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lunedì 22 giugno 2026

ALTRA NORMA "NELL'INTERESSE DEI CITTADINI" E GIGIOGGIA?

Se una procura regionale della Corte dei Conti, in un prossimo futuro, dovesse avere per le mani un’inchiesta su un esponente politico, locale o nazionale che sia, che può comportare un danno di almeno 10 mila euro, dovrà fermarsi.
Quel procuratore, con il fascicolo sottobraccio, dovrà precipitarsi a Roma nell’ufficio del Procuratore generale, unico dominus della vita di qualsiasi inchiesta, e sottoporsi a una doppia verifica. La prima, se essa merita di andare avanti, o se, all’opposto, la sua breve vita finisce già lì.
Se l’indagine continua a camminare non sarà comunque più il procuratore regionale a gestirla.
Nella migliore delle ipotesi sarà affiancato dal Pg o da un suo delegato.
Nella peggiore Roma la avocherà a sé. Sempre che sopravviva, e il Pg non decida che addirittura è meglio chiuderla lì senza più discutere.
Da mercoledì, quando il Pg della Corte, Pio Silvestri, ha incontrato i colleghi per discutere delle future leggi attuative della legge madre firmata dal meloniano Tommaso Foti il 22 gennaio, è questo lo spauracchio che agita le toghe contabili. Perché, di bavaglio in bavaglio, ne sta per cadere uno davvero pessimo per loro.
Riguarda, al contempo, le indagini, in particolare giusto quelle sui politici, nonché la sostanziale sottomissione e totale perdita di autonomia della toga che lavora in periferia rispetto al vertice romano. Tale e tanta è stata la sorpresa dopo l’incontro, che ieri in un’infuocata assemblea i magistrati della Corte dei conti hanno approvato un durissimo documento che non solo proclama lo stato di agitazione, ma chiede un incontro alla premier Meloni sulle “criticità” della riforma, ma al contempo affida al vertice della Amcc la richiesta di “un’ampia campagna di comunicazione per sensibilizzare le istituzioni e i cittadini sui rischi insiti nel testo, con eventi pubblici, iniziative divulgative e incontri con esponenti politici”.
Dopo lo scontro sulla separazione delle carriere, eccoci a un nuovo capitolo di durissima conflittualità con il governo.
Ma perché questa norma è così grave? Il Pg Silvestri ne parla mercoledì al Consiglio di presidenza, organo analogo al Csm delle toghe ordinarie.
La riunione è pubblica con tanto di collegamenti in streaming.
Lui espone il contenuto, ma non distribuisce testi scritti, e questo già crea allarme. Ai colleghi dice che sono a buon punto già tre decreti, disciplinare, poteri del Pg, geografia giudiziaria.
Emerge subito che la questione più dolente è la sostanziale e pesante sottoposizione delle procure regionali a quella di Roma, in cui le prime perdono l’autonomia investigativa.
La delega dice che il Pg può avocare le inchieste regionali se c’è un manifesto ritardo o la violazione delle linee guida che, con la riforma Foti, verranno impartite ogni anno.
Già così l’autonomia delle toghe contabili va in fumo.
Ma qui c’è di più.
Quando scatta l’avocazione? La legge Foti già la prevede per un ritardo o per aver violato le linee guida. Un Pg romano affiancherà il collega regionale, può chiedere la firma congiunta se la questione è giuridicamente nuova, o c’è una divergenza con le norme pregresse.
Ma ecco la novità, il caso peggiore, quello di inchieste rilevanti su un politico, un sindaco, un presidente di Regione, addirittura un ministro, oppure il valore del danno è di almeno 10 mila euro.
Qui non solo le procure regionali sono “commissariate” dal centro, ma il Pg va ben oltre la soglia dei poteri previsti dalla Foti, avocazione per inerzia o violazione delle disposizioni d’indirizzo e coordinamento.
Con questa norma delegata si “pesa” la portata stessa dell’inchiesta, tant’è che il Pg ha usato proprio la parola “pesatura” rispetto agli illeciti in ballo. “Siamo ben al di là dei rapporti tra la procura romana e quella regionale rispetto a quanto la stessa legge Foti aveva previsto, nei casi di particolare rilevanza, complessità o novità” chiosano i magistrati contabili.
Perché qui si arriva addirittura a chiudere il caso, a toglierlo alla procura regionale, avocandolo a Roma.
Col tetto di 10 mila euro, qualsiasi inchiesta potrà essere soppressa, commissariata, avocata.
Dando mano libera alla politica, sterilizzando la Corte dei Conti.
Il Fatto Quotidiano


Qui sorge il dubbio che questo governo preferisca l'illegalità alla legalità e che non ritiene che la legge sia auguale per tutti.
Oltretutto, volendo prendere in esame ciò che è scritto e sancito nella Costituzione, è, oltretutto, incostituzionale...
cetta

mercoledì 5 dicembre 2012

Stato-Mafia, Gup respinge eccezioni, processo resta a Palermo.



ROMA (Reuters) - Il procedimento per la presunta trattativa tra Stato e mafia resta a Palermo, come aveva chiesto la procura siciliana.
Lo ha deciso oggi il Gup Piergiorgio Morosini che ha rigettato tutte le eccezioni di incompetenza presentate dalle difese.
Anche gli ex ministri democristiani Calogero Mannino e Nicola Mancino - indagati a vario titolo insieme ad altre dieci persone - saranno giudicati dal giudice ordinario palermitano e non a Roma né dal tribunale dei ministri, come chiesto dai loro legali.
Il gup, infatti, ha stabilito oggi che i due politici non sono accusati di aver commesso il reato con riferimento alle loro funzioni ministeriali, funzioni che peraltro non ricoprivano all'epoca dei fatti contestati.
Gli indagati a vario titolo nell'inchiesta, oltre a Mannino e Mancino, sono: i boss mafiosi Totò Riina, Giovanni Brusca, Nino Cinà, Leoluca Bagarella e Bernardo Provenzano. Poi, Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco di Palermo, Vito; il generale dei carabinieri, Mario Mori, l'ex capitano dell'Arma, Giuseppe De Donno e l'ex capo del Ros, Antonio Subranni; il senatore Pdl Marcello Dell'Utri.
I reati ipotizzato a vario titolo sono violenza o minaccia a corpo politico dello Stato e concorso in associazione mafiosa. A Mancino viene contestata la falsa testimonianza, mentre a Ciancimino jr la calunnia (oltre al concorso in associazione mafiosa).
L'inchiesta è stata curata dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia e dai sostituti Nino Di Matteo, Lia Sava e Francesco Del Bene.
Su alcune intercettazioni raccolte dagli investigatori in questa inchiesta pende il giudizio della Corte costituzionale - che potrebbe arrivare tra la serata di oggi e la giornata di domani - dopo che il presidente della Repubblica ha sollevato un conflitto di attribuzione con la procura di Palermo.
Il Quirinale contesta, perché lesiva dei suoi poteri, la decisione dei pm di acquisire nell'inchiesta le intercettazioni di telefonate tra Mancino e la presidenza della Repubblica su possibili interventi di quest'ultima presso il Csm circa l'operato della magistratura palermitana.