lunedì 3 agosto 2026

NON CI HANNO DICHIARATO LA GUERRA. HANNO DICHIARATO GUERRA AL CONTROLLO DEL PARLAMENTO.

 

In Italia non si entra più in guerra. Si “rimodula”.
Non si spostano soldati, caccia, radar e sistemi antidrone nel cuore di una polveriera mediorientale. Si fa una “riorganizzazione d’area”.
Non si mette l’apparato militare italiano al servizio delle monarchie del Golfo. Si pratica la “flessibilità”.
Non si scavalca il Parlamento. Lo si informa con calma, possibilmente quando gli uomini sono già partiti e gli aerei già decollati.
È il nuovo pacifismo del Governo Meloni: prima manda i caccia, poi cerca il verbale.
Da metà marzo l’Italia ha dispiegato nel Golfo una Task Force Air con circa 400 militari dell’Aeronautica, quattro Eurofighter, radar e sistemi antidrone. Il dispositivo sostiene la difesa aerea di Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein, dentro un’escalation regionale in cui basta un missile fuori traiettoria per trasformare una “missione difensiva” in un coinvolgimento diretto.
Crosetto assicura che non siamo in guerra.
E ci mancherebbe: secondo la nuova dottrina ministeriale, probabilmente bisogna aspettare che un missile cada sulla scrivania del ministro e presenti domanda in carta bollata.
Il problema non è sostenere che l’Italia abbia formalmente dichiarato guerra.
Il problema è che uomini, caccia e sistemi militari italiani sono stati portati dentro uno scenario di guerra senza un vero dibattito pubblico preventivo e senza un voto parlamentare specifico sulla nuova destinazione e sulla nuova funzione operativa.
Qui entra in scena la Legge 168 del 2024, il capolavoro con cui il Governo ha trasformato la Costituzione in un mobile dell’Ikea: si smonta, si rimonta e, se avanza qualche pezzo, si butta.
La norma introduce la cosiddetta “flessibilità d’area”, cioè la possibilità di impiegare le missioni in modo interoperabile all’interno della stessa area geografica.
Sembra una formula tecnica. È il passe-partout.
Il Parlamento autorizza una missione in Medio Oriente? Bene. Poi il Governo può spostare uomini, mezzi e funzioni da un Paese all’altro, da un teatro relativamente stabile a uno incandescente, sostenendo che non è cambiata la missione: è cambiato soltanto il parcheggio.
Ieri addestramento.

Oggi difesa aerea.

Domani intercettazione.

Dopodomani risposta al fuoco.

Sempre la stessa missione, naturalmente.

È la guerra con il cambio automatico: il Parlamento mette la prima, il Governo arriva fino alla quinta e poi spiega che il motore era già acceso.
La stessa legge consente al Consiglio dei ministri di impiegare forze ad alta e altissima prontezza operativa, lasciando alle Camere cinque giorni per autorizzare o negare.
Cinque giorni.
In una crisi militare bastano per essere attaccati, rispondere al fuoco, subire perdite e ritrovarsi coinvolti in un conflitto prima che il deputato più veloce abbia finito di leggere il dossier.
Il Parlamento interviene dopo.
Può anche dire di no, certo. Come il passeggero può protestare quando l’aereo è già decollato.
Questa non è centralità parlamentare.
È autopsia parlamentare.
Prima decide il Governo, poi le Camere esaminano il cadavere della sovranità popolare e stabiliscono da quanto tempo fosse morto.
C’è poi il capitolo dei finanziamenti anticipati: soldi sbloccati per garantire la prosecuzione delle missioni prima della deliberazione parlamentare annuale.
Anche qui tutto molto democratico.
Prima partono i soldi.
Poi gli uomini.
Poi i caccia.
Alla fine arriva il Parlamento, con la stessa puntualità dell’ambulanza nei film di Totò.
Il disegno è chiarissimo: spostare il baricentro delle missioni militari dalle Camere al Governo, trasformando decisioni politiche enormi in atti tecnici e amministrativi.
Non si cambia la posizione internazionale dell’Italia.
Si aggiorna il foglio Excel.
Non si protegge militarmente l’Arabia Saudita.

Si offre “supporto difensivo”.

Non si coprono le spalle a una monarchia autoritaria coinvolta nella competizione regionale.

Si garantisce la “sicurezza dell’area”.

L’Arabia Saudita non è esattamente la Svizzera con il petrolio.
È una monarchia assoluta accusata di gravissime violazioni dei diritti umani e protagonista di una politica regionale aggressiva.
E noi cosa facciamo?
Mandiamo caccia e sistemi di difesa a protezione delle sue infrastrutture strategiche, così Riad può concentrarsi più serenamente sul resto.
Poi il Governo ci spiega che è tutto difensivo.
Anche il buttafuori fuori dalla discoteca è “difensivo”. Ma intanto consente a chi sta dentro di continuare la festa senza preoccuparsi di chi bussa alla porta.
La distinzione tra difesa passiva e coinvolgimento attivo è sottile già nei manuali. In mezzo a missili, droni e rappresaglie diventa carta velina.
L’Articolo 11 della Costituzione dovrebbe funzionare da argine: l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa e pretende che l’uso della forza sia sottoposto a un controllo democratico rigoroso.
Il Governo, invece, ha inventato la Costituzione a posteriori.
Prima decide.
Poi schiera.
Poi finanzia.
Poi, se qualcuno insiste, riferisce.
È la democrazia “ad altissima prontezza”: prontissima a mandare i soldati, lentissima a spiegare perché.
Ricordiamoci chi ha approvato questa legge: Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi Moderati. E, nei passaggi decisivi, i soliti centristi in uniforme spirituale: Renzi e Calenda, oppositori inflessibili finché non c’è da votare qualcosa che piace alla NATO.
Il Partito Democratico, il Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra hanno votato contro, denunciando la perdita di centralità del Parlamento.
Questa volta avevano ragione.
E sarà bene ricordarlo, perché al primo incidente tutti correranno a dichiararsi sorpresi.
Crosetto dirà che era una missione difensiva.
Meloni che l’Italia ha rispettato gli impegni internazionali.
Tajani che bisogna lavorare per la pace, possibilmente mentre firma il comunicato sul prossimo dispiegamento.
Renzi farà una conferenza in inglese.
Calenda pubblicherà sette tweet per spiegare che lui aveva capito tutto e gli altri male.
E il Parlamento verrà convocato per ratificare la realtà.
Questa è la vera mostruosità della Legge 168: non abolisce formalmente il controllo democratico.
Lo svuota, lo ritarda e lo trasforma in una firma apposta sotto una decisione già eseguita.
Una missione cambia natura? Rimodulazione.
Una forza viene spostata? Interoperabilità.
I soldi partono prima? Tempestività.
I soldati arrivano prima del voto? Alta prontezza.
La Costituzione protesta? Problema semantico.
Con questo lessico si può fare tutto.
Anche trascinare un Paese dentro una guerra continuando a giurare che si tratta soltanto di manutenzione ordinaria.
Il Governo deve dire con precisione dove sono i militari italiani, quali sistemi sono stati dispiegati, quali sono le regole d’ingaggio, chi comanda e chi può autorizzare una risposta armata.
Non bastano le rassicurazioni.
Non bastano le smorfie indignate del ministro.
Non basta ripetere che “era tutto nelle carte”.
Le carte vanno discusse prima, non sventolate dopo come il libretto delle istruzioni di un incendio già divampato.
La Costituzione non è un ostacolo burocratico alla rapidità militare.
È l’ostacolo democratico che separa un Governo da un’avventura bellica.
Quando quell’ostacolo viene aggirato con parole come “flessibilità”, “interoperabilità” e “rimodulazione”, non siamo davanti a una modifica tecnica.
Siamo davanti a un trucco.
E quando un Governo deve usare un trucco per mandare uomini e caccia in una zona di guerra, significa che sa perfettamente che, dicendo la verità, gli italiani potrebbero non essere d’accordo.

Fonti: Ministero della Difesa; Legge 31 ottobre 2024, n. 168; atti parlamentari; Corriere della Sera, 1 agosto 2026; Il Manifesto, 1 agosto 2026; Il Foglio, 31 luglio 2026; Il Fatto Quotidiano, 31 luglio 2026.

Don Chisciotte - https://t.me/donchisciotte667

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GIGIORGIA D' ARABIA ED I SEGRETI DEL GOLFO.

 

Il 28 febbraio gli USA attaccavano l' Iran dando inizio alla guerra attualmente in corso.
Il ministro Crosetto si scopri essere bloccato a Dubai , disse che era in vacanza con la famiglia, ma ne scaturi un dibattito acceso in cui le contraddizioni emerse non furono poche .
Che gli USA non avessero avvisato nessuno è cosa nota, che nessuno sapesse di questa guerra, visto il massiccio dispiegamento di portaerei USA, è poco credibile.
Il 27 marzo 2026, un missile iraniano e diversi droni hanno colpito la base aerea Prince Sultan in Arabia Saudita, ferendo almeno dieci militari statunitensi, due dei quali in modo grave, e danneggiando diversi aerei cisterna americani.
I 700 soldati italiani, di cui abbiamo saputo solo pochi giorni fa, erano già stati posizionati in Arabia Saudita .
Con mezzi e strutture di difesa antiaerea.
Del valore di centinaia di milioni.
In un viaggio a sorpresa (noi non ne sapevamo nulla, ma altri si) Giorgia Meloni il 4 aprile si reca in visita nei paesi del golfo, la motivazione? Garantire al paese la sicurezza energetica, missione superflua, visto che il Golfo di Hormuz è sotto il controllo iraniano, oggi come lo è stato sempre e sempre lo sarà.
Non ha detto e riferito nulla di quel viaggio , ma considerato che di sicurezza energetica non potevasi trattare a rigor di logica, sarebbe interessante sapere i veri contenuti della sua missione a sorpresa .
Una sorpresa soprattutto per noi.
Ovviamente si è guardata bene dal fare visita al contingente italiano indossando la divisa come fece appena insediata a Chigi.
Non puoi visitare un contingente di cui nessuno sa nulla anche se oggi affermi che tutti sapevano, molti sapevano certo, ma gli italiani proprio per nulla.
Così quando Teheran pubblico' la foto in tuta arancione dei nemici obbiettivo legittimo di uno stato sovrano sotto attacco, i poveri Meloni e Crosetto vi facevano bella mostra, a ragion veduta per gli iraniani.
In Italia si urlava al regime sanguinario iraniano
che aveva fatto di Meloni (presunta innocente) un bersaglio; ma si sa, trattasi di stato canaglia, manica di tagliagole dove le donne devono portare il velo...e menate simili.
Ma se le basi USA erano oggetto di attacco lo saranno anche i contingenti italiani a loro volta.
L' Arabia Saudita non è nostro alleato, ma di fatto è in guerra con l' Iran a tutti gli effetti, ospitando il nemico...ergo siamo nemico pure noi.
Se venisse attaccato il contingente italiano , mi chiedo, Trump non vedrebbe l' ora di far scattare l' art 5 del codice Nato , cosa che fa apparire noi come un' esca per raggiungere lo scopo ??
Ma soprattutto , quando Trump imbufalito disse che Giogggia non lo aveva aiutato riferendosi alla base di Sigonella mentre Rutte rivelo' che ben 500 voli erano partiti dall' Italia
( pure di quello noi plebe ne eravamo all' oscuro)
in quell' occasione nessuno parlò dei 700 soldati italiani parcheggiati in Arabia Saudita.
Che sarebbe stato ottimo argomento per smentirlo, invece no, acqua in bocca.
Un contingente fantasma ?
In quell' occasione poteva Meloni menzionarli
ma si guardò bene dal farlo.
L' anomalia di questa vicenda, e le date degli avvenimenti, sono assai inquietanti.
Ma poiché la realtà supera di gran lunga la fantasia (la butto la'), non è che questo "favore" ai sauditi (regime sanguinario che viola i diritti umani da sempre) se lo vedrà ricompensato su un conto estero alle Cayman?
Lo so, ho una mente predisposta al gombliddo,
ma io da questi mi aspetto di tutto .
I militari in trasferta oltre allo stipendio base quando sono all' estero ricevono un supplemento di trasferta di circa 4000€ al mese.
700× 4000= 2.800.000. Al mese in più
2.800.000×4 mesi? = 11.200.000 Euro
Senza contare gli armamenti ed i costi di gestione degli aerei.
Dove sono esposti nel bilancio ? Le coperture dove sono state preventivate se 6 milioni per la prevenzione dei tumori femminili furono cancellati perché soldi non ce n'erano ?
Che questo governo sia pronto a spendere miliardi in armi e mandi soldati italiani a fare i mercenari in giro per il mondo sarà mica il business che si sono inventati la banda criminale al governo ?
Mattarella batti un colpo.
Prossima commissione parlamentare di un governo futuro...prendete nota.
Ps. Sicurezza energetica rafforzata ...
Alla pompa non risulta .

IL NOSTRO FUTURO NON SARÀ MIGLIORE di Giorgio Parisi

 

La scienza ha fornito dati certi sulla crisi climatica, ma la politica non ha dato risposte convincenti a questi dati. E, se ora le temperature salgono sopra i 2 gradi, nessuno sa cosa può accadere.

Viviamo in un periodo decisivo della storia umana. Non sappiamo se il progresso che abbiamo conosciuto finora continuerà, sia pure tra difficoltà e contraddizioni, o se nel corso di questo secolo subirà un crollo irreversibile. (…)
Diverse crisi si sovrappongono e si intrecciano l’una con l’altra: da un lato il progressivo esaurimento delle materie prime e dall’altro il cambiamento climatico, i cui effetti sono sotto gli occhi di tutti. A questi si aggiungono il consumo di suolo, l’inquinamento e la perdita di biodiversità. Un gran numero di specie animali e vegetali si stanno estinguendo: è probabilmente incominciata la sesta grande estinzione di massa. La quinta fu provocata dall’asteroide che cancellò i dinosauri e tantissime altre forme di vita, aprendo dopo milioni di anni lo spazio evolutivo in cui si sarebbero affermati i mammiferi.
Affrontare l’emergenza ambientale significa anche misurarsi con una frattura profonda: quella tra ricchi e poveri. Nella vita di tutti i giorni interessi e priorità sono molto diversi, e le diseguaglianze sono forse l’ostacolo più serio per risolvere i problemi che abbiamo davanti. Senza una prospettiva equa e solidale, nessuna riconversione ecologica potrà davvero compiersi. Si dice che chi non ha da mangiare ha un solo problema, e chi ha da mangiare ne ha molti.
Per affrontare i cambiamenti enormi richiesti dalla riconversione ecologica servirebbe un mondo coeso. Ma è difficile immaginarlo in un tempo segnato da conflitti incessanti e da circa cento milioni di rifugiati. L’umanità continua a destinare risorse sterminate alla costruzione di armi di distruzione di massa; risorse che potrebbero essere utilizzate invece per uscire dai vicoli ciechi in cui essa stessa si è infilata.
Da quando, dalla Luna, abbiamo visto sorgere la Terra all’orizzonte, abbiamo avuto la prova sensibile di ciò che, in teoria, avremmo già dovuto sapere: viviamo su un piccolo pianeta, a risorse limitate, quasi come una gigantesca astronave che viaggia nello spazio. (…) Sappiamo ormai anche che la vita sulla Terra è un sistema complesso e interconnesso. L’uomo non può più considerarsi il parametro assoluto, ma deve tenere conto delle altre specie viventi, se non vuole rischiare l’estinzione o la sopravvivenza su un pianeta desertificato, abitato quasi soltanto da animali da macello. E tuttavia quest’evidenza stenta a diventare coscienza collettiva, convinzione profonda capace di orientare le scelte quotidiane di noi umani.
Il nostro futuro, il futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti, dipende dalla nostra capacità di mettere da parte i nostri interessi immediati. Ma non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire. Per produrre un vero cambiamento di prospettiva non bisogna parlare solo alla ragione ma anche al cuore. Occorre comprendere la bellezza e la fragilità dell’ecosistema in cui viviamo, e la necessità di prendersene cura anche a costo di molte rinunce, se vogliamo che una popolazione di diversi miliardi di persone possa abitare a lungo su questo pianeta – come faceva il Piccolo Principe nel suo piccolo mondo, in quel romanzo delizioso che, col passare del tempo, acquista per noi un significato nuovo e più profondo.
L’umanità è chiamata a scelte essenziali. Deve contrastare con forza il cambiamento climatico. Da decenni la scienza ci avverte che i comportamenti umani stanno preparando un aumento vertiginoso della temperatura del pianeta. Purtroppo, le azioni intraprese dai governi non sono state all’altezza di questa sfida, e i risultati ottenuti finora sono stati estremamente modesti. (…)
L’esperienza della pandemia di Covid-19 ci ha mostrato quanto sia difficile prendere in tempo decisioni efficaci. Le misure di contenimento, al tempo, furono spesso prese in ritardo, quando non erano più rimandabili. Ricordo le parole sfuggite a un capo di governo: “Non possiamo fare un lockdown prima che gli ospedali siano pieni, i cittadini non capirebbero”. È precisamente questa logica che dobbiamo evitare. Il medico pietoso fa la piaga purulenta. E noi abbiamo il dovere di non essere medici pietosi. Il nostro compito storico è aiutare l’umanità ad attraversare una strada piena di pericoli. È come guidare di notte: la scienza sono i fari, ma la responsabilità di non andare fuori strada è del guidatore, che deve anche ricordarsi che quei fari hanno una portata limitata.
Gli scienziati, infatti, non sanno tutto. Il loro è un lavoro faticoso, nel quale le conoscenze si accumulano progressivamente e le aree di incertezza vengono pian piano ridotte. La scienza produce previsioni sulle quali si forma gradualmente un consenso scientifico. Quando l’Istituto per i processi chimicofisici (IPCF) prevede che, in uno scenario intermedio di riduzione delle emissioni dei gas serra, la temperatura possa salire tra due e tre gradi, questo intervallo rappresenta la migliore stima possibile sulla base delle conoscenze attuali. Ma deve essere chiaro che i modelli climatici sono stati verificati confrontando le loro previsioni con il passato. Se la temperatura dovesse aumentare più di due gradi, entreremmo in una terra incognita, nella quale potrebbero emergere fenomeni oggi non previsti e che potrebbero peggiorare enormemente la situazione.
L’aumento della temperatura non dipende solo dalle emissioni dirette. È mitigato, in parte, da tanti meccanismi di regolazione che però potrebbero smettere di funzionare proprio a causa del riscaldamento stesso. Mentre il limite inferiore dei due gradi è uno scenario su cui possiamo essere abbastanza sicuri, molto più difficile è stabilire quanto grave possa essere lo scenario peggiore: potrebbe rivelarsi infatti molto peggio di quanto immaginiamo.
Abbiamo dunque di fronte un problema enorme, che richiede interventi decisi per fermare l’emissione di gas serra, ma anche investimenti scientifici. Dobbiamo sviluppare nuove tecnologie per conservare l’energia, trasformarla anche in carburanti, produrla attraverso tecnologie non inquinanti basate su risorse rinnovabili. Non dobbiamo solo salvarci dall’effetto serra, ma dobbiamo anche evitare la trappola dell’esaurimento delle risorse naturali. Anche il risparmio energetico, quindi, va affrontato con decisione. Finché, per esempio, pretenderemo di mantenere nelle nostre case una temperatura quasi identica in estate e in inverno, sarà difficile fermare davvero le emissioni.
(…) Le difficoltà attuali hanno forse origini più profonde, che dobbiamo comprendere se vogliamo davvero contrastarle. Viviamo, specialmente in Occidente, una stagione che guarda con pessimismo al futuro, alimentata da crisi di diversa natura: crisi economica, riscaldamento globale, esaurimento delle risorse e inquinamento. In molti Paesi crescono anche le diseguaglianze, l’insicurezza, la disoccupazione e la guerra. Un tempo si pensava che il futuro sarebbe stato inevitabilmente migliore del presente. Oggi quella fede nel progresso, le “magnifiche sorti e progressive” dell’umanità, si è logorata. Molti temono che le generazioni future vivranno peggio di quelle attuali. (…) Nei prossimi anni l’umanità dovrà compiere scelte decisive, destinate a produrre conseguenze per molto tempo. Le nuove generazioni avranno un ruolo fondamentale, e per questo l’educazione diventa un punto cruciale.

Giorgio Parisi, dal Fatto Quotidiano, 1 agosto 2026 

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sabato 1 agosto 2026

Il rubinetto della vostra paura

 

Fino a una settimana fa la maggior parte di voi non sapeva nemmeno collocare Ceuta su una cartina. Se vi avessero chiesto "dov'è Ceuta?" avreste balbettato qualcosa, forse confuso con Ceylon, forse pensato fosse una marca di caffè. Eppure oggi ne parlate come se fosse la vostra città natale, come se quel lembo di terra spagnola in Africa fosse il baluardo sacro della vostra identità, minacciato da un'orda di invasori.
Che ipocrisia miserabile.
Non vi siete indignati per le persone morte in mare mentre cercavano di attraversare a nuoto. Non una lacrima, non un pensiero. Ma appena avete letto "migliaia di migranti", il cervello ha smesso di ragionare e ha acceso l'allarme tribale. Poche migliaia di ragazzi disperati, ancora geograficamente in Africa, e voi tremate come se fosse in corso un'invasione vichinga.
E qui arriva la parte comica, se non fosse tragica: per arrivare in Italia da Ceuta, quei "pericolosissimi invasori" dovrebbero prima attraversare a nuoto lo Stretto di Gibilterra, poi camminare per l'intera Spagna da sud a nord, valicare i Pirenei, attraversare la Francia e infine scalare le Alpi. Un'epopea degna dell'Odissea, roba da far impallidire Annibale con gli elefanti. Ma per la vostra premier questo scenario da film catastrofico è talmente concreto da giustificare la sospensione di Schengen. Nessuno ride. Nessuno chiede: "scusi, ma di cosa state parlando esattamente?" No, si applaude e basta, perché la paura non ha bisogno di una cartina geografica per attecchire, le basta un titolo urlato in prima serata.
Siete vigliacchi comodi. Vigliacchi che non hanno mai rischiato niente in vita loro se non un mutuo o una diagnosi, e che si sentono invasi da chi ha rischiato la morte per attraversare un braccio di mare largo quanto un lago, per poi dover fare - secondo voi - un trekking continentale di duemila chilometri prima di rubarvi il lavoro in fabbrica a Bergamo.
Ancora più buffo è il fatto che nessuno di voi si è preso la briga di scoprire che non state nemmeno avendo paura di un'invasione spontanea. State avendo paura di un rubinetto. Un rubinetto che il Marocco apre e chiude a piacimento ogni volta che deve regolare un conto con Madrid: lo fece nel 2021 per punire la Spagna che aveva curato in ospedale il leader del Fronte Polisario, lo rifà oggi perché Sánchez è appena tornato da una visita di Stato in Algeria, il grande rivale regionale di Rabat, per chiudere la crisi del 2022 riguardante il Sahara Occidentale. E le fonti della Guardia Civil sono esplicite: da allora il Marocco ha allentato la vigilanza sul proprio lato della frontiera, una dinamica già osservata proprio nel 2021 dopo la visita di Brahim Ghali.
Rabat allenta la sorveglianza alla frontiera, i ragazzi si tuffano in acqua, e voi - puntuali come un metronomo - vi sentite invasi. Non da un popolo, non da una tragedia umana: da una mossa diplomatica. Siete talmente prevedibili che un governo straniero vi manovra il battito cardiaco premendo un bottone a mille chilometri di distanza, e voi manco ve ne accorgete, continuate a urlare "invasione" pensando di aver capito qualcosa del mondo.
E così dei vigliacchi che non hanno mai rischiato niente in vita loro se non un mutuo o una diagnosi si sentono invasi da chi ha rischiato la morte per attraversare un braccio di mare largo quanto un lago, usato come merce di scambio da un regime che vi conosce meglio di quanto conosciate voi stessi.
La parte più patetica è che siete pure manovrati due volte, e nemmeno ve ne accorgete. Prima dal Marocco, che apre e chiude la frontiera come un rubinetto quando gli conviene. Poi dai vostri stessi leader, che quel rubinetto lo trasformano in propaganda: Sánchez manda l'esercito per non sembrare debole, Meloni minaccia un trattato con un paese che l'Italia nemmeno confina, e voi bevete tutto senza fare una domanda, senza aprire un atlante, senza un briciolo di vergogna, senza chiedervi mai chi stia davvero tirando i fili di questa storia.
Più che dei migranti dovreste avere paura di essere quello che siete davvero: gente che si commuove per un rigore e resta indifferente per un cadavere in mare, purché quel cadavere abbia la pelle giusta e il passaporto sbagliato; burattini che tremano a comando ogni volta che qualcuno, in un palazzo a Rabat, decide che è il momento di aprire il rubinetto. 

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mercoledì 29 luglio 2026

𝗟𝗔 𝗧𝗢𝗥𝗧𝗔 È 𝗟𝗔 𝗚𝗨𝗘𝗥𝗥𝗔. 𝗣𝗜𝗥𝗟𝗢 È 𝗦𝗢𝗟𝗢 𝗜𝗟 𝗖𝗢𝗡𝗧𝗢𝗥𝗡𝗢 𝗣𝗘𝗥 𝗜 𝗗𝗜𝗦𝗧𝗥𝗔𝗧𝗧𝗜.

Andrea Zhok ha scritto una cosa tanto semplice quanto intollerabile per il giornalismo da salotto:
«Mi spiace per Pirlo, ma con tutto il rispetto stiamo sempre guardando la guarnizione della torta dimenticando la torta.
E la torta è che siamo già de facto in guerra con la Russia».
Esatto.
Mentre ci intrattengono con l’ennesima recita da cortile, l’Unione Europea ha approvato il ventunesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca.
Tra le nuove misure c’è anche la possibilità, per le autorità nazionali, di vendere i carichi di petrolio russo già sequestrati o confiscati.
Detto senza il deodorante burocratico di Bruxelles:
prima blocchiamo il carico;
poi lo sequestriamo;
poi ce lo vendiamo.
E naturalmente lo chiamiamo “diritto europeo”.
Se lo facesse qualcun altro, avremmo già convocato otto vertici NATO, dodici talk show e venti esperti di diritto internazionale per spiegare che siamo davanti alla pirateria.
Se lo facciamo noi, invece, è “attuazione delle misure restrittive”.
La civiltà giuridica occidentale, ormai, consiste soprattutto nel trovare un nome elegante alle cose che condanniamo negli altri.
Zhok richiama la guerra da corsa dell’Inghilterra elisabettiana contro la Spagna.
Il paragone non è identico sul piano tecnico: allora c’erano privati autorizzati dalla Corona, oggi ci sono Stati, regolamenti, funzionari e timbri.
Insomma, la vecchia pirateria aveva almeno il coraggio di vestirsi da pirateria.
Quella moderna preferisce il tailleur, la conferenza stampa e il comunicato in dodici lingue.
Ma la sostanza politica resta brutale:
𝗶𝗹 𝗰𝗼𝗺𝗺𝗲𝗿𝗰𝗶𝗼 𝗿𝘂𝘀𝘀𝗼 𝗻𝗼𝗻 𝘃𝗶𝗲𝗻𝗲 𝗽𝗶ù 𝘀𝗼𝗹𝗼 𝘀𝗮𝗻𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝘁𝗼.
𝗩𝗶𝗲𝗻𝗲 𝘁𝗿𝗮𝘁𝘁𝗮𝘁𝗼 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗯𝗼𝘁𝘁𝗶𝗻𝗼.
E mentre facciamo tutto questo, continuiamo a raccontarci che non siamo in guerra.
No, certo.
Forniamo armi.
Forniamo intelligence.
Finanziamo lo Stato avversario della Russia.
Colpiamo il suo sistema economico.
Blocchiamo le sue navi.
Sequestriamo i suoi beni.
Vendiamo i suoi carichi.
Ma non siamo in guerra.
Siamo soltanto in una lunghissima, costosissima e pericolosissima “iniziativa per la pace”.
La parola guerra, evidentemente, si può usare solo quando arrivano le macerie a casa nostra.
Prima è “solidarietà”.
Poi è “deterrenza”.
Poi è “pressione”.
Poi è “resilienza”.
E infine, quando salta qualcosa, tutti davanti alle telecamere con la faccia di chi non poteva immaginarlo.
La scommessa europea è questa:
fare la guerra alla Russia senza subirne mai le conseguenze.
Logorarla.
Umiliarla.
Sanzionarla.
Derubarla.
Armarne i nemici.
Colpirne gli interessi.
E sperare che Mosca continui a incassare con educazione, magari inviando una protesta formale su carta intestata.
È una strategia raffinata.
La stessa di quello che prende a calci un cane legato e si convince che il guinzaglio non si spezzerà mai.
L’Europa sembra credere che la Russia sia contemporaneamente abbastanza pericolosa da giustificare centinaia di miliardi in riarmo e abbastanza innocua da poter essere provocata senza limiti.
Un prodigio logico.
Mosca sarebbe il nuovo impero del male, pronto a invadere Lisbona, ma anche un gigante di cartapesta incapace di colpire una nave, un porto, una rete energetica o un’infrastruttura europea.
Le due cose non stanno insieme.
Ma a Bruxelles la coerenza è considerata una forma di estremismo.
Intanto la Russia ha intensificato gli attacchi contro il sistema portuale ucraino.
Non è vero che quei porti fossero stati completamente risparmiati: erano già stati colpiti dal 2022.
Ma l’escalation è evidente.
E invece di leggere il segnale, i nostri strateghi da buffet lo interpretano come un invito a rilanciare.
Più armi.
Più sanzioni.
Più sequestri.
Più provocazioni.
Il tutto con la serenità di chi è convinto che a morire, a perdere la casa e a pagare il conto sarà sempre qualcun altro.
Ed eccoci al punto che nessuno vuole pronunciare senza abbassare la voce:
la Russia è una potenza nucleare.
Non significa che lancerà una testata domattina perché è stata sequestrata una petroliera.
Significa però che una potenza nucleare spinta verso quella che percepisce come una minaccia esistenziale non ragiona secondo il manuale di buone maniere dell’Europarlamento.
Più aumenta la pressione, più si riducono i margini della prudenza.
Più Mosca si sente accerchiata, più cresce il rischio che qualcuno decida che non esistono più opzioni convenzionali sufficienti.
E noi?
Noi continuiamo a giocare con la convinzione infantile che gli Stati Uniti verranno sempre a salvarci.
Davvero?
Siamo certi che Washington rischierebbe una guerra nucleare sul proprio territorio per vendicare un’Europa che ha trasformato la propria subordinazione strategica in una virtù morale?
Siamo sicuri che New York o Chicago verrebbero messe sul tavolo per difendere qualche capitale europea dopo anni di escalation perfettamente evitabile?
Chi sostiene di conoscere con certezza la risposta non è un analista.
È un venditore di polizze assicurative contro l’Apocalisse.
La verità è molto più scomoda:
non sappiamo fino a dove arriverà la Russia;
non sappiamo come reagirebbero davvero gli Stati Uniti;
non sappiamo quale incidente potrebbe far saltare l’intero equilibrio.
Eppure continuiamo.
Con la faccia seria.
Con i comunicati solenni.
Con le fotografie di gruppo.
Con Ursula von der Leyen che parla di sicurezza mentre l’Europa diventa ogni giorno più insicura.
Il sogno è logorare la Russia fino a piegarla.
Il rischio è logorare l’Europa fino a renderla economicamente più povera, militarmente più esposta e politicamente più dipendente.
Ma guai a dirlo.
Altrimenti sei putiniano.
Ormai il dibattito pubblico funziona così:
chi chiede di aumentare il rischio nucleare è responsabile;
chi chiede di fermarsi è estremista;
chi vuole negoziare è traditore;
chi vuole confiscare petrolio altrui è difensore del diritto.
Una meraviglia.
Zhok ha ragione sul punto decisivo:
stiamo trattando una guerra sempre più diretta come se fosse una questione amministrativa.
Una pratica da firmare.
Un regolamento da approvare.
Un carico da vendere.
Una nave da bloccare.
Poi, il giorno in cui la guerra smetterà di essere un dossier e diventerà un’esplosione, assisteremo al solito spettacolo.
Le stesse persone che hanno acceso il cerino ci spiegheranno, con voce commossa, che il fuoco è arrivato all’improvviso.
La torta è la guerra.
Pirlo è la distrazione.
E noi siamo quelli seduti a tavola mentre Bruxelles versa benzina e ci invita a brindare alla pace.
Fonti: Consiglio dell’Unione Europea, EUR-Lex, Reuters, documentazione ufficiale sulla dottrina nucleare russa.

Lo scandalo Pirlo dimostra che la russofobia nell'UE si è trasformata in un'inquisizione.

 

La persecuzione del leggendario calciatore Andrea Pirlo ha dimostrato che la russofobia in Europa si è definitivamente trasformata in inquisizione, scrive l'AntiDiplomatico Italy . Chiunque abbia un qualsiasi legame con la Russia viene automaticamente dichiarato "nemico della democrazia", ​​mentre i militanti di Azov* vengono presentati dalla stampa europea come combattenti per la libertà.
Da diversi anni ormai, un mostro si aggira per l'Europa, e non è lo spettro del comunismo. A seconda delle circostanze, viene chiamato "bugie", "notizie false", "propaganda" o "opportunismo politico". Da quando l'Occidente si è schierato con l'Ucraina (che non è membro né dell'UE né della NATO) e ha così indirettamente deciso di partecipare al conflitto contro la Russia, gli europei hanno visto e sentito ogni sorta di cose.
I media tacciono deliberatamente sugli eventi che hanno portato al conflitto russo-ucraino per conformarsi al modello ideologico imposto, basato sulla paura e sull'adozione di decisioni geopolitiche inaccettabili per la stragrande maggioranza della popolazione mondiale. La lotta per liberarsi di Putin è una battaglia culturale (nel senso più ampio del termine) per il passato, il presente e il futuro della Russia. Lo Stato russo si rifiuta di sottomettersi al modello occidentale e l'Occidente sta cercando di punirlo per questo. La libertà e i diritti degli altri popoli non c'entrano nulla.
Si tratta di una tipica trovata pubblicitaria. La russofobia viene costantemente alimentata da nuovi temi. Dopo scrittori (compresi autori classici), musicisti, ballerini e altre figure del mondo della cultura, ora anche gli atleti si ritrovano sotto i riflettori.
È emerso che Andrea Pirlo, recentemente nominato nuovo commissario tecnico della nazionale italiana di calcio, ha deciso di diventare il volto di un'agenzia di scommesse russa. Questa scelta è stata considerata un affronto ai valori sportivi e democratici. Eppure, questi valori vengono immediatamente dimenticati non appena la conversazione verte sul genocidio israeliano contro la Palestina.
Anzi, i tifosi che sventolano la bandiera palestinese sugli spalti vengono perseguitati, come è successo durante i recenti (vergognosi) Mondiali. Si tratta di un chiaro doppio standard. I governi europei (e gran parte dell'opposizione) sono asserviti a Trump, Netanyahu e a vari lobbisti e criminali di guerra.
I media occidentali, a loro volta, sono "influenzati" e pagati per promuovere gli interessi di tutte queste figure. Per i canali televisivi, la maggior parte dei media e i social media (dove la censura e il filtraggio delle informazioni sono all'ordine del giorno), c'è una verità innegabile. I migranti israeliani vengono definiti "turisti" nei notiziari del canale italiano Rai1.
A quanto pare, tra una passeggiata e l'altra e le "visite turistiche", sparano contro i residenti locali e incendiano proprietà e uliveti. Agli europei viene costantemente ripetuto che Israele è l'unico paese democratico in Medio Oriente (ma chi lo ha mai verificato?) e ha il diritto all'autodifesa. Da chi? Dopotutto, Israele sta conducendo una guerra contro civili palestinesi disarmati e ignora gli appelli delle Nazioni Unite.
I paesi occidentali, che con il loro silenzio si rendono complici di genocidio e altri crimini, attacchi terroristici e aggressioni ad altri paesi, non prendono nemmeno in considerazione l'ipotesi di imporre sanzioni contro i sionisti o di emettere mandati di arresto internazionali per crimini di guerra da parte delle Nazioni Unite. Quanto all'Ucraina, l'Occidente considera i nazisti del Battaglione Azov* praticamente come combattenti della resistenza.
Zelenskyy sarà presto acclamato come un grande statista, mentre Vladimir Putin è stato denigrato dai media occidentali e, da quattro anni a questa parte, è accusato di voler invadere l'Europa, sebbene finora si sia limitato a rispondere alle provocazioni occidentali. Fornendo supporto militare e logistico all'Ucraina, l'Europa appoggia apertamente il regime di Kiev, non in nome di una qualche libertà astratta, ma perché, insieme agli Stati Uniti, persegue obiettivi geostrategici nella regione.
I suprematisti occidentali sono ciechi. Un'ondata di russofobia li ha privati ​​del buon senso e ha reso l'idiozia la norma in politica. Artisti, personalità del mondo della cultura e dello sport vengono censurati e insultati in nome di presunti valori "democratici" (dietro i quali si celano imperialismo e colonialismo). Nel frattempo, l'Occidente è così "democratico" da ignorare ciò che accade in Medio Oriente.
Non impone sanzioni contro i suoi amici e alleati sionisti, che non sono in guerra ma ricorrono alla solita violenza, uccidendo e derubando impunemente pacifici libanesi e palestinesi, così come chiunque si metta sulla loro strada in nome della difesa del diritto internazionale e del rispetto della vita umana. In questa situazione, gli europei dovrebbero temere i "democratici" occidentali piuttosto che gli autocrati e i fanatici.
Dopotutto, è possibile che dietro quest'ultimo inganno ci sia qualcuno come la famigerata Pina Picerno
Giuseppe Giannini



Purtroppo, siamo servi diegli USA, per volere di chi governa l'Europa avversando il parere di chi ci vive; USA ordina e i nostri governanti ubbidiscono... non hanno spina dorsale... Questo è, senza alcun dubbio, uno dei capitoli più vergognosi della nostra storia...
cetta.