domenica 28 dicembre 2025

Lettera aperta di Mario Capanna a Sergio MATTARELLA!

 

Signor Presidente,
mi rivolgo a Lei in forma aperta perché è di interesse pubblico il tema che Ella ha recentemente sollevato.

Nel Suo discorso per lo scambio di auguri con i rappresentanti delle istituzioni ha dichiarato: “La spesa per dotarsi di efficaci strumenti che garantiscano la sicurezza collettiva è sempre stata comprensibilmente poco popolare (…) e tuttavia, poche volte come ora, è necessaria”.

Dissento con rispettosa fermezza.

Questa sua posizione bellicista confligge con i sentimenti della grande maggioranza del popolo italiano, decisamente contrario al riarmo.

Senz’altro Lei conosce il sondaggio del Censis, secondo cui, se l’Italia fosse coinvolta in una guerra, solo il 16 per cento dei cittadini impugnerebbe le armi: tutti gli altri, con diverse motivazioni, si rifiuterebbero.

Secondo Lei la “necessità” del riarmo deriverebbe dal fatto che “siamo costretti a difenderci da nuovi rischi che, senza infondati allarmismi, sono concreti e attuali”.

Quali i “nuovi rischi, concreti e attuali”?

Su questo punto focale non può essere reticente, ha il dovere di indicarli.

Qualcuno potrebbe aggredirci? Chi?

Posto che ad invaderci non possono essere né la Repubblica di San Marino né lo Stato del Vaticano né un Paese europeo né gli Usa né la Cina, che ha interesse a commerciare tranquillamente, non resta che la Russia, da Lei in altre occasioni indicata ripetutamente come il “nemico”.

Mentre Putin va ripetendo a chiare lettere di non voler portare la guerra in Europa, ma che è pronto a difendere il suo Paese se essa e la Nato lo attaccassero – il che è stato considerato da Bruxelles una “minaccia” (!?).

Per riarmarci, rovesciamo la realtà.

Nelle stesse ora in cui Lei pronunciava il Suo discorso, Papa Leone XIV, nel suo messaggio per la Giornata mondiale della pace, affermava: “E’ scandaloso che si faccia la guerra per raggiungere la pace (…) con campagne di comunicazione e programmi educativi che trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza, (…) con forme di blasfemia per trascinare le parole della fede nel combattimento politico”.

Si scagliava, poi, contro “la logica contrappositiva, che va molto al di là del principio di legittima difesa, dato più attuale in una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità”.

Tutto ciò, sottolineava il Pontefice, si traduce in “ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentate da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui” (de te fabula narratur?...).

L’alternativa indicata è la ricerca della pace, attraverso la “via disarmante della diplomazia, della mediazione, del diritto internazionale”.

Non trova pure Lei preoccupante che i maggiori media italiani non abbiano dato notizia del messaggio di Leone XIV?

Siamo arrivati al punto che la “libera” stampa censura anche il Papa, perché ragiona al contrario del pensiero unico.

Le parole del Pontefice collimano con quelle di Albert Einstein: “Senza il disarmo non vi può essere una pace stabile. La corsa agli armamenti porterà inevitabilmente a nuove catastrofi”.

Signor Presidente, il riarmo genera una doppia tragedia: sottrae montagne di risorse per i bisogni sociali più importanti e non è mai univoco, nel senso che se uno si dota di più armi lo fa anche l’altro.

Così si riarmano l’Europa, gli Usa, la Russia, la Cina: una spirale annichilente che va assolutamente fermata, prima che la parola passi alle armi nucleari.

Perciò mi permetta di nutrire la speranza che Lei, nel prossimo messaggio di fine anno, eviti la coazione a ripetere.

Con cordialità Mario Capanna

La redazione di stop vuole aggiungere una sola cosa: Presidente Mattarella siamo convinti abbia a cuore la stabilità del governo ma la invitiamo a non insistere nel foraggiare gli approcci di un governo che continua a manifestarsi opportunista, lontano anni luce dal perseguire perequazione ed uguaglianza e che continua ad appoggiare regimi a cui la nostra nazione avrebbe il dovere di tenere le distanze e verso i quali si sono palesate e manifestate connivenze delinquenti ( vedi caso Almasri) o derubricazione dei diritti fondamentali! Senza parlare della vicenda a Gaza per la quale il governo risulta persino denunziato a livello internazionale per concorso in genocidio. La invitiamo pertanto a riflettere evitando dichiarazioni che travalichino il ruolo di garanzia che lei e’ tenuto ad assicurare alla nazione, anche e se necessario a discapito del governo in carica! Grazie! 

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domenica 21 dicembre 2025

L’articolo 32 della Costituzione italiana. - Michele Sodano.

 L’articolo 32 della Costituzione italiana sancisce che “la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”. Non è una frase ornamentale, è un pilastro etico e politico della nostra nazione. Mette nero su bianco che in Italia la salute non è un favore, non è una concessione, non è un premio elargito da chi governa. È un diritto originario e inviolabile, che precede la propaganda, le campagne elettorali e persino il consenso.

Eppure oggi assistiamo a qualcosa di profondamente distorto. Come può, un emendamento che assegna quattro milioni di euro a un ospedale pubblico per acquistare un macchinario di radioterapia, quindi per garantire cure essenziali e salvavita, essere presentato come una “vittoria politica” celebrata con toni trionfalistici. È qui che si tocca il punto più basso, perché ciò che viene raccontato come un successo personale è in realtà la riparazione tardiva di una mancanza strutturale che continuerà a minare il diritto alla salute di chi abita in Sicilia.
C’è poi un ulteriore elemento di merito, che può essere compreso solo leggendo le carte, e che rende questa narrazione ancora più grave. Questi milioni non sono frutto di un nuovo investimento sulla sanità pubblica: le risorse non sono state aggiunte, sono state sottratte, tolte da capitoli già destinati ad altri pazienti, ad altre cure, ad altri bisogni sanitari. Lo dice lo stesso emendamento Pisano: "i 4 milioni di euro vengono reperiti attraverso la riduzione del Fondo previsto dall’articolo 1, comma 200, della legge 190 del 2014", quindi sono risorse trasferite, non aggiunte. Questo non è un giudizio politico, è un fatto. Non si è scelto di aumentare i finanziamenti alla sanità, ma di spostare risorse esistenti, mettendo i malati gli uni contro gli altri, in una inaccettabile guerra fra poveri.
Se un ospedale deve attendere un emendamento parlamentare per poter curare i malati oncologici con strumenti adeguati, il problema non è risolto, è solo momentaneamente tamponato. E se per farlo si sottraggono risorse ad altri pazienti, allora il nodo diventa ancora più politico. Perché non si finanzia la sanità togliendo cure ad altri malati. L’errore non è nell’opera, che è necessaria e va realizzata, ma nella scelta a monte, non investire davvero nella salute pubblica.
A mio parere è una tremenda speculazione sulla salute, è la trasformazione della sofferenza in palcoscenico. Il malato non è più un cittadino titolare di diritti, ma lo sfondo emotivo di una campagna permanente. La cura diventa un post, la radioterapia una conferenza stampa, l’ospedale un trofeo. Segnali di un’Italia in discesa, con la politica che si autocelebra per aver fatto semplicemente il proprio minimo dovere. Si scende ancora più in basso quando quel dovere viene raccontato come un regalo. E si tocca il fondo quando la salute pubblica, che dovrebbe essere sottratta a ogni logica di parte, viene usata come strumento di propaganda personale.
L’articolo 32 della Costituzione non prevede ringraziamenti, pretende responsabilità, continuità, programmazione, una sanità che funzioni sempre, non solo quando conviene raccontarla. Finché non torneremo a considerare normale ciò che oggi viene spacciato come straordinario, la crisi non sarà solo del sistema sanitario, ma della cultura democratica del Paese.

La politica estera secondo Mattarella. -

 (di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – Da quando, a luglio, citò il Terzo Reich per dire che l’aggressione russa all’Ucraina era “della stessa natura”. Fino a venerdì scorso quando ha chiesto ai partiti di non fare storie nel sostenere le “necessarie” spese per la Difesa, “nel momento in cui il modello democratico appare sfidato da Stati sempre più segnati da involuzioni autoritarie”. Il protagonismo di Sergio Mattarella sul conflitto Russia-Ucraina espresso nelle più svariate circostanze rituali, e dalle più alte cattedre europee, non conosce sosta. Sono soprattutto gli attacchi frontali che il capo dello Stato sferra continuamente contro il Cremlino a fare notizia. “Non evochi la pace chi muove la guerra”. “La sola minaccia del nucleare è un crimine contro l’umanità”. “La Russia vuole ridefinire con la forza i confini dell’Europa”. “Mosca fuori dalla storia”. “È in atto un’operazione contro il campo occidentale, che vorrebbe allontanare le democrazie dai propri valori, separando i destini delle diverse nazioni”. Queste incisive frasi, e le numerose altre che non riportiamo per ragioni di spazio, proprio per la vasta risonanza suscitata e, naturalmente, per il ruolo e l’autorevolezza di chi le ha pronunciate. Non dovrebbero indurre a qualche seria riflessione sulle conseguenze che ne derivano? Prima di tutto l’esposizione in prima persona del presidente della Repubblica alle ritorsioni e alle minacce russe, affidate alla postura aggressiva della portavoce Maria Zakharova incaricata di sibilare le veline di Vladimir Putin. Colpisce poi una certa solitudine del nostro capo dello Stato rispetto ai suoi pari grado occidentali, anche nel gruppo dei cosiddetti volenterosi, che preferiscono non esporsi su un terreno così minato e che, a sua differenza, adottano preferibilmente un cauto linguaggio di stampo paludato-istituzionale. Esiste, infine, un contesto interno che potrebbe riguardare, sul tema della guerra, non solo una certa sovraesposizione del linguaggio allarmato ed esplicito del Quirinale rispetto a quello più diplomatico del governo, ma appunto le scelte che ne scaturiscono. Data la natura delle questioni sollevate, le parole di Mattarella infatti non possono essere rubricate semplicemente nella categoria dei “moniti”, frequentemente usati (e abusati) nella storia recente e passata dagli inquilini del Colle. Il capo dello Stato, tra gli altri incarichi, presiede un organismo di eccezionale importanza strategica come il Consiglio supremo di difesa, nel quale insieme ai vertici militari siedono i ministri di Esteri, Interno, Economia, Difesa, Sviluppo economico. Si suppone che nelle riunioni di questo alto consesso venga praticata l’arte della sintesi, né si hanno notizie in contrario. Ma qualche interrogativo sulle indicazioni di fondo rimane. Prendiamo la linea del governo Meloni-Salvini favorevole a quel piano Trump che non esclude, anzi, la cessione alla Russia del Donbass, almeno quella parte prevalente della regione già conquistata dall’esercito di Putin sul campo. Come si concilia tutto ciò con le parole di Mattarella? Quando per esempio egli sostiene che “non si possono ridefinire con la forza i confini dell’Europa”? E dal tradizionale discorso di fine anno quali scenari di pace e di guerra saranno disegnati da colui che oggi, di fatto, appare il frontman della politica italiana estera e di difesa?

https://www.facebook.com/VivianaVivarelliViola/posts/pfbid02F7L8bhiZB4E4yQ5yBfZJiz79F1rUeBM1Yvanr5CSXpyE3WSJwCjkXuYqSQF5B6ml

Niente Asset Russi.

L’ambizioso “Piano A” sui beni russi congelati promosso dal cancelliere tedesco Friedrich Merz e dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen è naufragato.
L’idea di finanziare un prestito all’Ucraina utilizzando i circa 210 miliardi di euro di asset statali russi congelati si è rivelata, come i critici avevano previsto fin dall’inizio, una proposta giuridicamente controversa e carica di rischi imprevedibili.
In un vertice europeo durato 16 ore a Bruxelles, i leader dell’Unione Europea hanno infatti mancato l’obiettivo di utilizzare gli asset russi congelati per finanziare l’Ucraina, segnando un clamoroso flop per i cosiddetti “falchi” della politica estera UE.
Al centro di questa débâcle ci sono proprio loro, la Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen e il Cancelliere tedesco Friedrich Merz, che per settimane avevano spinto con forza per un piano estremamente controverso – anche per la Bce – volto a sequestrare fino a 210 miliardi di euro di beni statali russi immobilizzati.
L’esito rappresenta non solo un fallimento tecnico, ma un colpo alla credibilità dei falchi europei, che puntavano a punire Putin sottraendogli direttamente risorse finanziarie.
Il piano originale è stato accantonato in favore di un prestito di 90 miliardi di euro all’Ucraina su due anni,
garantito dal bilancio comune UE.
L’esito rafforza l’immagine di un’Europa divisa, costretta a finanziare l’Ucraina “dal proprio portafoglio”.
Leggi al link in stories l’articolo di @robertovivaldelli
Da Inside Over

UNIONE SOVIETICA EUROPEA. - Marco Travaglio

 

Nella foga di combattere le autocrazie copiandole,

la nostra bella Ue ci ha regalato un’altra perla di liberaldemocrazia: sanzioni a 12 complici della guerra ibrida russa.
Tra i fortunati vincitori c’è Jacques Baud, ex colonnello svizzero dell’esercito e dell’intelligence, ex consigliere Onu, uno degli analisti militari più documentati sull’Ucraina: mentre i trombettieri contavano balle e sbagliavano tutto, Baud ne azzeccava parecchie.
Quindi o loro o lui. Kaja Kallas, la depensante estone che regge la politica estera Ue, gli ha vietato l’ingresso, congelato i beni e bloccato i conti bancari in tutta l’Unione.
Senza che alcun tribunale abbia neppure ipotizzato un reato: semplicemente per le sue idee e analisi, mai smentite da alcuno, sempre confermate dai fatti.
La sentenza l’ha emessa la depensante,
cioè il potere esecutivo: “Baud è ospite regolare di programmi tv e radio filorussi. Funge da portavoce della propaganda filorussa e di teorie complottiste”.
Tipo sulla corresponsabilità della Nato nella guerra, ormai certificata persino da Merkel e Casa Bianca.
Ma ecco il seguito della supercazzola:
“Baud è pertanto responsabile di azioni o politiche attribuibili (da chi? ndr) al governo della Federazione russa che compromettono o minacciano la stabilità o la sicurezza di un paese terzo (l’Ucraina), o sostiene tali azioni o politiche, tramite la manipolazione delle informazioni e delle ingerenze”. Testuale.
Censure e liste di proscrizione di putiniani immaginari non bastano più: servono condanne alla morte civile, come quelle di Usa e Israele alla Albanese per ciò che scrive per l’Onu sulla Palestina.
Inutile attendersi proteste o pigolii dalla nostra casta pennuta, che vede minacce alla libertà d’informazione ovunque, fuorché là dove sono.
In simultanea, casomai qualcuno credesse alle coincidenze, quatto firme di Limes annunciano di aver lasciato la rivista fondata e diretta da Lucio Caracciolo: Gustincich, Arfaras, il generale Camporini e il prof. Argentieri (dirigente dell’università americana a Roma “John Cabot”).
Motivo: Limes sarebbe “filorussa”.
E quando l’hanno scoperto? Argentieri risponde, riuscendo a restare serio, che
“la svolta, chiarissima, è del 2004: la Rivoluzione arancione. Da lì in poi Limes assume una postura costantemente diffidente, se non apertamente ostile, verso l’Ucraina”.
E lui, pensa e ripensa, ha realizzato appena 21 anni dopo.
Camporini ha riflessi più pronti: rimprovera a Caracciolo “il mancato sostegno ai principi del diritto internazionale, stracciati dall’aggressione russa all’Ucraina”.
Che fra un po’ compie quattro anni.
Ma lui, tra un annuncio di sconfitta russa e l’altro, aveva da fare.
Poi è giunta la chiamata dell’Arcangelo Gabriele: “Sturmtruppen, avanti marsch!”.
ll Fatto Quotidiano –17 dicembre 2025

giovedì 18 dicembre 2025

FARMACI CONTRO IL TUMORE DEL FEGATO: IL SANT'ORSOLA DI BOLOGNA ESEGUE LA SUA PRIMA ELETTROCHEMIOTERAPIA SU EPATOCARCINOMA.

 

Un'équipe di radiologi interventisti dell'IRCCS bolognese ha portato a termine con successo una procedura che combina impulsi elettrici controllati e farmaci chemioterapici per aggredire più efficacemente un epatocarcinoma. Grazie alla nuova Sala Angiografica realizzata con un investimento di 800mila euro di fondi PNRR, l'IRCCS si iscrive nel ristretto gruppo di centri capaci di eseguire l'intervento su questo tipo di lesioni. "Con questo approccio possiamo aggredire anche tumori del fegato finora incurabili".

A prima vista, tra geometrie azzurre e rossastre in continua evoluzione e scie luminose che attraversano il monitor, sembra di assistere ad un film di fantascienza. In realtà, nulla di più diverso. Quella che compare sullo schermo, infatti, è la procedura di posizionamento di sottili elettrodi ad ago, inseriti all'interno del fegato di un paziente per aprire (attraverso brevissimi impulsi elettrici) minuscoli varchi nelle membrane cellulari di un tumore. Varchi che consentono al farmaco oncologico di entrare più facilmente all'interno delle cellule neoplastiche, potenziandone l'effetto. E che permettono dunque di aggredire lesioni neoplastiche che non potrebbero essere trattate con tecniche tradizionali.
È il principio dell'Elettrochemioterapia, tecnica innovativa e minimamente invasiva che potenzia drasticamente l'efficacia della terapia chemioterapica grazie all'impiego di impulsi elettrici controllati. Già impiegata nella cura di diverse neoplasie benigne e maligne, al Policlinico di Sant'Orsola pochi giorni fa è stata eseguita per la prima volta su un epatocarcinoma, tumore maligno del fegato. Grazie alla nuova Sala Angiografica della Radiologia Addomino-pelvica Diagnostica e Interventistica diretta dalla prof.ssa Cristina Mosconi, infatti, l'IRCCS Policlinico di Sant'Orsola si iscrive nel ristretto gruppo di centri specialistici nazionali capaci di eseguire il trattamento su questo tipo di lesione.
La procedura è sicura, caratterizzata da altissima precisione e dal basso impatto sui tessuti circostanti. Risulta particolarmente indicata per pazienti con lesioni del fegato non candidabili a interventi chirurgici più invasivi né a trattamenti di ablazione percutanea tradizionali (come l'ablazione a radiofrequenza o a microonde). "Ci consente di aggredire anche lesioni del fegato che finora venivano considerate non trattabili con le tecniche disponibili", spiega in merito la prof.ssa Mosconi.
L'intervento è stato eseguito dall'équipe guidata dai radiologi interventisti Antonio De Cinque, Lorenzo Braccischi e Francesco Modestino in collaborazione con gli specialisti dell'Anestesia Polispecialistica e Rianimazione diretta da Andrea Zanoni. Il paziente, che è seguito da tempo dalla Medicina Interna per il trattamento delle gravi insufficienze d'organo dell'IRCCS, è stato dimesso dopo pochi giorni. "Questo nodulo in particolare sia per la posizione che per la peculiare vascolarizzazione non poteva essere trattato con altre tecniche – spiega la dottoressa Federica Mirici Cappa – L'intervento è andato bene e il paziente non ha avuto complicanze, ma per valutare l'efficacia del trattamento bisognerà attendere i controlli dei prossimi mesi".
"Bologna si conferma un punto di riferimento per il trattamento della patologia epatica: dalla presa in carico alle procedure interventistiche avanzate, dall'eccellenza oncologica fino al trapianto e alle più moderne tecniche di riperfusione – commenta la direttrice del Dipartimento Medico chirurgico delle malattie digestive, epatiche ed endocrino-metaboliche dell'IRCCS, Maria Cristina Morelli - La multidisciplinarietà e la vocazione all'innovazione del Policlinico consentono di seguire il paziente a 360 gradi sperimentando, quando possibile, anche tecniche innovative".
"Si tratta di un'operazione che richiede un ambiente altamente specializzato, perché il paziente deve rimanere completamente immobile per il corretto posizionamento degli elettrodi e per gestire l'erogazione degli impulsi controllati ad alta tensione - aggiunge la prof.ssa Mosconi – Le tecnologie in dotazione alla nuova Sala Angiografica del Policlinico di Sant'Orsola sono state fondamentali per la buona riuscita dell'operazione". Inaugurata ad ottobre grazie ad un investimento di quasi 800mila euro mila euro garantiti da fondi PNRR, la sala è infatti dotata di sistemi di navigazione 3D di ultima generazione e di dispositivi che consentono la fusione delle immagini di ecografia, TAC e risonanza: innovazioni fondamentali per ottenere il massimo della precisione e della sicurezza della procedura, pur preservandone le caratteristiche di mininvasività.
Come funziona l'Elettrochemioterapia. L'approccio elettrochemioterapico sfrutta il fenomeno dell'elettroporazione reversibile. Gli impulsi elettrici prodotti dagli aghi posizionati con precisione attorno alla lesione inducono infatti la formazione di pori transitori nella membrana cellulare ionica del tumore. Ed è proprio attraverso questi varchi temporanei che il farmaco somministrato per via endovenosa riesce a infilarsi: in condizioni normali le molecole chemioterapiche sarebbero troppo grandi per superare in forze questa barriera, ma grazie a questo aiuto la loro concentrazione all'interno della cellula aumenta in misura esponenziale (di diverse migliaia di volte). Di conseguenza, l'azione citotossica risulta drasticamente più efficace: il farmaco riesce a interrompere efficacemente la proliferazione delle cellule neoplastiche, portandole alla morte.
La Radiologia Addomino-pelvica Diagnostica e Interventistica esegue sia procedure diagnostiche (Tac, risonanza magnetica ed ecografia), principalmente per malattie, oncologiche e non, del fegato, delle vie biliari, dell'intestino e delle vie urinarie, che procedure interventistiche sotto guida radiologica ed ecografica. Grazie alla ventennale esperienza acquisita nelle procedure di radioembolizzazione, per le quali è centro di riferimento nazionale, e all'introduzione di tecniche innovative come la TAME (embolizzazione delle arterie genicolate), sottopone a trattamento ogni anno circa 1.800 pazienti.
La Medicina Interna per il Trattamento delle Gravi Insufficienze d'Organo è strutturata in servizi di competenza specialistica e ultraspecialistica e si occupa della diagnosi e del trattamento integrato delle patologie acute e croniche severe del fegato e delle vie biliari. Afferisce al Programma Aziendale di Trapianto Epatico, che si configura come importante momento di incontro interdisciplinare di consolidate competenze plurispecialistiche. 

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Il narcisista. -

 

Il narcisista non ha solo bisogno di essere ammirato: ha bisogno che nessuno possa mettere in crisi la narrazione che fa di sé.
La sua immagine pubblica non è un accessorio: è la sua armatura. Quando sente che una vittima potrebbe raccontare la verità,
non cerca il dialogo, non cerca il confronto, non cerca la riparazione. Cerca la delegittimazione. È un meccanismo preciso, antico, automatico: trasformare chi potrebbe rivelare la sua ombra in qualcuno che non verrà creduto. Così la vittima diventa “esagerata”,
“instabile”,
“gelosa”,
“vendicativa”,
“fragile”,
“confusa”,
“problematica “
Il narcisista costruisce intorno a sé una reputazione tanto impeccabile quanto fragile.
Sa che basta una crepa per far crollare il castello, e allora lavora in anticipo: protegge la sua immagine screditando chi potrebbe minacciarla. Non lo fa per cattiveria.
Lo fa per sopravvivenza psicologica.Smontare l’altro serve a conservare il personaggio.
Ridicolizzare la vittima serve a neutralizzare la sua voce. Creare sospetto serve a difendere la sua facciata pubblica. La dinamica è sempre la stessa: se non posso controllarti,
posso almeno renderti non credibile. E in questo schema la vittima resta doppiamente ferita: prima nella relazione, poi nella narrazione. Ma la verità clinica è semplice:
quando qualcuno ha disperato bisogno di screditare gli altri per salvare se stesso,
non è forte, è in frantumi. E ogni volta che una vittima ritrova la sua voce, l’immagine del narcisista traballa. Perché non c’è maschera abbastanza solida da resistere a una verità finalmente detta. Il narcisista e l’immagine pubblica: la difesa contro la vergogna. Per comprendere perché il narcisista scredita le vittime, bisogna capire una cosa essenziale:
la sua identità non è stabile. È costruita su un equilibrio fragile, mantenuto da continue difese contro la vergogna. La vergogna, nel narcisismo, non è un’emozione: è un baratro.
Un vuoto identitario che il soggetto non può tollerare. Per questo deve impedire, a ogni costo, che qualcosa o qualcuno lo avvicini a quel punto di frattura. Quando una vittima comincia a parlare,a nominare l’abuso,
a mostrare ciò che accade dietro le quinte,
il narcisista non vive questo come un confronto: lo vive come una minaccia alla sua sopravvivenza psichica. La sua prima difesa è quella più antica: screditare l’altro prima che l’altro possa rivelare la sua vulnerabilità.
È una dinamica di proiezione e inversione:
ciò che teme dentro di sé lo attribuisce all’altro. Così la vittima diventa “instabile”, “manipolatrice”, “ossessiva”.Le accuse servono a creare un contenitore esterno
per la vergogna interna che non può essere mentalizzata. Il narcisista non mente sempre in modo consapevole. Spesso dissocia.
Scinde le parti di sé: da una parte il Sé grandioso, impeccabile, competente;
dall’altra il Sé fragile, vergognato, impotente.
La vittima, quando denuncia o racconta,
riattiva proprio la parte dissociata:
quella che non deve esistere. Per difendersi, il narcisista deve separarsi dalla responsabilità
e trasferirla altrove. La narrazione pubblica diventa allora un modo per mantenere
una continuità del Sé: coerente all’esterno, scissa all’interno. La vergogna è l’emozione più temuta dal narcisista.
Non la colpa, la colpa ammette un atto.
La vergogna, invece, riguarda l’essere.
Per questo l’attacco alla vittima è così feroce e capillare: serve a evitare che emergano aspetti del Sé che lui stesso non può tollerare.
La logica interna è questa:
“Se tu mi esponi, io ti distruggo.
Se tu racconti, io nego la tua credibilità.
Se tu mostri la mia ombra, io ti dipingo come ombra. Non è cattiveria. È difesa identitaria.
L’immagine esterna per il narcisista funziona come una seconda pelle. È il suo modo di tenere insieme ciò che dentro è frammentato.
Per questo la cura dell’apparenza è ossessiva:
non riguarda il desiderio di piacere,
ma il bisogno di non crollare.
Quando la vittima racconta la verità,
minaccia questa pelle simbolica.
E il narcisista reagisce come se fosse in gioco la sua sopravvivenza.
La vittima viene screditata perché dice qualcosa che il narcisista non può sopportare. Da un punto di vista clinico,
il discredito serve a rendere innocua la testimonianza e a mantenere il controllo della narrazione. Perché dove la vittima parla,
il narcisista perde potere sulla realtà. Screditare non è solo un attacco:
è un tentativo di ricostruire un senso interno di coerenza, compromesso dalla possibilità del giudizio altrui. Il narcisista attacca la vittima
perché l’alternativa sarebbe affrontare la propria vergogna, e questo, per la sua struttura psichica, sarebbe un crollo.
Per questo il lavoro clinico non consiste nello smascherare, ma nel comprendere come queste difese si sono formate
e cosa proteggono. E per questo le vittime
non devono interpretare il discredito come una colpa o una debolezza,
ma come la prova più chiara
dell’incapacità del narcisista di sostenere la verità sul proprio Sé.
Dr. Carlo D’Angelo
Il narcisista esiste in varie persone , nasce per distruggere le sue vittime e vive sereno nella sua cattiveria ❤️

mercoledì 17 dicembre 2025

MA MATTARELLA DA CHE PARTE STA?

 

Mattarella continua a ripetere che i confini di uno stato non si cambiano con la forza. Ha una certa età e la memoria non lo sostiene. Ma Travaglio gli ricorda l’esempio del Kossovo! Credo che Mattarella, o i collaboratori che gli hanno scritto il discorso, dimenticano che c’è una guerra in corso e da che mondo è mondo con le guerre i confini si cambiano. In genere li cambia chi vince il conflitto e li cambiano a loro favore. Avevamo tutta l’Istria ma perdemmo la guerra …. Avevamo Rodi ed il Dodecanneso ed anche l’Etiopia e la Libia ma perdemmo la guerra …. Che senso ha uscire oggi dicendo che i confini sono inamovibili!! Perché non lo dice agli israeliani che stanno occupando tanti territori dei paesi limitrofi? Pretende forse che la Russia abbia combattuto e perso centinaia di migliaia di soldati e si ritiri dalle regioni dove la maggioranza della popolazione è russofona e che ora sono occupate? Ma chi è il capo di stato che accetterebbe questa soluzione? Zelensky ha poco da pensarci!! Non è riuscito a sconfiggere la Russia con l’aiuto degli americani figuriamoci ora che è stato abbandonato. Se tentenna ancora i russi avanzeranno e toglieranno lo sbocco al mare all’Ucraina saldando i territori già conquistati con i territori dove c’è una maggioranza russofona in Moldavia!! Ed insistere che i confini non si cambiano significa volere continuare il conflitto!! Che bravi sono quelli che chiedono agli ucraini di continuare a morire per una causa già persa!!
E DIRLO PRIMA ?
MARCO TRAVAGLIO – IL FATTO – 16.10.2025
Mentre Mattarella si iscrive al club dei sabotatori del negoziato perché i confini ucraini sono sacri e intoccabili (mica come quelli di Serbia e Kosovo che da vicepremier bombardò per 78 giorni), Zelensky pare sempre più ragionevole perché conosce l’unico verdetto che conta: quello disastroso del campo. In pochi giorni ha rimosso i due moventi fondamentali di questi 11 anni di guerra con la Russia: il Donbass e la Nato. La pillola amara dell’addio al Donbass, peraltro quasi tutto perso, l’ha indorata con l’annuncio che “Trump ci impone di rinunciarvi” (dobbiamo obbedire agli Usa, come sempre) e col caveat del referendum in loco. Ma tutti sanno che gli abitanti del Lugansk (tutto occupato) e del Donetsk (occupato all’85%) già prima della guerra erano quasi tutti russi o filorussi, e tantopiù lo sono ora, dopo 46 mesi di evacuazioni delle province occupate (in parte già ricostruite), dov’è rimasto quasi solo chi vuol restare russo o attende l’arrivo dei russi. Se si votasse, l’esito sarebbe scontato, quindi è improbabile che si voti: sennò si certificherebbe che da quattro anni rischiamo la terza guerra mondiale per difendere dai russi una popolazione che vuole stare coi russi. Ieri poi Zelensky, sempre con l’aria di chi fa un gran sacrificio, ha rinunciato anche alla Nato: bella forza, visto che Trump (come l’ultimo Biden) non perde occasione di fargli sapere che la Nato se la scorda, anzi nel nuovo piano di Difesa ha messo nero su bianco che l’espansione a Est è morta e sepolta. Per chi, come noi, pensa all’inutile sacrificio di centinaia di migliaia di persone, le rinunce di Zelensky a ciò che ha già irrimediabilmente perduto ricordano la fiaba della volpe e dell’uva. Ma anche ciò che si diceva subito prima e subito dopo l’invasione del 2022. Per scongiurarla, Macron e Scholz imploravano Zelensky di rinunciare alla Nato e promettere l’autonomia del Donbass promessa negli accordi di Minsk: parlavano con Putin e sapevano che con quei due impegni non ci sarebbe stata invasione. Zelensky tentennò, poi su pressione Usa-Uk rifiutò e Putin invase. Ma il negoziato russo-ucraino partì subito, in Bielorussia e poi a Istanbul. Putin chiedeva sempre le stesse cose: no alla Nato e sì a Minsk in cambio del ritiro russo, cioè di un’Ucraina tutt’intera (parola dei negoziatori ucraini). E Zelensky ripeté due volte: “La Nato non è pronta ad accoglierci”, “Non possiamo entrare nella Nato”. Non solo: “Neutralità e intesa su Crimea e Donbass per la pace”. Ma Usa e Uk si rimisero di traverso e Zelensky li seguì, alzandosi dal tavolo mentre si discutevano le garanzie per Kiev e le dimensioni del suo esercito. Sembrerebbe il film Il giorno della marmotta, se sotto quei ponti non fosse passato un fiume di sangue.

Yoshinori Ōsumi, il biologo giapponese che, nel 2016, ha vinto il premio Nobel per la Medicina «per le sue scoperte dei meccanismi di autofagia»..

 

Ha scoperto l'esistenza dell'autofagia nei lieviti, utilizzando questi ultimi per individuare i geni coinvolti nel processo stesso. Grazie a questo sempre più accurato screening genetico, ha individuato alcune delle importanti funzioni dell'autofagia nei processi fisiologici umani. Altre funzioni sono ancora oggetto di ricerca. Dal 2014 è professore onorario presso l'Istituto di Tecnologia di Tokyo.

Ha vinto il premio Nobel per la medicina nel 2016 «per le sue scoperte dei meccanismi di autofagia».[1]

https://it.wikipedia.org/wiki/Yoshinori_%C5%8Csumi

martedì 16 dicembre 2025

E dirlo prima? - Editoriale di Marco Travaglio.

 

Mentre Mattarella si iscrive al club dei sabotatori del negoziato perché i confini ucraini sono sacri e intoccabili (mica come quelli di Serbia e Kosovo che da vicepremier bombardò per 78 giorni), Zelensky pare sempre più ragionevole perché conosce l’unico verdetto che conta: quello disastroso del campo. In pochi giorni ha rimosso i due moventi fondamentali di questi 11 anni di guerra con la Russia: il Donbass e la Nato. La pillola amara dell’addio al Donbass, peraltro quasi tutto perso, l’ha indorata con l’annuncio che “Trump ci impone di rinunciarvi” (dobbiamo obbedire agli Usa, come sempre) e col caveat del referendum in loco. Ma tutti sanno che gli abitanti del Lugansk (tutto occupato) e del Donetsk (occupato all’85%) già prima della guerra erano quasi tutti russi o filorussi, e tantopiù lo sono ora, dopo 46 mesi di evacuazioni delle province occupate (in parte già ricostruite), dov’è rimasto quasi solo chi vuol restare russo o attende l’arrivo dei russi. Se si votasse, l’esito sarebbe scontato, quindi è improbabile che si voti: sennò si certificherebbe che da quattro anni rischiamo la terza guerra mondiale per difendere dai russi una popolazione che vuole stare coi russi.
Ieri poi Zelensky, sempre con l’aria di chi fa un gran sacrificio, ha rinunciato anche alla Nato: bella forza, visto che Trump (come l’ultimo Biden) non perde occasione di fargli sapere che la Nato se la scorda, anzi nel nuovo piano di Difesa ha messo nero su bianco che l’espansione a Est è morta e sepolta. Per chi, come noi, pensa all’inutile sacrificio di centinaia di migliaia di persone, le rinunce di Zelensky a ciò che ha già irrimediabilmente perduto ricordano la fiaba della volpe e dell’uva. Ma anche ciò che si diceva subito prima e subito dopo l’invasione del 2022. Per scongiurarla, Macron e Scholz imploravano Zelensky di rinunciare alla Nato e promettere l’autonomia del Donbass promessa negli accordi di Minsk: parlavano con Putin e sapevano che con quei due impegni non ci sarebbe stata invasione. Zelensky tentennò, poi su pressione Usa-Uk rifiutò e Putin invase. Ma il negoziato russo-ucraino partì subito, in Bielorussia e poi a Istanbul. Putin chiedeva sempre le stesse cose: no alla Nato e sì a Minsk in cambio del ritiro russo, cioè di un’Ucraina tutt’intera (parola dei negoziatori ucraini). E Zelensky ripeté due volte: “La Nato non è pronta ad accoglierci”, “Non possiamo entrare nella Nato”. Non solo: “Neutralità e intesa su Crimea e Donbass per la pace”. Ma Usa e Uk si rimisero di traverso e Zelensky li seguì, alzandosi dal tavolo mentre si discutevano le garanzie per Kiev e le dimensioni del suo esercito. Sembrerebbe il film Il giorno della marmotta, se sotto quei ponti non fosse passato un fiume di sangue.