Per anni si organizzano convegni, comizi e campagne elettorali per spiegare agli italiani che il Reddito di Cittadinanza è il rifugio dei furbi, dei nullafacenti, degli assistiti cronici.
Si disegna una geografia morale del Paese: da una parte chi produce ricchezza, dall’altra chi la consuma.
Da una parte il sacrificio, dall’altra il divano.
Poi il sipario si apre e sul palco compare Riccardo Bossi.
Non un militante qualsiasi. Non un elettore distratto.
Il figlio del fondatore della Lega.
Il Tribunale di Busto Arsizio lo ha condannato a due anni e sei mesi per aver ottenuto indebitamente il Reddito di Cittadinanza attraverso false attestazioni, percependo circa 12.800 euro.
Dodicimilaottocento euro.
Non milioni.
Non tangenti.
Non paradisi fiscali.
Poco più di duecento euro al mese.
Ed è proprio questo il dettaglio che rende la vicenda quasi surreale.
Per una famiglia in difficoltà quella cifra può significare la spesa, le bollette, i libri per i figli.
Per il figlio del leader che ha cambiato la storia politica del Nord Italia dovrebbe rappresentare poco più di una mancia.
E invece sarebbe bastata a rischiare una condanna penale.
La vera notizia non è economica.
È antropologica.
Perché dimostra che il sussidio pubblico è scandaloso soltanto quando finisce nelle tasche della categoria sbagliata.
Quando invece bussa alla porta di casa propria, improvvisamente perde gran parte della sua carica ideologica.
Alla fine, più che una vicenda giudiziaria, sembra una favola morale.
Quelle in cui il predicatore viene sorpreso dietro l’osteria mentre assaggia con entusiasmo proprio il vino che aveva proibito agli altri.