamente messi su rotaia in violazione di norme sulla sicurezza risalenti agli anni ‘30; i macchinisti erano sprovvisti di alert antincendio; le carrozze non avevano carri scudo, cisterne cariche di materiali inerti che in caso di deragliamento dovrebbero proteggere gli altri vagoni.

La sottovalutazione di questi rischi, per i giudici dei due gradi di giudizio precedenti, è figlia delle politiche di risparmio di Ferrovie dello Stato, e di un sistema che ha portato negli anni alla compressione dei costi e alla parcellizzazione della manutenzione in una galassia di società italiane ed estere. Il gruppo, inoltre, non aveva un vero e proprio piano di rischio. Queste le ragioni che avevano portato alle condanne: 7 anni a Moretti, 6 anni agli ex ad di Trenitalia Vincenzo Soprano e Michele Mario Elia. E poi manager e tecnici di altre società coinvolte come Gatx Rail l’officina tedesca Jungenthal.

Le accuse di incendio doloso e lesioni gravissime erano già state prescritte in appello. Adesso tocca all’omicidio colposo, annullato senza rinvio. Per una parte dei 33 imputati la colpa nell’incidente è stata riconosciuta, ma andrà mitigata. Per altri, come Moretti, la Cassazione ha disposto un nuovo processo d’appello, per valutare le responsabilità nel disastro. I suoi difensori hanno sempre sostenuto che non potesse essere responsabile delle società controllate. La sua figura è oggetto di evocazione continua nell’evento organizzato dai familiari delle vittime, che spesso lo chiamano “mister X”. Un murale in via Ponchielli lo ritrae con la divisa da carcerato e lo slogan di Martin Luther King: “I have a dream”. La beffa più grande, dicono, è che la vittoria più sentita dell’associazione è la legge Viareggio, approvata dal ministro Bonafede, che se potesse essere applicata anche a questo caso impedirebbe la prescrizione. Finisce così, con la dignità di donne che ripiegano le magliette con i volti dei figli. Via dagli obiettivi, Piagentini si concede un abbraccio, così fugace da sembrare rubato. Domani la battaglia riparte. Oltre quel 29 giugno, giorno dei Santi Pietro e Paolo, protettori dei ferrovieri. Dettaglio che non conta più, perché per la Cassazione non è stato un incidente sul lavoro.

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