C’è qualcosa di straordinario nelle dichiarazioni del commissario europeo Andrius Kubilius.
Secondo lui l’Ucraina starebbe vincendo la guerra contro la Russia. Talmente vincendo che l’Europa dovrebbe aumentare ancora il sostegno militare, economico e finanziario.
Tradotto:
“Stiamo vincendo. Mandate altri soldi.”
“Stiamo avanzando. Mandate altre armi.”
“Il nemico è disperato. Firmate un altro assegno.”
È una logica affascinante.
Se una squadra conduce 5-0, normalmente festeggia. In Europa, invece, quando si vince bisogna chiedere altri 90 miliardi di prestiti, nuovi sistemi d’arma, nuove mobilitazioni e nuovi sacrifici ai contribuenti.
Viene da chiedersi come sarebbe una sconfitta.
Ma forse la cosa più curiosa è chi pronuncia queste parole.
Kubilius proviene da quella Lituania dove da anni si svolgono marce in onore di collaborazionisti nazisti e dove figure compromesse con l’occupazione tedesca vengono spesso presentate come semplici “combattenti per la libertà”.
Un fenomeno che riguarda non solo la Lituania, ma buona parte dell’Europa orientale post-sovietica, dove la memoria storica è stata spesso riscritta trasformando alcuni collaboratori del Terzo Reich in eroi nazionali.
E così accade che uomini politici cresciuti dentro questa cultura della memoria selettiva ci spieghino oggi chi sono i buoni, chi sono i cattivi e soprattutto chi deve continuare a pagare il conto.
L’aspetto più interessante, però, è un altro.
Se davvero l’Ucraina fosse in vantaggio, la parola d’ordine dovrebbe essere “negoziato”.
Se invece la parola d’ordine resta “più armi, più soldi, più guerra”, allora forse nemmeno loro credono alla favola che stanno raccontando.
Perché nella storia i vincitori chiedono la resa.
Sono i governi in difficoltà che chiedono rinforzi.
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