giovedì 2 luglio 2026

IL PROBLEMA NON È PIÙ MOSCA. È KIEV.

 

L’immagine raccontata finora era quella di un’Ucraina compatta: un solo leader, un solo indirizzo politico, un solo racconto.

Poi basta che Valerij Zaluzhny lasci intendere di voler correre per la presidenza e il copione cambia improvvisamente.

Secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, l’ex comandante in capo avrebbe comunicato a Zelensky la volontà di candidarsi. Il presidente avrebbe cercato di convincerlo a rinunciare, parlando del rischio di dividere il Paese. Altre indiscrezioni sostengono addirittura che lo abbia richiamato a Kiev per tastarne la fedeltà, temendo che il generale possa diventare il vero favorito di future elezioni.

È un paradosso notevole.

Rinviare le elezioni viene presentato come un sacrificio necessario per salvare la democrazia. Ma se qualcuno manifesta l’intenzione di parteciparvi, ecco che diventa un fattore di instabilità.

Più che una normale dialettica democratica, sembra la paura che il consenso reale possa essere diverso da quello raccontato.

Se Zelensky gode davvero dell’appoggio che i media occidentali descrivono, una candidatura alternativa dovrebbe essere poco più di una formalità.

Se invece basta il nome di Zaluzhny a creare tanta agitazione, significa che la partita decisiva non si gioca soltanto sul fronte militare, ma soprattutto dentro il potere di Kiev.

Perché la democrazia non si misura da quanti discorsi si fanno in suo nome.

Si misura quando arriva il momento di mettere una scheda nell’urna.

Don Chisciotte

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