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venerdì 15 maggio 2026

GRAZIE TAJANI -

 

(o dell’arte sublime di dire ad alta voce quello che di solito a Bruxelles sussurrano dietro le tende insonorizzate)

Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani è un patrimonio dell’umanità.
Un uomo che, in un continente dove tutti parlano come libretti delle istruzioni della lavastoviglie, riesce ancora nel miracolo della spontaneità involontaria.

Un poeta del lapsus geopolitico.
Un rabdomante della verità non richiesta.

Già ci aveva regalato quella meravigliosa vetta del diritto contemporaneo:
“Il diritto internazionale… fino a un certo punto.”

Una frase che meriterebbe di essere scolpita all’ingresso della NATO, magari sotto le stelle dorate dell’Unione Europea, tra una lobby e un cocktail sulla “pace sostenibile”.

Ma stavolta il nostro Antonio si è superato.

Parlando dei negoziati tra Russia e Ucraina, ha dichiarato candidamente:

“Il negoziatore lo sceglie l’Europa.”

Capolavoro.
Cioè: due Paesi combattono, muoiono, trattano… e poi arriva Bruxelles col numerino del supermercato:

“Scusate, tocca a noi parlare. Abbiamo prenotato.”

Una scena che sembra scritta da Ionesco dopo tre gin tonic con Ursula.

Perché qui il punto è magnifico:

formalmente l’Unione Europea NON sarebbe parte in guerra.
Però pretende il posto al tavolo delle trattative.
Pretende di decidere le condizioni.
Pretende di validare la pace.

Un po’ come uno che entra in una rissa al bar distribuendo spranghe per tre anni… e poi pretende di fare anche l’arbitro imparziale.

Ma Tajani, nella sua trasparenza da finestra lasciata aperta durante un interrogatorio, va oltre.
E ci spiega pure il vero nodo:

“Avendo imposto le sanzioni alla Russia, per toglierle serve l’intervento dell’Unione Europea.”

Traduzione simultanea dal burocratese al linguaggio umano:

“Anche se Mosca e Kiev si mettessero d’accordo… senza di noi non si chiude niente.”

Cioè la pace, secondo i tecnocrati europei, sarebbe ormai un prodotto con licenza UE.
Marchio CE.
Con bollino blu.
Aggiornamento firmware obbligatorio.
E probabilmente modulo in triplice copia da inviare entro 30 giorni lavorativi.

Immaginate la scena.

Russia e Ucraina firmano un cessate il fuoco.
I popoli tirano un sospiro di sollievo.

E da Bruxelles parte una PEC:

“Gentili utenti, la pace da voi richiesta non è conforme agli standard europei.”

Il problema vero, infatti, è che a Bruxelles serpeggia il terrore assoluto:
che la guerra finisca senza il timbro dell’Eurocrazia.

Dopo aver investito centinaia di miliardi nel più costoso reality geopolitico del continente, rischiano che qualcuno spenga le telecamere prima del finale di stagione.

E allora ecco il panico:
non sia mai che gli americani trattino, i russi trattino, gli ucraini trattino… e l’Europa resti lì, con l’elmetto di cartone in mano e il manuale delle sanzioni aperto a pagina 47.

Ma la cosa più straordinaria è che Tajani queste cose NON le lascia trapelare.
Le annuncia.

Con la serenità di uno che crede di aver detto qualcosa di assolutamente normale.

Ed è per questo che bisogna volergli bene.

Perché in un’epoca di propaganda chirurgica, slogan prefabbricati e conferenze stampa scritte dagli uffici marketing della guerra… lui resta l’ultimo uomo capace
di inciampare nella verità.

Tajani non comunica.
Confessa. 😉

🔥
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Don Chisciotte

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sabato 22 novembre 2025

94 MORTO CHE MENTE. - Marco Travaglio

 

Siccome dicono che bisogna lasciar stare i morti, FI ha arruolato, oltre alla buonanima di B., anche quella di Tortora in una sceneggiata napoletana per Cirielli in Campania e il Sì al referendum, 31 anni dopo quello che Tajani chiama “un episodio molto grave e triste”: “L’avviso di garanzia a Berlusconi, impegnato a presiedere a Napoli un vertice mondiale contro la criminalità organizzata… consegnato non all’interessato, ma al Corriere della Sera… per reati inesistenti da cui anni dopo fu regolarmente assolto”. Purtroppo, come spesso gli accade, non sa quel che dice. Non era un avviso di garanzia, ma un invito a comparire per interrogarlo. I carabinieri inviati dal Pool di Milano a notificarlo il 21 novembre ’94 (dopo aver aspettato le elezioni amministrative) raggiunsero B. a Roma, dov’era atteso dopo il primo giorno del vertice. Ma cambiò idea e restò a Napoli. Così gli telefonarono e gli lessero l’atto fino al secondo dei tre capi d’imputazione: tre tangenti Fininvest alla Guardia di Finanza. B. mise giù senza dar loro il tempo di leggere la terza. E decise di presiedere il summit anti-crimine anche l’indomani, pur sapendo di essere indagato e di esporre l’Italia alla berlina mondiale. Non cambiò idea neppure il mattino dopo, quando il Corriere (con Avvenire) uscì con lo scoop: “Milano, indagato Berlusconi”. Ma il Corriere riferì solo “due pagamenti alle Fiamme gialle” e non il terzo, che il Pool aveva inserito nell’atto, ma i carabinieri non avevano fatto in tempo a leggere a B. È la prova che la notizia (peraltro nota all’indagato e non più segreta) non la passò il Pool, ma B. o uno dei suoi per scatenare l’Operazione Martirio.

“Reati inesistenti”? Magari: per le tangenti alla Gdf furono condannati i manager Fininvest corruttori e i finanzieri corrotti. B. fu condannato in primo grado, ma assolto in appello e Cassazione per “insufficienza probatoria”. La prova doveva fornirla il testimone David Mills, che gli aveva creato le società estere per fondi neri e tangenti. Ma mentì ai giudici e anni dopo scrisse al suo commercialista di aver incassato una mazzetta Fininvest di 600 mila dollari per “tenere Mr B. fuori dal mare di guai in cui l’avrei gettato se solo avessi detto tutto quel che sapevo”. Condannato in primo e secondo grado, Mills fu prescritto in Cassazione. B. invece, tra una legge vergogna e un finto impedimento, fu salvato già in Tribunale dalla prescrizione che aveva appena dimezzato per legge. Che c’entra in tutto ciò la separazione delle carriere? Nulla. Ma le Regionali c’entrano: la prescrizione-lampo fu un gentile omaggio della norma che porta il nome di Cirielli. Non avendolo ringraziato da vivo, B. rimedia da morto tramite il suo medium personale: Tajani. Che però, quando entra in trance, non ne esce più.

https://www.facebook.com/photo/?fbid=122224974764258149&set=a.122107736432258149

mercoledì 3 giugno 2020

Destre incapaci di manifestare in sicurezza. E volevano gestire l’emergenza. Salvini, Meloni e Tajani danno vita a un pericoloso assembramento. - Giorgio Iusti

TAJANI, MELONI, SALVINI

Deve essere terribile per uno che pensava di avere il potere in tasca e chiedeva pieni poteri essersi ritrovato in meno di un anno senza un minimo di potere e in calo vertiginoso nei sondaggi. Va da sé che Matteo Salvini non resiste. Sa che la sua forza arriva con selfie e bagni di folla. E ieri ha quindi dato vita a una manifestazione a Roma con migliaia di persone, un mega assembramento, una delle cose peggiori da fare per far ripartire la sinistra catena dei contagi da coronavirus. Dettagli a cui non bada chi pensa solo a fare cassa elettorale, o meglio spera, nonostante durante il lockdown abbia in continuazione omaggiato i medici definiti eroi. E quanto accaduto è la migliore risposta su cosa avrebbero rappresentato le destre e in particolare i sovranisti se si fossero trovati alla guida del Paese, nel momento in cui l’Italia si è trovata a fare i conti con la crisi sanitaria ed economica peggiore nella storia della Repubblica.
IRRESPONSABILE SPOT. In piazza del Popolo il leader leghista ha avuto una sola ossessione: ritrovare il suo popolo e sentirsi nuovamente Capitano. Con la mascherina rigorosamente tricolore, ma abbassata, Salvini si è abbandonato a invettive e foto. Tanto, come ha detto lui, “gli esperti dicono che il virus sta morendo”. Abbastanza da far provare imbarazzo persino a Giorgia Meloni, l’altra sovranista di lotta, dopo essere stata per anni di governo con Silvio Berlusconi, votando provvedimenti che ora dichiara ogni secondo di osteggiare. E all’azzurro Antonio Tajani, che in mezzo a quella folla urlante, appariva un pesce fuor d’acqua.
La leader di Fratelli d’Italia aveva invitato tutti a seguire l’appuntamento via social, ha tenuto naso e bocca ben coperti con la mascherina patriottica, ma appariva evidente che non sapeva come smarcarsi da una situazione improbabile, dove chi come lei aspira alle elezioni e a un Governo delle destre, il cosiddetto buon governo, da contrapporre a quello quotidianamente criticato di Giuseppe Conte, è finita per trovarsi alla guida di tutto quello che non va fatto per evitare al Paese di precipitare nuovamente nel baratro del Covid. Imbarazzo comune a quello delle forze dell’ordine. Non deve essere stato semplice infatti per chi indossa una divisa non poter bloccare quel pericoloso assembramento dopo aver fatto maxi sanzioni a coppiette e pensionati sorpresi a non rispettare l’ormai noto distanziamento sociale.
DURA VERITAS. I Verdi hanno annunciato un esposto alla Procura della Repubblica contro la manifestazione del centrodestra, per il mancato rispetto delle misure di sicurezza. “E’ un fatto vergognoso – ha dichiarato il coordinatore nazionale Angelo Bonelli – in sfregio a chi ha combattuto contro la pandemia”. ‘’Il sentimento di unità oggi è stato cancellato dalle immagini di una piazza vergognosamente strumentalizzata dal centrodestra con Salvini, Meloni e Tajani”, ha aggiunto la deputata pentastellata Anna Macina. Ma, oltre all’enorme rischio legato ai danni che può aver provocato un simile assembramento, a far tristemente riflettere c’è un dato: Salvini & C. non hanno saputo neppure gestire una manifestazione di piazza ai tempi del Covid-19 e per tutto il lockdown hanno sparato contro i giallorosa e in particolare contro Conte, sostenendo che l’approccio dell’esecutivo era sbagliato.
I sovranisti vorrebbero mettersi alla guida del Paese, che deve ancora difendersi da un punto di vista sanitario e far ripartire il tessuto economico ridotto a brandelli, quando non riescono neppure a tenersi la mascherina sul volto e a gestire i loro simpatizzanti. Passi il folklore, seppure pericoloso, dell’estrema destra e dei gilet arancioni del generale Antonio Pappalardo con la giacca da ufficiale Aperol. Passino quelle provocazioni sul virus che non esiste, i rappresentanti delle istituzioni da arrestare e tutto il repertorio del populismo più becero. Un film già visto. Di quelli che non verranno mai girati dentro le Camere o a Palazzo Chigi. Non sono quelle le forze presenti in Parlamento. Ma per la Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, quella che dovrebbe essere l’alternativa, è diverso. Ieri a Roma hanno abbassato davvero la mascherina, ma non solo quella che serve a evitare di diffondere il virus: hanno mostrato il loro vero volto con quanto sanno fare e le troppe cose che non sanno fare. Il Paese ora ha uno strumento in più per capire a cosa andrebbe incontro saltando sul Carroccio.