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martedì 30 giugno 2026

PRIMA. SEMPRE PRIMA.

 

I latini avevano una parola precisa: ordo.
Non significava soltanto “ordine”. Significava la gerarchia delle cose importanti. Perché una civiltà si riconosce da ciò che mette al primo posto.
Oggi sembra che la politica italiana abbia risolto il problema: basta che quel “prima” non riguardi l’Italia.
Prima gli interessi strategici degli altri.
Prima le guerre degli altri.
Prima le emergenze degli altri.
Prima le ricostruzioni degli altri.
Prima le priorità decise altrove.
Poi, se avanza tempo, ci si ricorda che esiste anche un Paese chiamato Italia.
Fa sorridere, amaramente, che tutto questo accada proprio sotto un governo che aveva fatto del sovranismo il proprio marchio di fabbrica.
Evidentemente, da qualche parte tra i vertici internazionali, le conferenze stampa e le fotografie di rito, quella parola è rimasta smarrita.
O forse è stata semplicemente archiviata insieme agli slogan elettorali.
Non è una questione di solidarietà internazionale, che è doverosa.
È una questione di misura.
Persino Cicerone sosteneva che il primo dovere di chi governa è la salus rei publicae, il bene della propria comunità. Non perché le altre non contino, ma perché nessun governante riceve un mandato per amministrare gli interessi altrui prima di quelli dei propri cittadini.
Oggi, invece, sembra quasi sconveniente pronunciare una frase elementare: l’Italia dovrebbe venire prima.
Ed è forse questo il paradosso più inquietante della nostra epoca: chi difende le priorità nazionali viene trattato come un estremista, mentre chi considera normale relegarle all’ultimo posto viene celebrato come uno statista illuminato.
Kafka avrebbe sorriso.
Noi, sinceramente, un po’ meno.