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mercoledì 13 maggio 2026

"Operazione Dynasty": tangenti, riciclaggio e l'ombra di Zelensky dietro il nuovo scandalo di Kiev. - di Clara Statello per l'AntiDiplomatico

 

Proprio quando il presidente russo Vladimir Putin apre ai colloqui con l’UE e ad un incontro ai massimi livelli con il presidente ucraino Zelensky, un nuovo scandalo scuote palazzo Marijsnky. Lunedì sera la polizia anticorruzione ha consegnato all’ex numero due di Bankova la notifica di indagine per riciclaggio di denaro sporco. Dopo l’arresto di Andriy Ermak, l’intera area dei palazzi governativi di Kiev è stata chiusa e passata a setaccio dagli uomini di NABU e SAP, le due agenzie anticorruzione imposte dopo il Maidan da Bruxelles e Washington, che operano in coordinamento con l’FBI.

Il giorno dopo, l’ex capo dell’ufficio presidenziale è stato portato davanti al VAKS, l’alta corte anticorruzione. La procura ha chiesto il carcere preventivo con cauzione milionaria: 180 milioni di grivne, pari a più di 4 milioni di dollari.

La decisione verrà presa entro venerdì. Il processo avverrà a porte chiuse. L’accusa ha presentato al giudice 16 volumi, ognuno di 250 pagine contro Ermak. Farebbe parte dell’affare Dynasty, una gigantesca “lavatrice” per ripulire il denaro proveniente dalle tangenti sugli appalti Energoatom, assieme a Timur Mindich, Oleksii Chernyshov e forse allo stesso Zelensky.

In tutto – secondo gli inquirenti - 460 milioni di grivne, pari a 10,5 milioni di dollari di denaro pubblico riciclato mediante un progetto immobiliare di stra-lusso. 

Da Mida a Dynasty

Kozyn è un’amena località pluviale a sud di Kiev, tra il Dnepr e il suo affluente Kozynka. Antico shtetl ebraico citato da Babel nei suoi racconti, oggi è un’area verde, con parchi e riserve naturali, dove trovare rifugio dalla capitale. Ospita ristoranti di lusso, un campo da golf e persino un country club. E naturalmente gigantesche ville lungo le rive e le insenature dei due fiumi.

E’ qui che avrebbe dovuto sorgere il complesso Dynasty, 4 mega ville extralusso da mille metri quadri l’una, con piscina, sala benessere, palestra. Segreto il nome dei quattro acquirenti, indicati come: R1, R2, R3, R4.

Questa storia inizia nel 2019, subito dopo l’insediamento del neo-eletto presidente Volodymyr Zelensky a palazzo Marijnsky. A giugno una società immobiliare acquista quattro ettari di terreno dal consiglio del villagio di Kozyn. È la Bloom Development LLC, fondata l’anno precedente da Oleksii Chernyshov. Sappiamo dall’inchiesta Midas che il suo nome in codice è “Che Guevara”. L’altro protagonista, invece, è Karlson, ovvero Timur Mindich, il più stretto socio di Zelensky, nonché co-fondatore di Qvartal 95 e – più recentemente – di Fire Point, la società che produce droni a lunga gittata e i missili Flamingo per Kiev.

All’epoca dell’investimento “Che Guevera” è un semplice uomo d’affari. Ma con Zelensky presidente la sua carriera politica prende il volo. Nell’autunno 2019 diventa governatore dell’Oblast di Kiev (e per questo cede la quota di Bloom Development alla moglie). Poi viene “promosso” a Ministro per lo sviluppo delle comunità e dei territori dal 2020 al 2022, Ceo di Naftogaz dal 2022 al 2024 e infine dal dicembre 2024 a luglio 2025 ricopre l’incarico di vice primo ministro e ministro dell’Unità Nazionale, un ministero creato appositamente per gestire l’emigrazione e i rapporti con gli ucraini all’estero, in un momento di difficoltà di mobilitazione nell’esercito. 

In base ai dati forniti da NABU, il valore del terreno acquistato per la realizzazione del progetto residenziale Dynasty variava all’epoca  da 4.000 a 20.000 dollari USA per 100 metri quadrati.

Il progetto prevedeva, oltre alle 4 mega ville su una superficie di 1000 mq ciascuna, anche la costruzione di ulteriori abitazioni e locali di servizio per ogni residenza. Inoltre, i partecipanti si erano accordati per una quinta villa condivisa che avrebbe incluso un'area benessere, una piscina, una palestra e altri servizi.

Il costo di costruzione di una singola villa si aggirava intorno ai 2 milioni di dollari. Solo il 10% del prezzo sarebbe stato pagato su canali legali. Il restante in contanti, in parte con i soldi ottenuti dalle mazzette sugli appalti Energoatom, al centro dello scandalo Mida.

Per ripulire questi soldi, i partecipanti all’affare (R1, R2, R3, R4) avrebbero addirittura acquistato fatture false. 

Metodi di finanziamento

Secondo gli investigatori, la costruzione è stata finanziata attraverso due canali. Il primo metodo era relativamente "pulito" e con le quote versate su canali tracciabili, il cosiddetto Modulo 1. A tale scopo, era stata creata la Sunny Shore, cooperativa edilizia controllata da uomini della cerchia di “Che Guevera”. Ufficialmente fungeva da committente per il progetto di costruzione.

Per NABU, l'”intento era quello di dare l'impressione che i fondi avessero un'origine legittima”. Il finanziamento "pulito" rappresentava solo circa il 10% dei fondi totali utilizzati per la costruzione delle dimore."

La restante parte delle somme proveniva da attività criminale. Dalle indagini, infatti è emersa una seconda via di finanziamento, il cosiddetto “Modulo 2”.

Parte del denaro utilizzato per la costruzione era  consegnato in contante agli operai che effettivamente eseguivano i lavori, tramite l'assistente personale di "Che Guevara" presso un altro ufficio a Kiev. Un'altra parte del denaro proveniva da una persona appartenente alla cerchia di "Karlson".

È stato inoltre accertato che la costruzione delle dimore della dinastia non si è interrotta con l'inizio della guerra con la Russia. Piuttosto si è intensificata. "Che Guevara" pretendeva che i lavori di costruzione procedessero più velocemente e continuassero su più turni per tutta la giornata, fino a tarda sera. 

Metodi di riciclaggio del denaro.

Poiché la reale portata della costruzione non corrispondeva alle fonti di finanziamento ufficialmente dichiarate, nel 2024 il “gruppo criminale” ha iniziato a cercare modi per riciclare il denaro, acquistando documenti che avrebbero falsamente confermato la provenienza lecita dei fondi.

Il costo di questi servizi ammontava al 15,5-16,5% della somma totale.

Secondo NABU e SAPO, tra il 2021 e il 2025, i futuri proprietari delle ville e altri individui avrebbero riciclato quasi 460 milioni di grivne, pari a 10,5 milioni di dollari attraverso il progetto di costruzione. L'indagine ha accertato che questi fondi sono stati ottenuti attraverso le attività di un'organizzazione criminale capeggiata da "Karlson", in particolare tramite la gestione di un "sistema di riciclaggio" che accumulava e riciclava fondi provenienti da diverse fonti, inclusi schemi di corruzione presso Energoatom.

Il progetto è stato sospeso nel luglio 2025. Dopo l’arresto di “Che Guevara”, “Karlson” ordinò al suo rappresentante edile di interrompere e accantonare temporaneamente i lavori fino a “tempi migliori”. Che non sono mai arrivati. Le proprietà, infatti sono stati confiscate, dopo l’avvio dell’operazione Mida, che ha costretto Mindich a fuggire nottetempo in Israele e Ermak alle dimissioni dal suo incarico a Bankova, come numero due di Zelensky.  

Già allora si parlava di un suo coinvolgimento in un affare edilizio a Kozyn collegato agli appalti energetici. Ma il caso è esploso soltanto adesso, dopo la pubblicazione dei nuovi “nastri Mindich”, con le conversazioni dei protagonisti della storia. Conversazioni, occorre sottolinearlo, per lo più in lingua russa

Il coinvolgimento di Zelensky

Gli investigatori, grazie alle intercettazioni sono riusciti a risalire ai nomi degli acquirenti. R3 e R4 erano gli stessi Mindich e Chernyshov. Ermak era contrassegnato come R2. Dalle conversazioni emerge inoltre che, mentre Biden metteva in guardia Kiev da un imminente attacco russo, pochi giorni prima del 24 febbraio 2022, l’ex capo dell’ufficio presidenziale parlava con il suo architetto per definire il design della villa.

Su R1 resta il punto interrogativo. In base a quanto emerge dalle conversazioni, si tratterebbe del capo. Secondo la rivista ucraina Strana, si tratterebbe proprio di Volodymir Zelensky. Inoltre il nome “Vova” diminutivo di “Volodymy” viene fuori in una conversazione tra Mindich e una donna, proprio nell’appartamento al numero 9a di via Hrushevskoho a Kiev.

Ad ogni modo, anche se Zelensky fosse coinvolto, in qualità di presidente della Repubblica godrebbe dell’immunità, dunque non potrebbe essere indagato. Oggi in conferenza stampa Nabu e SAP non hanno né smentito né confermato l’esistenza di indagini su di lui.

Sarebbe dunque da escludere un’operazione di lawfare, come quelle viste in Brasile contro Lula o in Cile contro Daniel Jadue. In caso di indagine, Zelensky si troverebbe piuttosto in una situazione simile a quella di Netanyahu, ovvero incentivato a proseguire la guerra il più a lungo possibile, per non dover revocare la legge marziale e indire nuove elezioni. Tuttavia, non è escluso che, data la nuova fase in cui sta entrando la guerra, con i partner europei che valutano un dialogo con Mosca e i piani di Washington, dietro l’indagine possa esserci un braccio di ferro tra Bruxelles e Kiev.

L’obiettivo però non sarebbe quello di un cambio a palazzo Marijnsky ma di una ridefinizione degli equilibri di potere, soprattutto in vista della gestione dei miliardi che arriveranno a Kiev dall’Europa, come sostegno alla guerra.

Andrii Yermak, l’uomo che con Zelensky aveva condiviso il bunker durante l’offensiva russa su Kiev, invece è accusato di riciclaggio di denaro proveniente da attività criminali, ai sensi dell'articolo 209.3 del codice penale ucraino. E rischia dagli 8 ai 12 anni di carcere.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-operazione_dynasty_tangenti_riciclaggio_e_lombra_di_zelensky_dietro_il_nuovo_scandalo_di_kiev/45289_66846/

domenica 6 febbraio 2022

Matteo Renzi, l’antiriciclaggio segnala alla procura di Firenze oltre un milione e 100 mila euro incassati da società dell’Arabia Saudita.

 

A fare i conti, come accade sempre in questi casi, è l'Unità antiriciclaggio di Bankitalia che ha fatto partire una segnalazione di operazione sospetta. Fino a questo momento la cifra che si riteneva fosse stata incassata era di circa 80mila euro. Il leader di Italia Viva: "Consulenze per sostenere la nascita di una città Green".

Dell’attività di conferenziere dell’ex premier Matteo Renzi e dei relativi e legittimi guadagni, tutti fatturati, se ne discute da mesi. Il leader di Italia Viva è stato retribuito per i suoi speech e interventi con poco meno di 2,6 milioni di euro come ampiamente documentato dal FattoQuotidiano. I soldi incassati per i discorsi tenuti per l’amico Mohammad bin Salman e per le consulenze svolte in Arabia Saudita l’ex segretario del Pd ammonterebbero a un milione e 100 mila euro. Denaro – come riportano il Corriere della Sera e La Stampa – versato da alcune società arabe attraverso diversi accrediti. A fare i conti, come accade sempre in questi casi, è l’Unità antiriciclaggio di Bankitalia che ha fatto partire una segnalazione di operazione sospetta. Fino a questo momento la cifra che si riteneva fosse stata incassata era di circa 80mila euro.

I detective dell’antiriciclaggio hanno accertato che oltre mezzo milione di euro è stato pagato infatti per il suo lavoro per la creazione di una città green in Arabia. Il principe – considerato dalla Cia il mandante dell’omicidio Khassoggi – tra i vari progetti rinascimentali ha anche quelli che riguardano futuristiche città senza macchine, auto ed emissioni. La segnalazione è stata inviata agli inquirenti di Firenze che già indagava sul ruolo del senatore riguardo a soldi percepiti per conferenze tenute ad Abu Dhabi. Per questo capitolo di indagine è stata chiesta una archiviazione lo scorso dicembrePer la procura è infondata l’ipotesi di false fatturazioni in ragione del fatto che è stata svolta un’attività vera e propria. Ora c’è un nuovo filone da esplorare: “Sul rapporto di conto corrente intestato a Matteo Renzi, aperto in data 5 novembre 2021, si rileva la seguente operatività: in data 13 dicembre 2021, un bonifico in accredito di un milione e 100 mila euro dal cliente stesso con causale “girofondi”. Il signor Matteo Renzi, censito in anagrafe come politico con un reddito annuo netto superiore a 75mila euro, ricopre la carica di senatore. Relativamente a quanto rilevato, il cliente – scrive nella segnalazione il personale dell’Uif – ha dichiarato al nostro consulente finanziario di riferimento che l’origine dei fondi sarebbe riferibile a delle prestazioni fornite, in qualità di consulente, all’Arabia Saudita, finalizzate a sostenere la nascita di una città Green, a scopo turistico, negli Emirati Arabi”. Le società che hanno eseguito i bonifici, come riporta ancora il Corriere, sono tre. “Dal documento si evincono bonifici ripetitivi in accredito di 8.333 dalla Mataio International Public, un bonifico di 570 mila euro dalla Royal Commission For Alula e un bonifico di 66.090 da Founder Future Inv Initiative Est. Si allegano le tre fatture emesse dal cliente a favore degli ordinanti dei bonifici”.

Quando era esplosa la polemica sui viaggi e sulle conferenza Renzi aveva parlato di “rapporti regolari“, di pagamenti a fronte di attività regolarmente fatturata (come del resto accertato già a Firenze), respingendo al mittente le critiche di chi vedesse in questa sua attività un conflitto rispetto alla carica di parlamentare. “Non c’è alcun conflitto d’interesse. L’unico interesse in conflitto è di qualcuno che vorrebbe io smettessi di parlare dell’Italia. L’attività parlamentare è compatibile con quella di uno che va a fare iniziative all’estero, su questi temi è tutto perfettamente in regola e legittimo. Nell’aprile dello scorso anno Renzi aveva confermato di aver firmato un intervento “per promuovere gli interventi di rilancio dell’antica città araba di Alula, patrimonio Unesco” e di essere entrato “nel board della Commissione reale per Alula, presieduta direttamente dal principe Bin Salman”.

(6.2.2022)

https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/02/06/matteo-renzi-lantiriciclaggio-segnala-alla-procura-di-firenze-oltre-un-milione-e-100-mila-euro-incassati-da-tre-societa-dellarabia-saudita/6483625/?utm_content=fattoquotidiano&utm_medium=social&utm_campaign=Echobox2021&utm_source=Facebook&fbclid=IwAR183U1HwebJKFjo6VRrkXvcrFamMvt6XM-Ga3s8aTOVnOVW6Q6GTcUZYlo#Echobox=1644139089

martedì 25 gennaio 2022

Bonus casa, c’è il mercato nero: alt alle società che riciclano i crediti. - Ivan Cimmarusti


Proliferano su web e social le attività che promettono monetizzazioni veloci e spesso sono utilizzate per riciclare il denaro sporco. In criptovalute.

Ripetuti contratti di cessione dei crediti d’imposta tra gli stessi soggetti, comprati a prezzo pieno ma rivenduti a valori più bassi. Fondi poi trasferiti all’estero o finiti nell’acquisto di criptovalute. Nei dossier dell’Antiriciclaggio è registrato il meccanismo attraverso cui le mafie sfruttano i bonus varati dal Governo, allo scopo di riciclare i proventi miliardari dei traffici di droga. Un dossier finito all’attenzione della presidenza del Consiglio, che nel decreto legge di venerdì recante misure urgenti in materia di sostegno alle imprese ha disposto il divieto di plurime cessioni dei crediti.


Monetizzazioni veloci sul web.

La circostanza è al centro degli accertamenti della Guardia di finanza, dopo che le attività investigative degli ultimi mesi hanno confermato i rischi di frode e riciclaggio segnalati con le comunicazioni del 10 novembre 2020 e dell’11 febbraio 2021 dell’Uif, l’ente antiriciclaggio di Bankitalia diretto da Claudio Clemente.

L’alert è scattato con il moltiplicarsi di società di nuova costituzione che, attraverso siti web e banner sui social network, pubblicizzano «monetizzazioni veloci dei crediti d’imposta per bonus edili».

Abbiamo provato ad analizzare nelle banche dati alcune di queste società, scoprendo che in molti casi, oltre ad essere state aperte in tempi recenti, presentano capitali sociali per pochissime migliaia di euro. In alcuni casi più società, in apparenza slegate tra loro, risultano controllate da unici soggetti giuridici.

Un business concepito per aiutare le attività edilizie attraverso la circolarità dei crediti fa gola, insomma, anche a queste infiltrazioni criminali.

Lo schema: le fatture false.

A monte dello schema di riciclaggio c’è un giro di fatture false per infarcire le casse di queste società finanziarie neo-costituite con soldi sporchi. Miliardi di euro messi sulla piazza con un obiettivo: fare man bassa di crediti d’imposta, anche a prezzi vantaggiosi. Il risultato è un «sistema» di lavaggio prolungato dei capitali d’origine mafiosa che poi, attraverso ulteriori fatture false, ritornano immacolati nelle mani delle cosche, soprattutto di 'ndrangheta e camorra.

Cessioni a «catena».

Il rischio che le organizzazioni mafiose sfruttino il meccanismo di acquisto-cessione dei crediti d’imposta connessi ai bonus ordinari e al superbonus è concreto ed emerge dalle circolari che il III Reparto operazioni delle Fiamme gialle, al comando del generale Giuseppe Arbore, ha diramato alle articolazioni territoriali del Corpo. Nelle circolari si precisa che «il rischio di condotte illecite è confermato dalle attività investigative e di analisi, che hanno fatto emergere cessioni “a catena” di crediti d’imposta che coinvolgono imprese con la medesima sede e con gli stessi legali rappresentanti, costituite in un breve arco temporale o che hanno ripreso a operare dopo un periodo di inattività».

I dossier di analisi dell’Antiriciclaggio indicano diverse anomalie: «rapporti alimentati in via esclusiva o prevalente dal corrispettivo di contratti di cessione di crediti fiscali» e «stipula di ripetuti contratti di cessione di crediti fiscali o di rami d’azienda costituiti in via pressoché esclusiva da detti crediti, spesso nella medesima giornata e con la ricorrenza dei medesimi soggetti».

Ma i rapporti di analisi vanno anche oltre: risultano «anomalie concernenti il coinvolgimento di professionisti, le condizioni economiche pattuite per la cessione del credito fiscale (prezzo notevolmente inferiore al valore nominale del credito, modalità di riscossione del prezzo particolarmente vantaggiose per il cessionario) o l’impiego del corrispettivo da essa derivante (bonifici verso l’estero, trasferimenti in favore di soggetti collegati, operazioni inerenti all’acquisto di valute virtuali)».

La misura del Governo.

Con decreto legge, il Governo è intervenuto per bloccare frodi e forme di riciclaggio, attraverso la modifica dell’articolo 121 del decreto Rilancio sulle plurime cessioni dei crediti d’imposta. In particolare, è ora possibile cedere il credito solo una volta, così da raggiungere un duplice obbiettivo: da una parte, evitare che più cessioni dei crediti vadano a mascherare le operazioni di false fatturazioni per lavori edili mai compiuti; dall’altra, arginare il rischio che finanziarie connesse ad ambienti mafiosi possano acquistare i crediti con soldi sporchi e poi rivenderli ulteriormente per riciclare i capitali illeciti.

https://24plus.ilsole24ore.com/art/alt-cessioni-seriali-mirino-societa-che-riciclano-crediti-AE6rxD9?s=hpl

mercoledì 6 ottobre 2021

Lobby nera: indagati Fidanza e Jonghi Lavarini.


Inchiesta a Milano su finanziamento illecito e riciclaggio.


L'europarlamentare di Fdi Carlo Fidanza e Roberto Jonghi Lavarini, anche detto il 'barone nero', sono indagati per le ipotesi di finanziamento illecito e riciclaggio nell'indagine milanese scaturita dall'inchiesta giornalistica di Fanpage sulla campagna elettorale di Fratelli d'Italia. Oggi la Gdf ha anche effettuato delle perquisizioni.

In particolare, Fidanza e Jonghi Lavarini, che fu candidato per Fdi alla Camera nel 2018, sono indagati per le due ipotesi di reato contestate nell'inchiesta - coordinata dall'aggiunto Maurizio Romanelli e dai pm Piero Basilone e Giovanni Polizzi - sulla base, a quanto si è saputo, di frasi che sono state da loro pronunciate nel primo video dell'inchiesta di Fanpage.

I pm ieri hanno acquisito il filmato integrale con le registrazioni (oltre 100 ore) dei dialoghi tra un cronista 'infiltrato', Jonghi Lavarini (condannato a due anni per apologia del fascismo), Fidanza (europarlamentare Fdi che intanto si è dimesso da tutti gli incarichi di partito) e la neoconsigliera del Comune di Milano, e all'epoca candidata di Fdi, l'avvocato Chiara Valcepina (che non risulta allo stato indagata). Dialoghi da cui è venuto a galla un presunto sistema di "lavanderia", di cui parla proprio Jonghi Lavarini, per pulire soldi versati in nero destinati alla campagna elettorale e usati anche per altre elezioni.

E' stato il 'barone nero', come emerge dal filmato di Fanpage, a presentare Carlo Fidanza al giornalista e l'eurodeputato gli avrebbe spiegato, come risulta dal video, che poteva contribuire alla campagna elettorale versando sul conto corrente o "se è più comodo fare del black", del 'nero', tanto, come ha detto Jonghi Lavarini, ci sono una "serie di lavatrici" per il finanziamento.

Frasi che hanno portato, appunto, all'iscrizione dei due nel registro degli indagati e oggi ad una perquisizione del Nucleo di polizia economico-finanziaria della Gdf di Milano nella casa di Jonghi Lavarini. Un attività finalizzata a cercare eventuali riscontri, tra documenti e dispositivi informatici, sui presunti finanziamenti 'opachi' e sul riciclaggio di denaro di cui si parla nelle registrazioni di Fanpage.

"Ho appreso dagli organi di stampa di essere stato iscritto sul registro degli indagati a seguito dell'inchiesta di Fanpage" ha commentato Fidanza. "Al momento non ho ricevuto alcuna comunicazione ufficiale. Sono sereno e ovviamente a disposizione della Procura per chiarire quanto prima ogni aspetto di questa vicenda". 

ANSA

sabato 2 ottobre 2021

Fdi, Procura di Milano indaga per finanziamento illecito e riciclaggio. Meloni dopo l’inchiesta di Fanpage sulla ‘lobby nera’: “Pronta a decisioni necessarie”, ma vuole l’intero girato. Fidanza si autosospende.

 

Un giornalista infiltrato si è finto imprenditore e ha parlato con l’eurodeputato Carlo Fidanza, uno dei principali dirigenti del partito: emergono presunti finanziamenti in nero della campagna elettorale e le pressioni dei gruppi di estrema destra. I pm valuteranno anche altri reati, riguardo alle frasi su Hitler e la "rete di ex militari". La leader di Fratelli d'Italia prova a difendere il partito, Salvini non commenta. Il segretario del Pd Letta attacca: "Una cosa orribile, non basta l'autosospensione". M5s: "Degenerazione della politica, Meloni pretenda le dimissioni". Invece la candidata Valcepina diffida Fanpage e La7.

“Sono pronta a prendere tutte le decisioni necessarie quando ravviso delle responsabilità reali, ma per avere contezza di queste chiedo di avere l’intero girato di 100 ore. Poi farò sapere cosa ne penso”. Giorgia Meloni prende tempo: non può difendere direttamente l’eurodeputato Carlo Fidanza, al centro dell’inchiesta di Fanpage sulla campagna elettorale di Fratelli d’Italia a Milano, tra presunti finanziamenti in nero e le pressioni dei gruppi di estrema destra. Ma al tempo stesso la leader di Fratelli d’Italia prova a difendere il partito e a non affossare uno dei suoi dirigenti più influenti. Difesa d’ufficio e conseguenti prese di distanza: “Non c’è alcun spazio per atteggiamenti ambigui sull’antisemitismo e sul razzismo, per il paranazismo da operetta o per rapporti con ambienti dai quali siamo distanti anni luce, né per atteggiamenti opachi sul piano dell’onestà“, dice la Meloni. Le immagini di Fanpage, tuttavia, raccontano una storia diversa. Molto diversa. E la Procura di Milano ha aperto un’inchiesta con le ipotesi di finanziamento illecito ai partiti e riciclaggio proprio per far luce sulla vicenda. Nel frattempo Fidanza si è autosospeso dal partito – mentre la candidata Chiara Valcepina ha diffidato Fanpage e La7 – ma per i rivali politici non basta. Il segretario del Pd Enrico Letta chiede le dimissioni per una vicenda “orribile”, anche per il Movimento 5 stelle sarebbero un atto di “dignità” di fronte a “una vecchia degenerazione della politica”.

FIDANZA SI AUTOSOSPENDE – Carlo Fidanza, all’interno di Fratelli d’Italia, è uno dei dirigenti più importanti. In mattinata, mentre la leader Meloni parla a margine di una iniziativa elettorale a sostegno del candidato Michetti a Roma, lo stesso Fidanza firma una nota stampa che rappresenta la prima, vera conseguenza dell’inchiesta giornalistica che lo vede protagonista in negativo: si autosospende, ma al tempo stesso nega ogni accusa, prendendo le distanze dalle immagini che di fatto lo inchiodano. Le parole di Fidanza sono di circostanza: “Voglio ribadire ai miei amici, ai miei elettori e a quelli di tutto il mio partito che non ho mai ricevuto finanziamenti irregolari”. E ancora: “Non c’è e non c’è mai stato in me alcun atteggiamento estremista, razzista o antisemita. Semmai, nelle immagini pubblicate, ironicamente contestavo proprio le inaccettabili affermazioni a suo dire goliardiche di Roberto Jonghi Lavarini, che non hanno né possono avere alcuna cittadinanza in Fratelli d’Italia, partito in cui peraltro lo stesso non è iscritto né ricopre alcun ruolo”. Lo stesso ‘Barone Nero’, così è soprannominato Jonghi Lavarini, parla poi di “tanto rumore per nulla, tanto fumo e niente arrosto. Solo battute, millanterie e goliardate da bar”.

Fidanza poi entra nel merito del video: “Ho avuto più volte occasione – precisa – di polemizzare con Paolo Berizzi per alcune sue campagne di stampa (da qui l’ironia mostrata nel video), ma naturalmente giudico inaccettabile che un giornalista debba vivere sotto scorta per le minacce ricevute e per questo, pur nella irrinunciabile diversità di opinioni politiche, gli esprimo la mia solidarietà sincera”. E ancora: “In ogni caso – conclude – nell’associarmi alla richiesta del mio partito di ottenere i filmati integrali che mi riguardano senza tagli o manomissioni in modo che gli stessi possano essere visionati dai competenti organi di FdI, su richiesta di Giorgia Meloni, ritengo opportuno autosospendermi da ogni ruolo e attività di partito al fine di preservare Fratelli d’Italia da attacchi strumentali”. Nelle parti del servizio “che purtroppo non sono state mandate in onda, in più occasioni ho ribadito al ‘giornalista infiltrato’ che asseriva di voler contribuire alla campagna elettorale di una candidata – aggiunge – la necessità di farlo secondo le modalità previste dalla normativa vigente. Il fatto che questi ulteriori colloqui non siano stati trasmessi la dice lunga sulla serietà di questa inchiesta e contribuisce a dare di me e della mia attività politica un’immagine totalmente distorta. A tutela della mia reputazione – conclude – mi riservo di adire la giustizia civile e penale”.

VALCEPINA DIFFIDA FANPAGE – Diametralmente opposta la reazione di Chiara Valcepina, altra protagonista negativa dell’inchiesta nonché candidata di Fratelli d’Italia al Consiglio comunale di Milano: “Tramite il mio legale ho già proceduto a diffidare Fanpage e La7 S.p.A. dal diffondere il servizio così realizzato in maniera evidentemente strumentale“. E ancora: “Se ai signori Formigli, Cancellato, Biondi e Piscitelli appartiene l’onestà intellettuale, abbiano la correttezza – aggiunge Valcepina – di rilasciare con la stessa eco mediatica l’intero contenuto delle ore registrate, senza eliminarne le parti da cui emergerebbe la rappresentazione veritiera e completa della vicenda”. La candidata poi si rivolge ai suoi sostenitori: “Ai miei amici e conoscenti ribadisco in modo fermo e fiero che la mia campagna elettorale non è stata in alcun modo finanziata da fondi irregolari. Ci tengo a precisare che ogni spesa è tracciata e legittima, essendo avvenuta come da disposizioni di legge – dice, ripercorrendo quanto sostenuto anche da Fidanza – Quello di ieri sera è un attacco vergognoso che arriva a poche ore dalle elezioni amministrative che mi hanno vista fieramente in prima linea per promuovere un’alternativa di governo a Milano. Ne sono vittima e userò ogni strumento legale per rendermi giustizia“.

SI MUOVE LA PROCURA – Intanto sul tavolo del procuratore aggiunto di Milano, Maurizio Romanelli, è arrivato l’esposto presentato da Europa Verde per far luce sulla vicenda. “Il sistema delle lavatrici di cui ha parlato il Barone Nero” ovvero Roberto Jonghi Lavarini, “potrebbe aver consentito anche il riciclaggio di denaro sporco di dubbia provenienza, e questo è un fatto che va immediatamente accertato”, hanno dichiarato in una nota i co-portavoce Angelo Bonelli ed Eleonora Evi. In seguito all’esposto, la procura ha aperto un fascicolo affidato ai pm Giovanni Polizzi e Piero Basilone. Nel pomeriggio la Guardia di finanza è stata convocata per fare un primo punto sull’inchiesta. “Il video ha vari profili, valuteremo tutto”, spiega una fonte citata dall’Andkronos. Saranno prese in considerazione anche la frasi in cui Roberto Jonghi Lavarini parla di “un gruppo trasversale, diciamo esoterico, dove ci sono diversi massoni“, “di ammiratori di Hitler” e “un nostro informale servizio di informazioni e sicurezza, abbiamo una rete di ex militari“. Per questo il pm Polizzi, che si occuperà in particolare degli aspetti legati al presunto finanziamento illecito ai partiti e al riciclaggio, sarà affiancato dal collega Basilone, esperto in materia di terrorismo interno e di eversione di destra e di sinistra. A lui toccherà valutare eventuali profili come l’apologia del fascismo e altri reati come quelli che riguardano l’odio razziale.

GIORGIA MELONI PRENDE TEMPO – È nervosa Giorgia Meloni, nella selva di microfoni prova a dettare una linea: prendere tempo, chiedere il girato integrale, porre interrogativi (“il montato lo avete fatto voi” dice a un giornalista di Fanpage), adombrare sospetti: “Sono una persona molto rigida su diverse materie – dice – però non giudico e valuto un dirigente che conosco da più di 20 anni – e sono rimasta colpita nel vederlo raccontare così – sulla base di un video curiosamente mandato in onda a due giorni dal voto”. Poi aggiunge: “Posso dire che sono estremamente chiara con tutti i dirigenti di Fratelli d’Italia sull’onestà e sui rapporti che non si devono avere con determinati ambienti. Sono molto rigida nella valutazione, ma non posso prendere tutto per oro colato”. Quali ambienti? Meloni lo chiarisce: “Ribadisco a nome di Fratelli d’Italia che nel nostro movimento non c’è alcun spazio per atteggiamenti ambigui sull’antisemitismo e sul razzismo, per il paranazismo da operetta o per rapporti con ambienti dai quali siamo distanti anni luce, né per atteggiamenti opachi sul piano dell’onestà”. Reso pubblico, inoltre, il testo della lettera che Meloni ha inviato a Fanpage per visionare l’intero girato: “A seguito dei filmati mandati in onda ieri sera nel corso della trasmissione ‘Piazzapulità su La7, e che sollevano particolare preoccupazione, le chiedo di avere copia delle intere registrazioni relative agli episodi rappresentati, così da poter valutare compiutamente i fatti senza l’intermediazione di un servizio che – per sua natura – è necessariamente parziale e frutto di una sintesi”. Scrive Meloni: “Per valutare compiutamente i fatti e il comportamento dei nostri dirigenti, e adottare così gli eventuali provvedimenti commisurati alle oggettive responsabilità – aggiunge la leader di Fratelli d’Italia -, abbiamo bisogno dell’intero materiale privo di tagli”. Poi la chiusa: “Mi auguro che, per la grande rilevanza della questione, anche ma non solo perché scoppiata a ridosso di un’importante tornata elettorale e a 48 ore dal silenzio prescritto dalla legge, Fanpage vorrà dare seguito al più presto alla richiesta” conclude Meloni.

SALVINI: “NON COMMENTO I GUARDONI”. GELMINI: “NO AMBIGUITÀ” – Il collega di coalizione Matteo Salvini prima si limita a dire che “i processi si fanno sui giornali”, poi aggiunge altro: “Non ho visto l’inchiesta di Fanpage, non sono un fan di Fanpage (è lo stesso sito che ha pubblicato il video che ha portato alle dimissioni da sottosegretario del leghista Claudio Durigon). Ho letto i titoli, ma non giudico dai titoli. Non fatemi giudicare cose che non conosco”. Salvini infine dice anche un’altra cosa, sempre riferendosi a Fanpage: “Stanno cercando da tre anni soldi che la Russia mi avrebbe dato e che non troveranno. Non ho visto il video, ieri sera ero a Latina”, spiega. “Io non voglio fare il guardone e non commento i guardoni. I guardoni non mi interessano”. E sulla possibilità di raccogliere voti da Fdi in difficoltà Salvini sottolinea che “lo sciacallaggio non è uno sport che mi piace, lo lascio alla sinistra“. La ministra di Forza Italia Mariastella Gelmini parla a Telelombardia e tanta di prendere le distanze: “Nel centrodestra non c’è e non ci potrà mai essere spazio per tesi o gesti neofascisti o neonazisti. Sono a fianco, come sempre, della comunità ebraica di cui condivido le posizioni e i valori. Noi non possiamo tollerare alcuna forma di ambiguità, e questa è la posizione di Forza Italia, ma anche di tutto il centrodestra”. Poi specifica: “Per il resto, non commento indagini o indiscrezioni giornalistiche perché sono abituata a fare campagna elettorale su idee e programmi”.

LE REAZIONI: DAL PD AL M5S FINO ALLA COMUNITÀ EBRAICA – E quando sui social del centrodestra compare la foto dell’abbraccio tra il leader della Lega e Meloni corredata dallo slogan “Vinciamo e cambiamo l’Italia”, ecco arrivare il tweet del segretario del Pd Enrico Letta: “Ma pensate invece a cambiare con fascismo, fascisti e neofascisti che sono semplicemente orribili le commistioni documentate da Fanpage e Piazza Pulita“. Successivamente il leader dem amplia il suo pensiero: “Mi sembra molto evidente quello che è uscito” dall’inchiesta di Fanpage su Fdi, “anche perché è coinvolta non una persona secondaria ma il cuore del gruppo dirigente del partito. È una cosa orribile – dice Letta – Non basta la richiesta di avere le ore di girato” avanzata da Meloni, “così come non basta l’autosospensione” di Fidanza. “È un istituto che non esiste, c’è bisogno di molto di più” aggiunge a Oggi è un altro giorno su Rai1. Parlando delle divisioni nel centrodestra, Letta afferma: “Mi concentro su noi stessi e sulle nostre proposte. Francamente non mi sento di ragionare sulle divisioni o su altro. Sono invece molto colpito dall’inchiesta di Fanpage sull’infiltrazione di oscuri ambienti fascisti e neofascisti in Fdi. Sono necessari chiarimenti perché mi sembra una cosa francamente orribile”. I primi a esporsi sono stati gli eurodeputati M5s che hanno chiesto le dimissioni di Fidanza, capodelegazione Fdi a Bruxelles. Su Twitter è intervenuta anche Ruth Dureghello della Comunità ebraica di Roma: “Non può esserci spazio nei partiti dell’arco costituzionale per chi fa il saluto romano, inneggia a Hitler e insulta neri e ebrei. Nell’Italia che promulgò le leggi razziste, come le ha definite giustamente Draghi ieri, non ci possono essere ambiguità su questo”. 

“Abbiamo lavatrici per fare il black”: l’inchiesta di Fanpage sulla campagna elettorale di Fratelli d’Italia a Milano
di Fanpage.it
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Per i 5 stelle si sono esposti gli eurodeputati. “L’inchiesta di Fanpage sulla Lobby nera a Milano mostra una realtà agghiacciante”, hanno scritto in una nota. “Fratelli d’Italia non solo accoglie ma addirittura promuove personaggi loschi che inneggiano a Hitler, fanno battute sugli ebrei e rimpiangono la dittatura fascista. Inoltre, i trucchetti su come finanziare illegalmente la campagna elettorale di Fratelli d’Italia, svelati dalle parole stesse di Carlo Fidanza, rappresentano una vecchia degenerazione della politica figlia di un’epoca buia della nostra Repubblica che i cittadini pensavano di essersi messi alle spalle. Per restituire dignità alla politica le dimissioni di Fidanza sono un atto dovuto e necessario. Giorgia Meloni non minimizzi ma le pretenda”.

Un quadro “inquietante e pericoloso” appunto anche per la dem Roggiani, perché mette in luce “cosa sia il partito della Meloni e la galassia nera che le gravita attorno. Mentre l’europarlamentare Fidanza spiega come ‘lavare’ i fondi destinati al finanziamento della campagna di Milano, il barone nero Jonghi Lavarini, condannato per apologia di fascismo, lo stesso che qualche giorno fa ha aggredito un nostro volontario, è il tramite all’interno di un torbido sottobosco fatto di ingerenze che arrivano da Mosca e dalla galassia fascista. Parliamo di candidati al Consiglio comunale di Milano che si ritrovano tra saluti romani a inneggiare apertamente a Hitler e agli episodi che hanno scatenato il progetto antisemita, e tra le risate non si fanno neppure mancare il razzismo, con i progetti su come far affondare i barconi dei migranti”.

COSA C’È NELL’INCHIESTA REALIZZATA DA FANPAGE – L’inchiesta realizzata da Fanpage, grazie a un giornalista sotto copertura, ha rivelato “sistemi di ‘lavanderia’ per pulire finanziamenti in nero”, ma anche incontri politici tra esponenti e candidati Fdi a Milano “con esplicite battute razziste, fasciste e sessiste”. Il cronista, tre anni fa, si è finto un uomo d’affari a cui interessava finanziare un gruppo politico italiano al fine di ottenere vantaggi per il proprio business e ha iniziato a frequentare un gruppo di personaggi di estrema destra a Milano. Il capo, secondo l’inchiesta, è Roberto Jonghi Lavarini, detto il “Barone nero”, condannato a due anni per apologia del fascismo. Tramite Lavarini, il giornalista di Fanpage conosce Carlo Fidanza, europarlamentare e capo delegazione di Fratelli d’Italia. Si stabilisce cosi un rapporto che consente all’insider di frequentare il gruppo di esponenti di Fdi durante eventi e riunioni della campagna elettorale per le elezioni comunali a Milano per la quale sostengono la candidatura al consiglio comunale dell’avvocata Chiara Valcepina. Entrambi chiedono finanziamenti al presunto uomo d’affari, col quale sono ormai in confidenza: “Le modalità sono: versare nel conto corrente dedicato. Se invece voi avete l’esigenza del contrario e vi è più comodo fare del black, lei si paga il bar e col black poi coprirà altre spese”, dice Fidanza al giornalista sotto copertura.

Javarini, che è deputato a queste operazioni, entra più nei dettagli: il “barone nero” spiega di avere “una serie di lavatrici” per il finanziamento alla campagna elettorale che sostiene di avere usato più volte. Durante alcune riunioni del gruppo, inoltre, con la telecamera nascosta si riprende anche altro: molti dei partecipanti non condividono, con commenti pesanti, la scelta del candidato sindaco della coalizione, Luca Bernardo. Volano, nello stereotipo neofascista, battute su negri, ebrei, migranti e riferimenti al discorso di Hitler alla birreria di Monaco, oltre a commenti sessisti. E c’è anche un momento in cui si prende in giro Paolo Berizzi, giornalista sotto scorta perché minacciato dai neonazisti. La telecamera nascosta riprende poi Longhi Javarini, che sostiene, senza fare nomi né circostanze, di essere parte di “un gruppo trasversale, diciamo esoterico, dove ci sono diversi massoni. Poi c’è tutto un filone di ammiratori di Hitler, in più abbiamo un nostro informale servizio di informazioni e sicurezza, abbiamo una rete di ex militari“. Un’organizzazione trasversale ai partiti sostiene: “Noi abbiamo contatti politici all’interno del centrodestra, non solo nella Lega ma anche in Fratelli d’Italia e persino Forza Italia”, ha detto.

ILFQ