Giorgia Meloni ha presentato come una grande vittoria politica l’ottenimento di maggiore “flessibilità di bilancio” in Europa. Tradotto: il permesso di spendere di più.
Molti hanno applaudito quella che, a mio avviso, è invece una sconfitta per l’Italia.
Se una famiglia fortemente indebitata convince la banca a concederle altro credito invece di imporle maggiore disciplina finanziaria, può sembrare una vittoria. In realtà sta semplicemente rinviando e aggravando il problema.
L’Italia si trova in una situazione analoga.
Ogni anno paghiamo circa 100 miliardi di euro di interessi sul debito pubblico. Una cifra enorme, paragonabile o superiore all’intera spesa per settori fondamentali come l’istruzione o la difesa.
Spesso si ricorda che l’Italia realizza un avanzo primario. È vero. Significa che, prima degli interessi, lo Stato incassa più di quanto spende. Ma poi arrivano gli interessi, l’avanzo si trasforma in deficit e il debito continua a crescere.
In un Paese con questi numeri, la priorità dovrebbe essere ridurre gradualmente deficit e debito, esattamente come previsto dal Patto di stabilità europeo. Non perché lo chieda Bruxelles o lo pretendano i mercati, ma perché ogni euro speso per interessi è un euro sottratto a scuole, sanità, infrastrutture, ricerca, sicurezza e crescita economica.
C’è poi un altro problema spesso ignorato: lo Stato italiano non soffre soltanto di scarsità di risorse, ma anche di una storica inefficienza nel modo in cui le utilizza. Sprechi, sovrapposizioni burocratiche e cattiva amministrazione continuano a pesare enormemente. Per questo la vera vittoria non sarebbe spendere di più, ma spendere meglio.
Ed è qui che emerge la differenza tra il politico e lo statista.
Il politico festeggia la possibilità di spendere di più.
Lo statista si preoccupa delle conseguenze che quella spesa produrrà tra dieci o vent’anni.
Lo stesso schema si ritrova nella questione delle accise sui carburanti.
Quando il prezzo della benzina sale, la pressione politica per intervenire diventa fortissima. L’automobilista vede un prezzo più basso alla pompa e il governo raccoglie consenso.
Ma prezzi più elevati degli idrocarburi incentivano anche il risparmio energetico, l’innovazione tecnologica, l’efficienza dei consumi e la riduzione della dipendenza dal petrolio. Intervenire continuamente per abbassarli significa rallentare cambiamenti che prima o poi dovranno comunque avvenire.
Ancora una volta: vantaggio immediato per la politica, beneficio discutibile per il Paese.
La storia italiana è piena di esempi simili.
Negli anni Ottanta Giovanni Spadolini cercò di richiamare l’attenzione sulla spesa pubblica. Bettino Craxi preferì una strada diversa. La famosa frase secondo cui le forbici erano il simbolo degli eunuchi rappresenta perfettamente una stagione in cui il consenso immediato prevalse sul rigore finanziario. Il debito che ancora oggi paghiamo nasce anche da quelle scelte.
Non è un caso che molte delle riforme più importanti e impopolari siano state realizzate da governi tecnici o da figure chiamate a intervenire quando la politica aveva ormai esaurito i margini di manovra.
La riforma pensionistica di Dini.
Il risanamento promosso da Ciampi.
La riforma Fornero.
L’azione di Draghi.
Tutte figure contestate e spesso demonizzate.
Per una ragione semplice: chi distribuisce vantaggi raccoglie applausi; chi presenta il conto raccoglie proteste.
Anche Matteo Renzi, pur governando complessivamente meglio di molti altri, quando si trovò davanti al lavoro di Carlo Cottarelli sulla spending review scelse la strada politicamente più conveniente. Licenziò Cottarelli e abbandonò una revisione della spesa che avrebbe inevitabilmente colpito interessi consolidati.
Ancora una volta la politica prevalse sul lungo periodo.
Per questo considero la “flessibilità” ottenuta da Meloni non una vittoria, ma il sintomo di un problema più profondo.
Da decenni l’elettorato premia chi promette di spendere di più e punisce chi prova a spiegare che il debito prima o poi presenta il conto.
Finché questa logica non cambierà, continueremo ad avere molti politici e pochi statisti.
Autore: Mark Pisoni
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Viviana Vivarelli
In che senso Renzi avrebbe governato meglio degli altri? Aveva la ferma intenzione di azzerare lo stato sociale. E vogliamo parlare delle sue privatizzazioni? Poste Italiane (ottobre 2015): È stata la privatizzazione più rilevante del periodo. Il governo ha collocato sul mercato azionario (quotazione in Borsa) circa il 38,2% del capitale, incassando circa 3,4 miliardi di euro. Lo Stato ha mantenuto la maggioranza assoluta attraverso il Ministero dell'Economia e delle Finanze (MEF) e Cassa Depositi e Prestiti (CDP).
ENAV (luglio 2016): La società che gestisce il traffico aereo civile in Italia è stata quotata in Borsa. È stato collocato sul mercato il 46,6% del capitale (compresa la quota di greenshoe), per un incasso complessivo di circa 833 milioni di euro. Il controllo è rimasto in mano pubblica tramite il MEF (53,4%).
Fincantieri (luglio 2014): Il gruppo cantieristico controllato da CDP Reti è stato quotato alla Borsa di Milano attraverso un'Offerta Pubblica di Vendita e Sottoscrizione (OPVS), riducendo la quota pubblica diretta ma mantenendone il controllo strategico.
Rai Way (novemmer 2014): Quotazione in Borsa del 30,5% delle azioni della società che gestisce la rete di trasmissione del segnale Rai, con un incasso di circa 300 milioni di euro rimasto alla capogruppo pubblica Rai.
Altre operazioni minori o indirette hanno riguardato la cessione di quote di CDP Reti (società in cui confluiscono le partecipazioni di Snam e Terna) a investitori istituzionali esteri (i cinesi di State Grid Europe Limited) nell'autunno del 2014. I piani per la privatizzazione parziale delle Ferrovie dello Stato (FS), sebbene discussi e impostati durante il mandato, non sono stati poi portati a termine.
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