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lunedì 10 agosto 2026

Ubi maior, minor cessat...

 

Ciò che avevo da dire su Ceuta si era sostanzialmente esaurito coi migranti. Della querelle successiva tra la ducetta della Garbatella — copyright dell’immenso Roberto D’Agostino, perché a ciascuno va riconosciuto il proprio genio — e il belloccio di Madrid mi fregava il giusto.
Cioè molto poco.
Non tifo in modo particolare per Pedro Sánchez, non vogliatemene. Mentre di Giorgia Meloni, come sapete, penso più o meno tutto il male politicamente consentito dal codice penale, ma non è nemmeno questo il punto.
Il punto è molto più semplice.
Lei è fesså.
E no, non perché sia fåscista. Quello, eventualmente, è un problema suo, dei suoi elettori e degli storici del futuro, che avranno parecchio materiale con cui divertirsi.
È fesså perché è proterva, perspicace come un piccione e dotata della capacità di valutazione del rischio di un opossum sotto acidi.
Perché Giorgia Meloni, a quanto si apprende, non si aspettava l’ultimatum di Madrid e soprattutto non si aspettava l’immediata ritorsione spagnola dopo la decisione italiana di sospendere Schengen in seguito agli arrivi di migranti a Ceuta.
E qui bisogna fermarsi un momento ad ammirare l’opera.
Perché tre giorni prima Madrid aveva già chiesto informalmente di togliere quelle restrizioni, considerate inutili anche perché da Ceuta non si esce verso il continente europeo come dalla porta girevole della Rinascente: esistono già controlli specifici alla frontiera. E pare che persino alla Farnesina avessero qualche dubbio sulla brillante idea di trasformare un problema spagnolo in una coda italiana al check-in.
Tant’è che il governo aveva già individuato una possibile via d’uscita: aspettare Ferragosto, vedere che succede, controllare se davvero dal Marocco parte una seconda ondata verso Ceuta e poi, eventualmente, togliere il blocco prima del primo settembre.
Una cosa quasi ragionevole.
Poi però arriva Sánchez e dice: cari italiani, se continuate così, noi facciamo altrettanto.
E improvvisamente la questione internazionale diventa una lite al parcheggio dell’Eurospin.
«AH SÌ? E ALLORA ADESSO NON LA TOLGO PIÙ.»
Perché questo, sfrondato dalle formule diplomatiche, è il capolavoro.
Meloni non vuole anticipare la fine delle restrizioni perché potrebbe sembrare che abbia ceduto a Sánchez.
Capite?
Non: serve ancora questa misura?
Non: protegge davvero l’Italia?
Non: esiste concretamente il rischio che i migranti arrivati a Ceuta raggiungano il nostro Paese?
Non: quali conseguenze avrà sui cittadini italiani, sulle compagnie aeree, sulle crociere, sulle agenzie di viaggio, sui rapporti con uno dei principali Paesi dell’Unione?
No.
CHE FIGURA CI FACCIO IO CON PEDRO?
E qui emerge uno dei problemi più seri di Giorgia Meloni come capo di governo: continua troppo spesso a ragionare come se fosse ancora sul palco di Atreju.
Solo che governare un Paese non è fare un reel.
In politica estera soprattutto esiste una regola piuttosto elementare: prima di tirare un calcio negli stinchi a qualcuno sarebbe opportuno verificare che quello non possa tirartene uno nelle pålle cinque minuti dopo.
Madrid può introdurre controlli sugli italiani.
Può farli molto meno selettivi dei nostri.
Può creare code, ritardi e disagi negli aeroporti spagnoli nel pieno di agosto, quando mezza Italia è in viaggio.
Può soprattutto costruire una risposta politica semplicissima: voi bloccate noi perché avete paura dei migranti arrivati a Ceuta? Benissimo. Noi blocchiamo voi ricordando che gli sbarchi in Italia sono aumentati e che esistono movimenti irregolari provenienti proprio dal territorio italiano.
Tana libera tutti.
E infatti a Roma la cosa pare abbiano cominciato a capirla.
Non perché sia improvvisamente apparso Metternich a Palazzo Chigi.
Sono arrivati quelli che, nella politica italiana, possiedono una capacità persuasiva infinitamente superiore a qualsiasi ambasciatore: gli operatori economici incazzati.
Compagnie crocieristiche.
Agenzie di viaggio.
Settore turistico.
Gente che, tradotto dal diplomatico, avrebbe fatto sapere: ma che cazzo state facendo?
Perché il sovranismo è bellissimo finché lo pratichi su Facebook.
Quando il signor Mario rimane tre ore in fila a Barajas con moglie, bambini e trolley perché Roma ha deciso di mostrare i muscoli a Madrid, il sovranismo comincia ad avere qualche problema di marketing.
Ed è qui che la faccenda diventa quasi irresistibile.
Perché adesso la diplomazia deve trovare il modo di far rientrare una crisi che non aveva nessuna necessità di nascere, mentre Palazzo Chigi deve contemporaneamente fare marcia indietro senza dare l’impressione di fare marcia indietro.
Che è uno dei grandi sport nazionali.
Probabilmente assisteremo quindi alla consueta meraviglia lessicale: non sarà una revoca ma una «rimodulazione», non sarà una retromarcia ma una «valutazione alla luce del mutato quadro», non sarà una resa ma una «decisione assunta autonomamente dal governo italiano».
Magari esattamente quarantasette secondi dopo che Madrid avrà ottenuto ciò che chiedeva.
Ma autonomamente.
Autonomissimamente.
Sovranamente.
Con tanto di tricolore sul cofano mentre inseriamo la retro.
E naturalmente Meloni attribuisce la reazione di Sánchez alle sue difficoltà interne, alle polemiche spagnole, alle vacanze a Lanzarote, alla playlist estiva, forse alla posizione di Saturno rispetto a Mercurio.
Può anche essere.
Sánchez può avere tutti i problemi politici di questo mondo.
Può essere vanitoso, opportunista, calcolatore, socialista, abbronzato e ascoltare pure Vamos a la playa dalla mattina alla sera.
Ma se il tuo avversario è in difficoltà e riesce comunque a metterti con una sola mossa nella posizione di dover scegliere tra danneggiare i tuoi cittadini e fare una figura di mėrda, forse il problema non è soltanto il tuo avversario.
Forse hai giocato male tu.
E qui torniamo all’opossum sotto acidi.
Perché un presidente del Consiglio non viene pagato per avere l’ultima parola.
Viene pagato per prevedere quale sarà la parola successiva dell’altro.
La politica internazionale funziona esattamente così: fai A, l’altro può fare B; quindi prima di fare A devi chiederti quanto ti costerà B.
Non puoi fare A, ricevere B e poi telefonare indignata dicendo:
«È UN RICATTO!»
No, Giorgia.
Si chiama reazione.
Era persino annunciata.
E adesso siamo arrivati al punto meraviglioso in cui una misura che il governo stesso stava pensando di accorciare rischia di essere mantenuta più a lungo per non dare a Sánchez la soddisfazione di pensare di aver vinto.
Questa non è geopolitica.
È Risiko giocato dopo quattro gin tonic.
Ed è proprio qui che Meloni mostra il suo limite più pericoloso: confonde continuamente la fermezza con l’ostinazione.
La fermezza è prendere una decisione difficile sapendo perché la prendi, quali conseguenze avrà e fino a dove sei disposto ad arrivare.
L’ostinazione è accorgerti che la decisione non serve più, che rischia di danneggiarti, che gli stessi interessi italiani suggeriscono di cambiarla, e mantenerla perché dall’altra parte c’è uno che ti sta antipatico.
La prima è leadership.
La seconda è quella cosa che facevamo a sei anni quando dicevamo:
«Adesso non lo voglio più perché me l’hai detto tu.»
Solo che a sei anni sul tavolo c’erano i broccoli.
Qui ci sono due Stati europei.
Ed è per questo che, alla fine, di questa nuova puntata di Ceuta mi interessa pochissimo Sánchez e ancora meno stabilire chi abbia il pisello politico più lungo tra Roma e Madrid.
Mi interessa una cosa sola.
Che quando governi l’Italia non puoi permetterti il lusso di trasformare ogni dossier in una questione personale, ogni critica in un affronto, ogni risposta in un ricatto e ogni retromarcia necessaria in una sconfitta da evitare a qualsiasi costo.
Perché a quel punto non stai più difendendo l’interesse nazionale.
Stai difendendo il tuo ego con l’interesse nazionale degli altri.
E il problema degli opossum sotto acidi non è che prendano decisioni sbagliate.
È che almeno loro, generalmente, non hanno la Farnesina.




D'altronde, agire senza pensare a quali possano essere le conseguenze prodotte dall'azione, è deleterio...
cetta.

sabato 1 agosto 2026

Il rubinetto della vostra paura

 

Fino a una settimana fa la maggior parte di voi non sapeva nemmeno collocare Ceuta su una cartina. Se vi avessero chiesto "dov'è Ceuta?" avreste balbettato qualcosa, forse confuso con Ceylon, forse pensato fosse una marca di caffè. Eppure oggi ne parlate come se fosse la vostra città natale, come se quel lembo di terra spagnola in Africa fosse il baluardo sacro della vostra identità, minacciato da un'orda di invasori.
Che ipocrisia miserabile.
Non vi siete indignati per le persone morte in mare mentre cercavano di attraversare a nuoto. Non una lacrima, non un pensiero. Ma appena avete letto "migliaia di migranti", il cervello ha smesso di ragionare e ha acceso l'allarme tribale. Poche migliaia di ragazzi disperati, ancora geograficamente in Africa, e voi tremate come se fosse in corso un'invasione vichinga.
E qui arriva la parte comica, se non fosse tragica: per arrivare in Italia da Ceuta, quei "pericolosissimi invasori" dovrebbero prima attraversare a nuoto lo Stretto di Gibilterra, poi camminare per l'intera Spagna da sud a nord, valicare i Pirenei, attraversare la Francia e infine scalare le Alpi. Un'epopea degna dell'Odissea, roba da far impallidire Annibale con gli elefanti. Ma per la vostra premier questo scenario da film catastrofico è talmente concreto da giustificare la sospensione di Schengen. Nessuno ride. Nessuno chiede: "scusi, ma di cosa state parlando esattamente?" No, si applaude e basta, perché la paura non ha bisogno di una cartina geografica per attecchire, le basta un titolo urlato in prima serata.
Siete vigliacchi comodi. Vigliacchi che non hanno mai rischiato niente in vita loro se non un mutuo o una diagnosi, e che si sentono invasi da chi ha rischiato la morte per attraversare un braccio di mare largo quanto un lago, per poi dover fare - secondo voi - un trekking continentale di duemila chilometri prima di rubarvi il lavoro in fabbrica a Bergamo.
Ancora più buffo è il fatto che nessuno di voi si è preso la briga di scoprire che non state nemmeno avendo paura di un'invasione spontanea. State avendo paura di un rubinetto. Un rubinetto che il Marocco apre e chiude a piacimento ogni volta che deve regolare un conto con Madrid: lo fece nel 2021 per punire la Spagna che aveva curato in ospedale il leader del Fronte Polisario, lo rifà oggi perché Sánchez è appena tornato da una visita di Stato in Algeria, il grande rivale regionale di Rabat, per chiudere la crisi del 2022 riguardante il Sahara Occidentale. E le fonti della Guardia Civil sono esplicite: da allora il Marocco ha allentato la vigilanza sul proprio lato della frontiera, una dinamica già osservata proprio nel 2021 dopo la visita di Brahim Ghali.
Rabat allenta la sorveglianza alla frontiera, i ragazzi si tuffano in acqua, e voi - puntuali come un metronomo - vi sentite invasi. Non da un popolo, non da una tragedia umana: da una mossa diplomatica. Siete talmente prevedibili che un governo straniero vi manovra il battito cardiaco premendo un bottone a mille chilometri di distanza, e voi manco ve ne accorgete, continuate a urlare "invasione" pensando di aver capito qualcosa del mondo.
E così dei vigliacchi che non hanno mai rischiato niente in vita loro se non un mutuo o una diagnosi si sentono invasi da chi ha rischiato la morte per attraversare un braccio di mare largo quanto un lago, usato come merce di scambio da un regime che vi conosce meglio di quanto conosciate voi stessi.
La parte più patetica è che siete pure manovrati due volte, e nemmeno ve ne accorgete. Prima dal Marocco, che apre e chiude la frontiera come un rubinetto quando gli conviene. Poi dai vostri stessi leader, che quel rubinetto lo trasformano in propaganda: Sánchez manda l'esercito per non sembrare debole, Meloni minaccia un trattato con un paese che l'Italia nemmeno confina, e voi bevete tutto senza fare una domanda, senza aprire un atlante, senza un briciolo di vergogna, senza chiedervi mai chi stia davvero tirando i fili di questa storia.
Più che dei migranti dovreste avere paura di essere quello che siete davvero: gente che si commuove per un rigore e resta indifferente per un cadavere in mare, purché quel cadavere abbia la pelle giusta e il passaporto sbagliato; burattini che tremano a comando ogni volta che qualcuno, in un palazzo a Rabat, decide che è il momento di aprire il rubinetto. 

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