venerdì 25 gennaio 2019

Il popolo sono me- Marco Travaglio

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Se non lo vedessimo sovente in tv o in fotografia, ma ne leggessimo soltanto i pensieri leggermente retrò, il professor Sabino Cassese ce lo immagineremmo con la parrucca bianca e il codino infiocchettato, il volto impomatato e il neo finto sotto il nasino, o meglio ancora con la tuba sul capo, la redingote un po’ lisa a coda di rondine, il panciotto con l’orologio a cipolla incatenato, il monocolo o gli occhialini a pince-nez, le babbucce di velluto cremisi misura 46-47 per tener comoda la gotta. Un perfetto cicisbeo del 7-800, di quelli che rientrarono a corte un po’ anchilosati, col girello e la flebo, dopo il Congresso di Vienna al seguito dei sovrani deposti dalla Rivoluzione e da Napoleone. Invece pare che il nostro sia un contemporaneo, anche se dalle sue recenti uscite non si direbbe: da quando il popolo (per non dire volgo, plebaglia, feccia) ha smesso di votare come dice lui, non passa giorno senza che l’arzillo misirizzi ci renda partecipi della sua diffidenza verso il suffragio universale, spaziando dal Corriere al Sole, dal Foglio a Repubblica, per tacer dei talk. L’estate scorsa fu tarantolato dall’improvvisa urgenza di dimostrare a edicole unificate che non era colpa di Autostrade se a Genova era crollato un ponte gestito da Autostrade su 43 cadaveri. E dunque guai se il governo avesse rinazionalizzato quel bene pubblico regalato alla Sacra Famiglia Benetton. Non gli faceva certo velo il fatto di aver seduto nel Cda di Autostrade dal 2000 al 2005, per 700 mila sudati euro tra gettoni di presenza e consulenze. La sua era una posizione ideale, sentimentale.

Ora, a levargli il sonno, è la riforma Fraccaro del referendum propositivo, che invece gli piaceva tanto quando la varò il governo Renzi col ddl Boschi-Verdini (che però si limitava a prometterla, rinviando tutto a una legge costituzionale tutta da scrivere), poi bocciato dagli italiani per tutt’altri motivi il 4 dicembre 2016. Intervistato da Repubblica, è “positivamente” sorpreso dal fatto che i 5Stelle abbiano “udito” degli “esperti” e il governo “cominci a rispettare la competenza”: si era fatto l’idea che questi aborigeni fossero fermi alla clava, alla pietra focaia e ai segnali di fumo dalle loro palafitte. Invece hanno addirittura accolto vari emendamenti delle opposizioni sul quorum. Ma questo non basta a restituirgli il sonno, perché purtroppo nei referendum, come del resto nelle altre elezioni, non votano solo lui e gli amici del circolo della canasta: vota nientemeno che “il popolo legislatore”. E questo è un bel guaio. Perché accade sempre più spesso che lui gli dica (al popolo legislatore) di votare in un modo e quello voti in tutt’altra maniera. Per sfregio.

In democrazia, di solito, il popolo ha sempre ragione, anche quando dà torto a Cassese. Invece, per Cassese, il popolo ha ragione solo quando dà ragione a lui. “Come assicurare quegli errori madornali che il popolo può fare (vedi la Brexit)?”, si domanda svegliandosi tutto sudato dal solito incubo. Un bel problema, non c’è che dire. Lui gliel’aveva detto, agli inglesi, di votare Remain. E quelli, dispettosi, gli han votato Brexit. Bisogna assolutamente “introdurre qualche limite esplicito (ad esempio di materia o relativo ad alcuni diritti indisponibili) per evitare errori che l’abuso dei referendum ha prodotto in California, per esempio”. Già, perché pure quelle merde dei californiani hanno l’abitudine di non leggere Cassese o, se lo leggono, di fare l’opposto. Dunque: dicesi “errore madornale” o “abuso dei referendum” quando il voto disattende le aspettative di Cassese; e dicesi “diritto indisponibile” qualsiasi cosa stia a cuore a Cassese. Purtroppo il referendum presenta altre controindicazioni: tipo il “carattere necessariamente dicotomico (si risponde solo sì o no)”: ma tu pensa. Ergo bisogna assolutamente prevedere altre caselle sulla scheda: “Boh”, “Ni”, “Forse”, “Magari”, “Casomai”. Ma non è finita: “quale effetto questo avrà sull’ipertrofia legislativa italiana, senza un limite alle leggi popolari?”. Giusto: siccome abbiamo già chi dice 150 mila, chi 300 mila leggi, tutte fatte dal Parlamento, come si può permettere al popolo legislatore di aggiungerne 3 o 4 all’anno? E “come possono promotori e popolo indicare i mezzi per farvi fronte?”. Non sia mai che facciano “come gli emendamenti di bilancio di Rifondazione comunista, che indicava sempre l’introduzione di un’imposta patrimoniale”: si rischierebbe una tassa equa, che prenda ai ricchi anziché ai poveri, Dio ne scampi.

E poi va tutelato il Parlamento “da tempo sotto attacco”: per i decreti e le fiducie a raffica degli ultimi 5-6 governi? No: “si pensi alla questione dei vitalizi”. In effetti applicare ai parlamentari le regole pensionistiche che essi hanno imposto ai non parlamentari è un attacco al Parlamento. E, se il nuovo governo fa le sue nomine senza consultare o nominare Cassese, è “occupazione dello Stato”. E se Di Maio accusa Bankitalia, che sbaglia sempre le previsioni, di sbagliare sempre le previsioni, è “meno democrazia”. E se si blocca un’opera inutile da 15-20 miliardi come il Tav, “ci vuole una partecipazione dei cittadini alle grandi decisioni collettive”. Cioè un bel referendum, che in quel caso – e solo in quello – non sarebbe un “errore madornale” tipo Brexit né un “abuso” tipo California. Ma solo se poi si vota come vuole lui. Se no, è nullo. Per evitare inutili equivoci e risparmiare centinaia di milioni a ogni referendum, basta un emendamento semplice ed efficace di due soli commi. Cassese non osa proporlo per un fatto di eleganza, ma si vede che ci tiene: “1. Hanno diritto al voto tutti i giudici costituzionali emeriti nati ad Atripalda (Av) il 20.10.1935 e nomati Sabino Cassese. 2. Sulla scheda, in luogo delle caselle per il Sì e il No, ne comparirà una sola con la dicitura ‘Come vuole Cassese’”.

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