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martedì 7 luglio 2026

MARCO TRAVAGLIO - Nato per leccare - IFQ - 7 luglio 2026

 

Ha un bel dire Crosetto che “i presidenti passano, il rapporto con gli Usa resta”: nei prossimi due anni e mezzo, salvo sorprese, gli Usa saranno ancora sinonimo di Trump, con cui chi governa dovrà continuare a fare i conti. Possibilmente facendo gl’interessi dell’Italia, anzi iniziando a farli, visto che finora ha fatto quelli degli Usa. Essendo impossibile cambiare Trump, bisognerebbe cercare di capirlo. Checché se ne dica, non è un pazzo, anche se gli piace farlo. È un bullo egomane che capisce solo i rapporti di potere: forte coi deboli e debole coi forti. Finora tutti i leader occidentali, tranne il canadese Carney e lo spagnolo Sànchez, hanno pensato che il miglior modo per affrontarlo sia adularlo e compiacerlo. Lo disse lui stesso all’inizio del secondo mandato: “Ho la fila di leader ansiosi di baciarmi il culo”. Poi li insultò, li derise e li umiliò a uno a uno: Starmer, Merz, Macron, von der Leyen, Rutte, ora la Meloni. Nessuno gli ha fatto sgarbi particolari, anzi gli hanno detto di sì quasi su tutto ciò che davvero gli interessava: dazi, 5% di Pil alla Nato, Gnl americano al quadruplo del metano russo, armi comprate dagli Usa per regalarle a Kiev, niente tassa sulle big tech, zero sanzioni a Israele, pigolii sulle guerre illegali in Venezuela e in Iran. L’unico no a Trump è stato sul piano di pace per l’Ucraina concordato con Putin in Alaska. Ma lì per lui è un win-win, mentre per l’Ue è un lose-lose: gli Usa ingrassano pure sulla guerra, vendendoci le armi e lucrando sull’harakiri dell’economia europea che si svena da sola per una causa strapersa.
Fateci caso: gli unici ad aver detto dei no, Carney e Sànchez, hanno subìto da Trump attacchi e minacce (dazi fantasmagorici, mai applicati), ma – almeno finora – mai disprezzo. Come Mamdani, il giovane sindaco socialista di New York: Trump lo considera un pericolo pubblico (ampiamente ricambiato), ma l’ha ricevuto nella Sala Ovale con rispetto e qualcosa di simile alla simpatia: perché ha molti voti, quindi è forte. E Trump teme solo la forza: perciò rispetta Putin, Xi e – ora che l’ha visto all’opera a sue spese – l’Iran. Gli “alleati” Nato, se volessero spiazzarlo e farsi rispettare al vertice di Ankara, anziché scodinzolargli appresso nel terrore di esser bullizzati un’altra volta, si rialzerebbero in piedi, drizzerebbero la schiena, ritrarrebbero la lingua e gli comunicherebbero quanto segue: “Il 5% di Pil in armi te lo scordi, il gas lo ricompriamo dalla Russia, con Putin ci trattiamo anche noi con la Merkel mediatrice, i patti sulle basi in casa nostra li rinegoziamo nel rispetto del diritto internazionale e partiamo subito con le sanzioni a Israele e la tassa digitale sulle big tech”. Ovviamente non lo faranno e continueranno a subire il suo disprezzo. Peraltro, pienamente meritato.

domenica 5 luglio 2026

«PARLIAMO DI MASHA E ORSO» - Marco Travaglio

 

«PARLIAMO DI MASHA E ORSO»
«Ricordate le armi di distruzione di massa di Saddam? Gli ispettori Onu le cercarono per mesi, ma non le trovarono perché non esistevano.
Eppure Colin Powell ne esibì una provetta (col piscio del suo gatto) e tutti finsero di credergli. Risultato: guerra illegale all’Iraq, 600mila morti.
Ora Tulsi Gabbard, capo uscente della Direzione intelligence Usa (che unisce le 18 agenzie di spionaggio, dalla Cia in giù), ha desecretato i report su 120 laboratori biologici costruiti e tuttora finanziati dal suo Paese in 30 Stati alleati: oltre 40 sono in Ucraina e conservano agenti patogeni letali (in quello di Kharkiv ci sono antrace, Ebola e peste suina).
Mosca lo denunciava da anni, Washington smentiva, la stampa al seguito rideva: “propaganda putiniana”.
Ora che ci sono le prove, ha smesso di ridere, ma anche di scrivere (a parte Newsweek, che ha chiesto lumi allo staff di Biden, senza riceverne neppure un “no comment”).
Sulle false armi di distruzione di Saddam abbiamo fatto una guerra, su quelle vere di Zelensky&C. tutti tacciono.
Così come sulle scorribande di terroristi di Stato ucraini in Europa (Italia inclusa) per far esplodere gasdotti e petroliere, assassinare politici, blogger, dissidenti, oligarchi sgraditi al regime, inscenare operazioni sotto falsa bandiera russa per trascinarci nella terza guerra mondiale.
Se qualcuno parlasse, ce ne sarebbe a iosa per smettere di finanziare e armare Kiev e di vaneggiare del suo ingresso nell’Ue, ma anche per far scattare l’articolo 5 Nato contro questa minaccia permanente alla sicurezza di tutti noi europei.
La Polonia inizia a capire chi rischiamo di metterci in casa, ora che Zelensky – ormai in mano ai fascionazionalisti di casa sua – ha promosso a “eroi”
i collaborazionisti dei nazisti che sterminarono oltre 100mila fra polacchi ed ebrei durante la Seconda guerra mondiale: Varsavia gli ha revocato un’alta onorificenza.
E, dopo l’attentato a Montecarlo della killer ucraina che scorrazza impunita per l’Europa, potrebbe rinsavire pure la Francia. Ma gli altri fischiettano o estraggono armi di distrazione di massa.
In mancanza di droni russi freschi e di nuove cartelle cliniche di Putin, il ministro degli Esteri estone Margus Tsahkna dichiara guerra a Netflix perché trasmette il cartoon russo Masha e Orso, che “fa parte del soft power del Cremlino con messaggi filorussi e militaristi ai bambini, normalizzando l’aggressione all’Ucraina”.
E la Polizia ucraina chiede all’Ue di sanzionare il cartone animato perché, visto il successo, “genera indirettamente entrate economiche per la Russia”.
In attesa del pronto intervento di Von der Leyen e Kallas, c’è un solo modo per salvare milioni di infanti dal diabolico influsso di Masha e Orso: una gita scolastica al biolaboratorio di Kharkiv.»

giovedì 2 luglio 2026

Vladimir Putin

 

“Gli Stati Uniti hanno deliberatamente trascinato la Russia e l’Europa in questo conflitto. Da questo punto di vista, hanno raggiunto i loro obiettivi; hanno piantato un cuneo tra noi e tra noi e l’Europa. Ora stanno scaricando il peso finanziario di questo conflitto sulle spalle degli europei. Oggi, la generazione di politici europei privi di spina dorsale e di volontà, a causa della loro schiacciante dipendenza dagli Stati Uniti nei media, nell’economia e nella politica, non è in grado di opporsi a questo. Se esaminate da vicino qualsiasi grande organizzazione mediatica, scoprirete che il beneficiario finale è spesso un fondo americano. Le agenzie di intelligence degli Stati Uniti dall’altra parte dell’oceano reclutano i loro sostenitori già durante gli anni universitari, li formano e, col tempo, li portano ai vertici della gestione politica dei paesi europei.”

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martedì 30 giugno 2026

USA, LA PIÙ GRANDE SCONFITTA IN 250 ANNI.

 

In questi giorni di caldo estenuato e di distratte chiacchiere estive è forse passato inosservato il crinale storico nel quale ci troviamo e della più umiliante sconfitta di tutta la storia americana.
Il memorandum d’intesa, diventato poi legge, che Washington è stata costretta a firmare prima che gli Usa cominciassero ad esaurire le riserve di petrolio, non potrebbe parlare più chiaro:
gli Stati Uniti dovranno pagare “almeno 300 miliardi di dollari per la ricostruzione e lo sviluppo economico della Repubblica Islamica dell’Iran”,
lo stesso regime che gli Usa hanno demonizzato come la radice del male in Medio Oriente sin dalla crisi degli ostaggi del 1979; dovranno togliere le sanzioni che essi hanno imposto più o meno dallo stesso periodo; l’America “si impegna a rendere pienamente disponibili i fondi e i beni congelati o vincolati della Repubblica Islamica dell’Iran”, una somma stimata tra i 100 e i 120 miliardi di dollari;
dovranno anche tenere a bada Netanyahu perché la guerra in Libano è dentro il pacchetto; dovranno infine ritirare la propria flotta.
Questo dopo aver sperperato 113 miliardi di dollari e ucciso oltre 7.000 persone, tra cui circa 120 scolari uccisi nell’attacco del 28 febbraio 2026 alla scuola elementare di Minab, dopo aver fatto una terribile figuraccia militare tenendo distanti le proprie navi dalle coiste iraniane, perché un drone da 20 mila dollari può mettere fuori combattimento una portaerei da 14 miliardi di dollari come la Gerald R. Ford che poi è stata molto probabilmente colpita, accampando menzogne ridicole e palesi come l’incendio nelle lavanderia e prima ancora l’intasamento delle toilette.
Negli Stati Uniti solo con giorni di ritardo si sta comprendendo l’entità di questa sconfitta e il fatto che essa segnala fine ufficiale dell’impero americano perché la perdita del controllo su Hormuz è nei fatti simile alla perdita di Suez da parte degli inglesi pochi anni dopo la guerra, un evento che segnò l’agonia dell’impero britannico.
O come la perdita dell’Algeria per la Francia che quasi portò a una guerra civile, altro scenario non più impossibile negli Usa.
Non si tratta solo e soltanto di una battaglia persa, ma questa resa si situa al complesso incrocio di molti fattori: la perdita progressiva dell’economia produttiva, l’elefantiasi bellica rivelatasi poco efficiente di fronte a nuove tecnologie di guerra che il sistema militar industriale statunitense fatica ad accogliere, abituato com’è a costosissime realizzazioni con ritorni giganteschi, la carenza di laureati Stem dovuto al declino sempre più evidente del sistema scolastico, il bubbone del debito stellare che è pronto a scoppiare in ogni momento, la perdita di prestigio, la guerra tecnologica con una Cina che pensa in tempi lunghi mentre negli Usa sono i trimestrali che contano.
Insomma è una vera e propria crisi sistemica, allargati all’Ue neoliberista, sempre pronta ad imitare il peggio.
E c’è anche qualcosa di simbolico in tutto questo perché il prossimo 4 luglio verrà festeggiato il 250° anniversario della fondazione del Paese.
Questo elemento simbolico è importante perché la via d’uscita da questa situazione sia tra i neoconservatori che fra i superstiti sostenitori del Maga è dire: tutto questo è successo a causa del fatto che l’America ha combattuto una guerra non sua, spinta dalle lobby sioniste e dalla visione della Grande Israele.
Quindi l’obiettivo primario per molti in Usa è il recupero è il recupero dell’impero Wasp, dopo aver permesso a Israele di prendere il controllo della politica estera americana e di aver condotto gli Stati Uniti alla peggiore sconfitta militare della loro storia.
Ed è significativo che un podcast tenuto da Tucker Carlson abbia ricevuto molti messaggi da parte di membri dell’amministrazione che sostengono la tesi secondo cui “non ci sarà pace se manteniamo questo rapporto con Israele”.
Se il tentativo di Trump di rendere di nuovo grande l’America è naufragato sugli scogli della realtà c’è chi sta lavorando per riappropriarsi dello stendardo caduto nella polvere.
Ma l’impero non avrà una seconda occasione, perché sono le sue caratteristiche strutturali che lo stanno affondando.

mercoledì 17 giugno 2026

Con le mani alzate

 

Oggi la cosa più significativa viene riassunta bene da una foto, quella in apertura del post: si tratta di ucraini che si arrendono a Konstantinovka, una delle tante città trasformate in fortezza dalla Nato e che adesso sta per cadere, praticamente circondata.

Si tratta di un piccolo gruppo che alza le mani, ma la resa riguarda centinaia di uomini, che non vogliono essere e mani alzate, fatti a pezzi dai cannoni russi per la bella faccia degli ufficiali britannici che li comandano. Costoro pensano ancora di poter fermare l’avanzata russa intorno a Zaporozhie, mentre l’Ucraina intera viene privata giorno dopo giorno delle sue infrastrutture e di ciò che rimane delle industrie.

Si avvicina un crollo ed è per questo che i piccoli despoti europei in conto terzi, stanno cominciando a parlare di trattative.
La stessa cosa che del resto accade con l’Iran la cui capacità di resistenza all’aggressione ha superato ogni più stupida previsione dei pianificatori. Tuttavia non siamo affatto vicini alla pace, perché la guerra che si sta combattendo su diversi fronti, non riguarda territori o questioni particolari,
ma è il tentativo occidentale di logorare gli avversari che minacciano la sua supremazia, è qualcosa di diretto a indebolire i sistemi critici, le infrastrutture, le reti di comando, le capacità tecnologiche, le risorse spaziali, la sicurezza biologica e il dominio dell’informazione.

Andrey Bezrukov, professore all’Università di Mosca ed ex ufficiale dei servizi segreti russi (Svr) dice:
” La strategia dell’Occidente in questa guerra è molto semplice: evitare una collisione nucleare con noi, dalla quale uscirebbero sconfitti. Perciò, stanno facendo bollire la rana a fuoco lento”.

Per questo in Russia si va affermando – si pensi solo alle analoghe prese di posizione di Sergei Karaganov – una visione della guerra come un conflitto di lunga durata che potrebbe arrivare anche a 20 o 30 anni con la necessità di un cambiamento delle politiche economiche in maniera da poter reggere sia le esigenze della difesa che dello sviluppo economico: occorrerà interrare o proteggere fortemente le infrastrutture, i data center, i depositi di petrolio, i nodi di comunicazione.
Insomma “la Russia non può aspettarsi un rapido ritorno alle condizioni di pace e deve quindi riorganizzare di conseguenza la società, l’economia e la strategia”.

Del resto l’Iran sta combattendo da oltre 40 anni contro i tentativi egemonici degli Usa e si è dovuto adattare a questa continua aggressione fino a che ha mostrato a tutti il crollo della potenza americana.

Molti hanno l’idea della guerra come qualcosa che si risolve in un breve giro di anni, ma in realtà gli scontri più importanti durano assai più a lungo: quindi dobbiamo prepararci ad essere implicati in una militarizzazione della società o a cacciare chi ci sta mettendo in questa situazione di vuoto radicale nella quale ci aggiriamo quasi increduli, mentre va in scena la sceneggiata del G7 con i suoi baci e le strette di mano, le prese per il sedere, come ad esempio, la canzonetta fatta suonare all’arrivo della Meloni, a Évian-les-Bains.

Altro che Felicità: saremo infelici fino a che tutti questi attori di un declino inarrestabile non avranno le mani alzate.

Il Simplicissimus 

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mercoledì 10 giugno 2026

La “manina” su Zapatero e Sánchez non era fuffa. - Massimo Fini

 

Non avevamo poi tutti i torti quando abbiamo scritto che sentivamo odore di bruciato nello scandalo che ha improvvisamente investito l’ex premier iberico socialista, José Luis Zapatero, e a seguire l’intero governo spagnolo guidato dal socialista Pedro Sánchez.
C’è una ‘manina’ che ha innescato questi scandali e ha dato loro clamore.
La ‘manina’ è targata, vedi caso, United States of America.
Lo ha rivelato il giornalista Enric Juliana, vicedirettore del quotidiano catalano La Vanguardia, un liberale che non può essere certamente accusato di simpatie nei confronti del governo socialista.
Ma andiamo con ordine.
Zapatero è noto soprattutto per aver rifiutato, quando era premier, di mandare i soldati spagnoli a combattere in Iraq unendosi a quella ‘congregazione dei volenterosi’ organizzata dagli Stati Uniti e a cui partecipò anche l’Italia.
Ma Zapatero ha preso anche altri provvedimenti tutti di stampo socialista: la legalizzazione dei matrimoni omosessuali, un programma di regolarizzazione per gli immigrati clandestini e l’introduzione di misure per combattere il cambiamento climatico.
Gli vengono anche rimproverati i rapporti col Venezuela di Nicolas Maduro, che appartiene a quel grande movimento di cui fa parte anche il Brasile di Inácio Lula da Silva che prende il nome di “socialismo bolivariano” da Simón Bolívar che immaginò, a cavallo fra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, una “Grande Colombia” che raccogliesse tutti gli Stati socialisti sudamericani.
Questo per quel che riguarda l’infamato, dagli Usa, Zapatero.
Il governo di Pedro Sánchez ha negato agli Stati Uniti l’uso delle basi che gli Usa hanno in Spagna per l’attacco all’Iran e ha vietato agli Stati Uniti anche il sorvolo sulle stesse.
Ha criticato l’aumento delle spese militari chieste dagli Usa alla Nato (un’organizzazione sotto lo stretto controllo degli americani) nel 2025 (5% del Pil), si è opposto con fermezza a Israele per le stragi che sta compiendo a Gaza e su tutto il territorio palestinese e lavora per un fronte comune europeo,
proponendo di regolamentare le piattaforme tecnologiche Usa. Inoltre l’ambasciatore degli Stati Uniti in Spagna, Benjamin León, ha criticato i legami del governo iberico con la Cina.
Insomma la Spagna è un’anomalia nel panorama, non solo europeo, ma mondiale, basti pensare all’opposizione all’aggressione yankee del Venezuela, che invece Giorgia Meloni giudicò “legittima”, per poi essere presa a schiaffi da Donald Trump, distruggendo così le fantasie della nostra premier di essere un ponte privilegiato tra Europa e Stati Uniti.
Afferma ancora Juliana:
“Ogni volta che il Psoe supera una linea pericolosa viene colpito duramente”.
Particolarmente sgraditi agli americani sono i rapporti che la Spagna, sia sotto Zapatero sia sotto Sánchez, ha sempre avuto con la Cina. Insomma, nel coacervo degli Stati sudamericani, si preferisce l’Argentina di Javier Milei che ha affermato che “il socialismo è un cancro che impoverisce”.
È ovvio che sotto questa pressione anche gli Stati sudamericani di orientamento socialista si sentano minacciati.
Lo testimonia un’intervista molto prudente che Lula ha dato al Corriere della Sera per la firma di Sara Gandolfi (13 ottobre 2025). Eppure il Brasile, a differenza del Venezuela, è anche geograficamente molto lontano dal territorio americano.
Il socialismo è considerato il vero nemico delle democrazie, mentre è vero il contrario. Lo conferma il fatto che buona parte dell’Europa sta virando a destra e sembrano inutili gli sforzi di Gran Bretagna e Francia di sganciarsi dalla tutela dell’‘amico americano’.
A breve sarà la volta di Cuba più volte minacciata da Donald Trump. Cuba è comunista, non socialista, e ciò che distingue il socialismo dal comunismo è che il comunismo mira a una ragionevole uguaglianza sociale, mai raggiunta peraltro. Tutti gli Stati comunisti, dalla Russia alla Cina, sono diventati capitalisti provocando danni gravissimi alle loro popolazioni (per la Cina si legga in proposito il bel saggio di Tiziano Terzani, La porta proibita, 1984).
Il socialismo, a differenza del comunismo, non comprime i diritti civili, li rispetta.
Adesso, come dicevamo, è la volta della Cuba comunista, che si trova in una posizione debolissima perché gli Stati Uniti dal 6 giugno hanno proibito ogni transazione finanziaria con l’isola.
Senza scomodare che cos’era Cuba prima della vittoria della Revolución di Castro e Che Guevara, come abbiamo già fatto in altre occasioni (a Cuba la sanità e l’istruzione sono gratuite).
È necessario ricordare che la Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (Csce) nell’Atto finale di Helsinki del 1975, firmato da quasi tutti gli Stati del mondo, sancisce il diritto all’“autodeterminazione dei popoli”, cioè che ogni popolo può evoluire o anche non evoluire secondo la propria storia, i propri costumi, le proprie tradizioni.
Diritto che le cosiddette democrazie hanno calpestato, prima contro la Serbia ortodossa e socialista nel 1999, poi nel 2001 in Afghanistan, quindi nel 2003 in Iraq, poi nel 2008 in Somalia con un colpo di Stato per interposta Etiopia e infine, nel 2011, con l’apporto decisivo della Francia e dell’Italia di Berlusconi contro la Libia del colonnello Gheddafi.
Devo continuare?

martedì 2 giugno 2026

E se dietro la crisi politica di Pedro Sánchez ci fosse anche qualcosa di più di una semplice tempesta giudiziaria?

 

E se dietro la crisi politica di Pedro Sánchez ci fosse anche qualcosa di più di una semplice tempesta giudiziaria?
Il quotidiano catalano La Vanguardia ha messo in fila diversi punti legati all'assalto giudiziario al Partito Socialista Operaio di Spagna (PSOE) analizzando il ruolo statunitense nell'avvio dell'indagine partita principalmente dalle inchieste contro l'ex primo ministro José Luis Zapatero.
Il vicedirettore de La Vanguardia ricorda che "un servizio di intelligence statunitense ha aperto il caso Zapatero”.
Il Partito Socialista Operaio di Spagna di Sanchez è alle corde dopo aver subito nei giorni scorsi una pesante perquisizione ad opera delle autorità che stanno indagando sui presunti rapporti corruttivi dell’ex premier José Luis Zapatero, a lungo simbolo della sinistra spagnola e internazionale, accusato di traffico d'influenze illecite con Paesi come Cina e Venezuela.
Si tratta dell'ennesima e più vasta serie di scandali che hanno colpito un governo già logorato da diverse inchieste d'ordine interno.
Una "Tangentopoli" alla spagnola che colpisce questa volta i socialisti iberici in una fase in cui il loro premier si trova in una fase di grande esposizione internazionale.
Secondo la Vanguardia l’HSI (Homeland Security Investigations) ha decifrato il telefono di un imprenditore venezuelano sospetto, fornendo informazioni cruciali alla polizia spagnola”.
Nulla di illegale, chiaramente: la cooperazione informativa è uno standard. Ma il punto è il contesto: queste mosse arrivano mentre Madrid prova a costruire una linea autonoma, più aperta alla Cina e meno allineata alle richieste strategiche di Washington.
Sánchez ha detto no all’aumento delle spese militari al 5% del PIL, ha rafforzato i rapporti economici con Pechino, ha assunto posizioni scomode su Israele e Iran e ha spinto per una maggiore autonomia europea.
Una posizione che rompe gli equilibri tradizionali del blocco occidentale. Cosa che a Washington non va giù.
Leggi l'articolo di @Murandrea1 it.insideover.com/politica/spagn



Gli USA adottano l'atteggiamento titpico di chi persegue i propri interessi in modo illecito, sostituendo il potere della legge con la prepotenza e l'intimidazione per ottenere vantaggi personali o di gruppo...

lunedì 4 maggio 2026

L'EUROPA SI STA' PREPARANDO A RICEVERE UN CALCIO NEI DENTI DALLA RUSSIA, MA NE STA RICEVENDO UNO DAGLI STATI UNITI. - Eugenio Cortinovis

 

L'Europa, nel suo fervore russofobo, ha audacemente deciso di combattere la Russia per l'Ucraina, inizialmente con un piano B infallibile: se qualcosa va storto, il conflitto tra Russia e Ucraina può sempre essere trasformato in un conflitto tra Russia e NATO, con gli Stati Uniti nel ruolo di guida, e poi mostreremo il dito medio a quei russi alle spalle della muscolosa schiena americana. Ma, come diceva Mike Tyson, "Tutti hanno un piano di gioco fino a quando non ricevono un pugno in faccia".
L'Europa si stava preparando a riceverlo dalla Russia, ma a quanto pare per ora sta ricevendo un pugno in faccia dagli americani, in particolare da Trump.
Negli ultimi giorni, schiaffi e pugni sono stati più dolorosi che mai.
Innanzitutto, Trump ha escluso completamente l'Europa e Kiev dai colloqui di pace con la Russia. Secondo quanto riportato da Washington, gli inviati speciali di Donald Trump, Witkoff e Kushner, hanno definitivamente annullato il loro viaggio a Kiev. La spiegazione ufficiale: "La visita non farebbe altro che evidenziare l'inutilità della situazione attuale". La spiegazione non ufficiale: non c'è niente da discutere con gli schizofrenici.
In secondo luogo, Trump ha annunciato l'imposizione di un dazio aggiuntivo del 25% sulle auto europee importate. Ufficialmente, la motivazione era la violazione dell'accordo commerciale del 2024. Ufficiosamente, ha affermato: "Avete 90 miliardi di dollari per l'Ucraina, il che significa che siete più ricchi di quanto diciate".
In terzo luogo, Trump ha proposto un bilancio statunitense per il 2027 che esclude completamente gli aiuti militari a Kiev. Perché? Il Wall Street Journal lo spiega: poiché l'Europa è così desiderosa di combattere, "la guerra in Ucraina è ormai definitivamente diventata la guerra dell'Europa".
Tutto ciò contrastava talmente tanto con i piani di Bruxelles e Kiev che, questa volta, si cominciò a sollevare seriamente la questione se Putin avesse comprato Trump. In particolare, il Kyiv Post pubblicò un lungo editoriale, "Donald Trump è un agente russo?", in cui giornalisti intelligenti e lungimiranti del gruppo di Zelensky accusavano direttamente il presidente americano di essere stato reclutato dal KGB durante una visita a Mosca nel 1987.
Ma è arrivato un altro schiaffo in faccia: il Pentagono ha appena annunciato che gli Stati Uniti stanno "valutando la possibilità di ritirare fino a 5.000 soldati americani dalla Germania a causa della riluttanza degli alleati europei ad assumere un ruolo guida nell'alleanza".
Per dare un'idea: attualmente ci sono 35.000 soldati americani di stanza permanente in Germania, quindi il ritiro anche di soli 5.000 rappresenta un duro colpo. Il primo ministro polacco Tusk ha definito la decisione di Trump di iniziare il ritiro delle truppe dalla Germania un "disastro" e ha chiesto di "fare tutto il possibile per invertire la tendenza alla distruzione della NATO".
Inizialmente, dopo l'inizio del secondo mandato di Trump, il tema del ritiro degli Stati Uniti dalla NATO è stato percepito dagli europei semplicemente come "il capo sta facendo una sciocchezza". Ora, tuttavia, è stata trovata una spiegazione del perché il problema si sia solo aggravato, e questa spiegazione è stata trovata.
Il New York Times ha riportato che "la parte americana ha indicato in via confidenziale che questa mossa era intesa a punire la Germania per non aver sostenuto lo sforzo bellico quanto richiesto da Trump, nonché per aver criticato la sua strategia (sull'Iran) ai massimi livelli". In altre parole, Trump si è sentito offeso da Merz e ha deciso di punirlo un po'. In altre parole, i giornalisti credono che tutto sia sotto controllo: si calmerà e perdonerà.
Ma per Merz e altri individui spregevoli d'Europa con radici naziste, abbiamo brutte notizie.
Il punto di svolta è stato superato nel dicembre 2025, quando gli americani hanno approvato una nuova Strategia di Sicurezza Nazionale, che affermava a chiare lettere che "gli Stati Uniti non sono più Atlante", che regge l'ordine mondiale sulle proprie spalle, soprattutto in una situazione in cui "entro pochi decenni, alcuni membri della NATO diventeranno prevalentemente non europei" (a causa della sostituzione della popolazione autoctona con gli immigrati), e questi non saranno più i paesi con cui gli Stati Uniti hanno firmato un trattato di difesa collettiva.
Il 1° aprile di quest'anno, Trump ha confermato in un'intervista al Telegraph di stare "valutando seriamente la possibilità che gli Stati Uniti lascino la NATO", posizione a cui si è unito il precedente principale sostenitore delle posizioni euro-atlantiche nella cerchia ristretta del presidente americano, il Segretario di Stato Rubio, che alla fine si è schierato dalla parte giusta della storia: "Dopo la fine del conflitto in Iran, gli Stati Uniti riconsidereranno la necessità di rimanere membri della NATO".
Tutta questa storia della ragazza zingara e della sua partenza è completamente indipendente dalle lamentele di chiunque.
Per dirla in breve e in modo concreto, in circostanze normali, persino in una classica situazione di stallo virtuale in stile Guerra Fredda, Trump e gli Stati Uniti si troverebbero perfettamente a loro agio all'interno della NATO: tutto è sotto controllo, gli americani sono al comando, tutti si inchinano a loro, gli europei comprano armi americane e persino pagano per le basi americane. Tutto è perfetto, proprio come piace a noi.
Ma in questa situazione, quando degli europei completamente pazzi con il muso da maiale si stanno intromettendo nella questione dei Kalashnikov e si stanno dirigendo verso una guerra nucleare con la Russia, no, mi dispiace.
Trump non è affatto divertito dalla prospettiva che gli europei, in un impeto di idiozia, compiano una mossa improvvisa e sbagliata, e che la Russia reagisca in modo tale da lasciare intatti alcuni capitali europei, dopodiché si porrebbe la questione dell'invocazione dell'articolo 5 della Carta NATO – e il presidente degli Stati Uniti vuole saltare giù al più presto da questo treno sanitario lanciato a tutta velocità verso l'abisso.
Quando, nell'estate del 2025, a bordo dell'Air Force One, i giornalisti chiesero a Trump se avrebbe riaffermato gli obblighi degli Stati Uniti ai sensi dell'articolo 5, egli rispose con una battuta geniale: "Dipende da come si definisce quell'articolo".
Trump si sta vendicando dell'Europa per aver voluto affogarlo insieme a sé stessa, e ha ragione a farlo.

TRUMP NON È L’ANOMALIA MA LA VERSIONE NON CENSURATA. - Alexandro Sabetti

 

Davvero qualcuno è sorpreso? Davvero serviva il ritorno di Donald Trump per accorgersi di cosa siano gli Stati Uniti quando smettono di recitare?
Trump non ha “tradito” la democrazia americana. Ha fatto qualcosa di molto più scomodo: ha eliminato il filtro. Ha tolto il doppiaggio morale. Ha restituito il suono originale.
Perché gli Stati Uniti, come potenza politica, non sono mai stati il set progressista che ci hanno venduto. Sono stati anche — e soprattutto — il paese del Ku Klux Klan, del maccartismo, di Guantanamo Bay, del Plan Condor, delle bombe atomiche sui civili giapponesi, e potremmo continuare a lungo.
E allora perché per decenni abbiamo fatto finta di niente?
Perché nel frattempo funzionava una macchina molto più sofisticata della propaganda: l’industria culturale americana. Non solo Hollywood in senso stretto, ma un ecosistema capace di produrre dissenso addomesticato e venderlo come segno di libertà.
C’erano i liberal impegnati — Jane Fonda, Robert Redford — simboli di un’opposizione morale perfettamente integrata nel sistema che criticavano. C’era la controcultura della West Coast, trasformata in estetica esportabile. C’era la “beat generation” , la nuova Hollywood, e poi il mondo delle start up rampanti nate nei garage, cresciute tra ribellione e consumo, tra Woodstock e Wall Street.
E poi l'effetto "boss": Bruce Springsteen elevato a coscienza critica globale, con intere generazioni europee a identificarsi in una narrazione profondamente americana, come se fosse universale.
A questo si aggiungevano nomi e immaginari che costruivano un’opposizione sempre riconoscibile, mai realmente destabilizzante: Oliver Stone, Michael Moore, fino al circuito dei festival indipendenti e dei media progressisti.
Il risultato? Una ribellione confezionata, perfettamente compatibile con il mercato. Apparentemente antagonista, ma strutturalmente innocua. Un dissenso spettacolarizzato, che non mette mai in discussione il perimetro reale del potere, e proprio per questo diventava il miglior ambasciatore possibile del sistema.
I nostri commentatori — per debolezza politica, culturale, perfino antropologica — hanno tradotto questa dipendenza in “umanitarismo”. Una parola elegante per non dire la più semplice: siamo dentro una sfera di influenza costruita dopo una sconfitta militare. Trump non ha creato nulla, ha solo smesso di fingere.
Dunque, il vero scandalo, non è quello che dice. È il fatto che, senza la colonna sonora giusta, improvvisamente suona tutto familiare. 

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mercoledì 18 marzo 2026

Gli elicotteri Usa sulle Madonie, Minardo: «Le autorità locali non andavano avvisate». - di Giacinto Pipitone 17 Marzo 2026

 

A chiarire cosa è avvenuto è stato il presidente della commissione Difesa del Senato: «Si tratta di attività del tutto ordinarie»

Mentre a Roma e Palermo si moltiplicano interrogazioni parlamentari perché il ministro Crosetto e la Meloni chiariscano i rischi per la Sicilia, da Sigonella è la stessa Us Navy statunitense a spiegare che quelli sulle Madonie sono stati «voli di addestramento di routine effettuati rispetto delle normative italiane».

Diffuse le prime foto, ieri il clima si è immediatamente surriscaldato. Il Pd si è mosso all’Ars con Valentina Chinnici: «È l'ennesimo atto unilaterale che rischia di trascinare la nostra Isola e l'Italia in uno scenario di tensione bellica senza che vi sia stata alcuna informazione o dibattito democratico». E al Senato i Dem hanno rilanciato con Alessandro Alfieri, Enza Rando e Antonio Nicita che hanno chiesto se il ministro della Difesa, la Prefettura e la Regione fossero stati preventivamente avvisati.

A chiedere chiarezza è stata anche la Cgil col segretario regionale Alfio Mannino e quello palermitano Mario Ridulfo. E pure i 5 Stelle col capogruppo all’Ars Antonio De Luca hanno attaccato: «Essere partner della Nato non vuol dire essere succubi degli americani, specialmente in questo periodo».

A chiarire cosa è avvenuto è stato Nino Minardo, presidente della commissione Difesa del Senato: «Si tratta di attività del tutto ordinarie. Gli elicotteri navali sono progettati e addestrati per operare anche su terreni non preparati, effettuando touchdown temporanei su pianori o aree aperte durante le esercitazioni operative. Le immagini diffuse mostrano operatori che scendono rapidamente dal portellone laterale: un quadro pienamente compatibile con normali attività addestrative di inserzione e recupero di team operativi». Ma soprattutto il senatore di Forza Italia rileva che «i voli militari, compresi quelli degli assetti alleati che operano da Sigonella, si svolgono nel pieno rispetto della sovranità nazionale. Avvengono nel quadro degli accordi internazionali e sotto il coordinamento delle autorità italiane competenti per la gestione dello spazio aereo, a partire dall’Aeronautica Militare. Allo stesso modo, queste attività rientrano nelle competenze dello Stato: le amministrazioni locali non sono normalmente destinatarie di comunicazioni preventive». Infine, Minardo invita a riflettere su un fatto: «Se davvero fossimo di fronte alla preparazione di operazioni militari sensibili, difficilmente verrebbero documentate in un post pubblico sui social della stessa U.S. Navy».

Ma l’allarme sul volo degli elicotteri ieri è arrivato anche da ambienti del centrodestra. Per il leghista Vincenzo Figuccia «è inopportuno che i sindaci dei territori interessati non siano stati preventivamente informati. In futuro vi sia un maggiore coinvolgimento delle amministrazioni locali e delle comunità interessate».

https://gds.it/articoli/politica/2026/03/17/gli-elicotteri-usa-sulle-madonie-minardo-le-autorita-locali-non-andavano-avvisate-81d0c2d0-0232-47c7-a4d5-7228f174a137/


Sono profondamente turbata da questa notizia... non dobbiamo permettere che ciò accada! In quanto nostra leader, la Meloni è responsabile della nostra sicurezza e del nostro benessere; se dovesse accadere qualcosa di grave, dovrà risponderne.

cetta.