Un diario, dove annoto tutto ciò che più mi colpisce. Il mio blocco per gli appunti, il mio mondo.
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venerdì 24 aprile 2026
LA MODICA QUANTITÀ MARCO TRAVAGLIO - Vendersi un po’ - IFQ- 24 APRILE 2026
Si temeva che il Nordio, stordito dalla botta referendaria a cui aveva contribuito da par suo, non si riavesse più. Invece è tornato a sparare scempiaggini più belle e superbe che pria. È ripartito da un suo vecchio cavallo di battaglia, spernacchiato dai migliori giuristi e dunque trasformato in legge dall’Ulivo e da B. negli anni d’oro dell’inciucio: la modica quantità di reato per colletti bianchi. L’Ulivo la applicò a evasori e frodatori e B. ai falsificatori di bilanci, cioè a se stessi, con indecenti “soglie di non punibilità”. Pm come Tinti, Greco e Davigo ironizzarono paragonandole alla modica quantità di droga consentita per uso personale. Ma mai fare una battuta: c’è sempre chi la prende sul serio. Infatti Carletto Mezzolitro riesce a dire, restando serio: “Se c’è la tenuità o la modesta quantità persino della droga, non è una bestemmia parlare di modestia anche di cosiddette ‘mazzette’”. Il paragone ovviamente non ha alcun senso. La legge sulla droga fissa la modica quantità in limiti tabellari di principio attivo per distinguere ciò che non è reato (il possesso per consumo personale) da ciò che lo è (il possesso per spaccio e traffico). La corruzione invece è sempre reato: il pubblico ufficiale e l’incaricato di pubblico servizio non devono prendere soldi, né pochi né tanti, né per atti dovuti né per atti indebiti. La gravità del reato la valuta poi il giudice con una pena più vicina al minimo o al massimo. Nessuno Stato serio consente a chi lo rappresenta di vendersi soltanto un po’: non ci si vende, punto, a prescindere dal tariffario. Il bene protetto è l’interesse della collettività contro chi lede il principio costituzionale di imparzialità della PA. E poi la corruzione è un reato seriale: chi si vende una volta tendenzialmente lo fa sempre, anche se magari viene scoperto per uno o per pochi episodi.
Però la giustizia italiana è talmente ingolfata, anche grazie a Nordio, che non si vede perché limitare la modica quantità ai colletti bianchi. L’Anonima rapisce un solo bambino per un paio di giorni in cambio di un modesto riscatto? Modica quantità. Un topo di appartamenti ruba i televisori e gli stereo, ma non tocca le casseforti? Modica quantità. Un contabile ruba solo 100 euro al giorno dalla cassa dell’azienda? Modica quantità. Un rapinatore di negozi e banche porta via solo metà dell’incasso? Modica quantità. Uno scippatore di vecchiette si tiene le pensioni, ma restituisce le borsette? Modica quantità. Un molestatore fa la manomorta sugli autobus, ma solo con tre dita? Modica quantità. La grande riforma potrebbe sfoltire anche i processi per stupro, in base a un principio immortalato da Marcel Prévost, ben prima di Nordio, nel romanzo Les demi-vierges: la verginità è questione di centimetri.
sabato 21 gennaio 2023
Petizione per cacciare il ministro della giustizia Nordio. - IlFQ
Vergogna Nordio, la petizione per cacciare il ministro della Giustizia – FIRMA ANCHE TU
L'INIZIATIVA - Il Fatto Quotidiano raccoglie le firme per chiedere ai presidenti della Repubblica e del Consiglio di portare alle dimissioni il Guardasigilli, che ha mentito più volte alle Camere, ha polemizzato con i pm che hanno arrestato Messina Denaro e ha minacciato riforme incostituzionali. La petizione è disponibile su Ilfattoquotidiano.it, sui nostri canali social e su Change.org. Condividila!
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martedì 11 febbraio 2020
Il Beccaria della Laguna. - Marco Travaglio 11 febbraio 2020

Un giorno sì e uno no, il fortunatamente ex pm veneziano Carlo Nordio ci spiega sul Messaggero, edito dal prescritto Francesco Gaetano Caltagirone, che la prescrizione è un diritto inalienabile dell’imputato e bloccarla è uno obbrobrio giuridico. Accusa il Bonafede di “sgretolare definitivamente i principi minimi del diritto”, soprattutto del “diritto alla difesa”, e “quel minimo di residua civiltà giuridica con la pericolosa riforma che rende eterni i processi”. E incita Renzi a fare scudo alla prescrizione col suo corpo: “La resistenza ne accrescerebbe la dignità politica”. Il Beccaria della Laguna, che quando indossava la toga preferiva un altro Cesare (Previti, con cui fu fotografato a cena), ce l’ha pure con l’altra riforma Bonafede, quella del processo, che prevede un tempo massimo per ogni grado di giudizio e azioni disciplinari per i magistrati che sforano per colpa loro. “Proposta assurda”, tuona Nordio: “la lentezza dei processi dipende da ben altre cause e i nostri magistrati avranno tanti difetti ma non quello della poltroneria”. Vero, se si guardano i carichi medi di lavoro delle toghe italiane, le più laboriose d’Europa. Il che però non esclude sacche circoscritte di fannulloneria, che vanno sanzionate caso per caso. Sempreché, appunto, come prevede la riforma Bonafede, si dimostri che un’indagine o un processo sono durati troppo non per motivi fisiologici o esterni, ma per colpa del magistrato.
Si potrebbero citare molti esempi. Due anni fa la Corte d’appello di Torino prescrisse un condannato per stupro e pedofilia su una bambina perché il processo era durato vent’anni. Il presidente della Corte chiese scusa alla vittima e alla famiglia. Ma, a proposito di indagini su politici, c’è il caso ancor più increscioso di un pm veneziano che nel 1993-’94 si prese per competenza tutte le indagini in corso in mezza Italia sui soldi delle coop rosse all’ex Pci e al fu Psi, indagando la bellezza di 278 persone. E nel 1995, da vero Superprocuratore nazionale anti-tangenti rosse, inviò un avviso di garanzia al segretario del Pds Massimo D’Alema e al suo predecessore Achille Occhetto per ricettazione e finanziamento illecito al loro partito dalle coop rosse (fu indagato anche Craxi, ormai uccel di bosco ad Hammamet). Molto critico col pool Mani Pulite per il presunto teorema del “non poteva non sapere” (mai usato in una sola indagine milanese), il bizzarro pm scrisse nell’avviso di garanzia che i tre politici “non potevano non sapere”. Ma nessuno obiettò nulla. Poi, dopo quattro anni di indagini, nel ’98 chiese il rinvio a giudizio di 93 pesci piccoli delle coop per reati contabili e fiscali.
E chiese l’archiviazione di 180 indagati, fra cui molti politici, compresi D’Alema e Occhetto, giungendo alle stesse conclusioni a cui erano giunti diversi anni prima i suoi colleghi di Milano, Torino e Roma (quelli sempre accusati di usare il teorema del “non poteva non sapere”, mai usato da alcuni fuorché da lui): non c’erano prove che i vertici nazionali conoscessero i finanziamenti delle coop a esponenti locali dell’ex Pci. Il gup però, nel 2000, decise di non decidere, almeno su D’Alema e Occhetto (Craxi intanto era morto), perché il pm non era competente su quasi nulla, salvo i fatti avvenuti a Venezia. Dunque stralciò tre tronconi dell’inchiesta e li trasmise alle procure delle città dove avevano sede le coop coinvolte (Padova, Rovigo e Treviso) e trattenne solo i faldoni sui fatti di Venezia, con 9 imputati in tutto: i dirigenti locali del Pds e della Lega Coop, che lui stesso archiviò in blocco. Quasi sempre su richiesta dello stesso SuperPm. Quanto a D’Alema e Occhetto, stabilì che il Superprocuratore non era competente a indagare neppure su di loro e ordinò di restituire il loro fascicolo alla Procura di Roma. Ma incredibilmente il SuperPm non lo fece, credendo che l’avesse fatto il gup e si dimenticò il faldone nel cassetto per quattro anni.
Fino al 2004, quando Bruno Vespa, lavorando a un libro, chiese notizie dell’inchiesta ai pm romani. Quelli caddero dalle nuvole, non avendo ricevuto nulla. E chiesero lumi al SuperPm, nel frattempo promosso a consulente del ministro leghista Castelli per il nuovo Codice penale. Il quale si batté una mano sulla fronte inutilmente spaziosa, aprì il cassetto pieno di polvere e ragnatele, ne estrasse il faldone su D’Alema e Occhetto con le sue richieste di archiviazione e lo spedì nella Capitale: appena 11 anni dopo l’inizio dell’indagine. La Procura di Roma richiese al gip, stavolta quello giusto, l’archiviazione dei due ex segretari. Che comunque non avrebbero più potuto subire alcun processo: trattandosi di fatti avvenuti fino al 1991, la prescrizione per gli eventuali finanziamenti illeciti (5 anni) e le ricettazioni (7 anni e mezzo) era scattata fra il 1996 e il ’98. Dunque l’amnesia del SuperPm li aveva tenuti sulla graticola inutilmente. Infatti furono risarciti dallo Stato con 9 mila euro a testa per l’ingiusto ritardo. Cioè per il “processo eterno” inflitto dal SuperPm 16 anni prima che arrivassero Bonafede e la blocca-prescrizione: a “sgretolare definitivamente” i “principi minimi del diritto”, soprattutto del “diritto alla difesa”, e “quel minimo di residua civiltà giuridica” rendendo “eterni i processi”, aveva provveduto in solitudine il nostro eroe. Che dichiarò serafico: “Era una mia inchiesta, me ne assumo la responsabilità… Dopo che avevo chiesto l’archiviazione, tutti erano convinti che la cosa fosse finita lì, nessuno si era più fatto vivo… Nessuno ha avuto danni, neanche d’immagine: infatti, 9mila euro è un risarcimento molto contenuto… Ora spero che lo Stato non chieda i soldi a me. In fin dei conti sono incerti del mestiere. Se poi mi vogliono crocifiggere, pazienza: pagherò”. Il suo nome è Carlo Nordio. Vergogniamoci per lui.
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