martedì 30 giugno 2026

USA, LA PIÙ GRANDE SCONFITTA IN 250 ANNI.

 

In questi giorni di caldo estenuato e di distratte chiacchiere estive è forse passato inosservato il crinale storico nel quale ci troviamo e della più umiliante sconfitta di tutta la storia americana.
Il memorandum d’intesa, diventato poi legge, che Washington è stata costretta a firmare prima che gli Usa cominciassero ad esaurire le riserve di petrolio, non potrebbe parlare più chiaro:
gli Stati Uniti dovranno pagare “almeno 300 miliardi di dollari per la ricostruzione e lo sviluppo economico della Repubblica Islamica dell’Iran”,
lo stesso regime che gli Usa hanno demonizzato come la radice del male in Medio Oriente sin dalla crisi degli ostaggi del 1979; dovranno togliere le sanzioni che essi hanno imposto più o meno dallo stesso periodo; l’America “si impegna a rendere pienamente disponibili i fondi e i beni congelati o vincolati della Repubblica Islamica dell’Iran”, una somma stimata tra i 100 e i 120 miliardi di dollari;
dovranno anche tenere a bada Netanyahu perché la guerra in Libano è dentro il pacchetto; dovranno infine ritirare la propria flotta.
Questo dopo aver sperperato 113 miliardi di dollari e ucciso oltre 7.000 persone, tra cui circa 120 scolari uccisi nell’attacco del 28 febbraio 2026 alla scuola elementare di Minab, dopo aver fatto una terribile figuraccia militare tenendo distanti le proprie navi dalle coiste iraniane, perché un drone da 20 mila dollari può mettere fuori combattimento una portaerei da 14 miliardi di dollari come la Gerald R. Ford che poi è stata molto probabilmente colpita, accampando menzogne ridicole e palesi come l’incendio nelle lavanderia e prima ancora l’intasamento delle toilette.
Negli Stati Uniti solo con giorni di ritardo si sta comprendendo l’entità di questa sconfitta e il fatto che essa segnala fine ufficiale dell’impero americano perché la perdita del controllo su Hormuz è nei fatti simile alla perdita di Suez da parte degli inglesi pochi anni dopo la guerra, un evento che segnò l’agonia dell’impero britannico.
O come la perdita dell’Algeria per la Francia che quasi portò a una guerra civile, altro scenario non più impossibile negli Usa.
Non si tratta solo e soltanto di una battaglia persa, ma questa resa si situa al complesso incrocio di molti fattori: la perdita progressiva dell’economia produttiva, l’elefantiasi bellica rivelatasi poco efficiente di fronte a nuove tecnologie di guerra che il sistema militar industriale statunitense fatica ad accogliere, abituato com’è a costosissime realizzazioni con ritorni giganteschi, la carenza di laureati Stem dovuto al declino sempre più evidente del sistema scolastico, il bubbone del debito stellare che è pronto a scoppiare in ogni momento, la perdita di prestigio, la guerra tecnologica con una Cina che pensa in tempi lunghi mentre negli Usa sono i trimestrali che contano.
Insomma è una vera e propria crisi sistemica, allargati all’Ue neoliberista, sempre pronta ad imitare il peggio.
E c’è anche qualcosa di simbolico in tutto questo perché il prossimo 4 luglio verrà festeggiato il 250° anniversario della fondazione del Paese.
Questo elemento simbolico è importante perché la via d’uscita da questa situazione sia tra i neoconservatori che fra i superstiti sostenitori del Maga è dire: tutto questo è successo a causa del fatto che l’America ha combattuto una guerra non sua, spinta dalle lobby sioniste e dalla visione della Grande Israele.
Quindi l’obiettivo primario per molti in Usa è il recupero è il recupero dell’impero Wasp, dopo aver permesso a Israele di prendere il controllo della politica estera americana e di aver condotto gli Stati Uniti alla peggiore sconfitta militare della loro storia.
Ed è significativo che un podcast tenuto da Tucker Carlson abbia ricevuto molti messaggi da parte di membri dell’amministrazione che sostengono la tesi secondo cui “non ci sarà pace se manteniamo questo rapporto con Israele”.
Se il tentativo di Trump di rendere di nuovo grande l’America è naufragato sugli scogli della realtà c’è chi sta lavorando per riappropriarsi dello stendardo caduto nella polvere.
Ma l’impero non avrà una seconda occasione, perché sono le sue caratteristiche strutturali che lo stanno affondando.

«LA GIUSTIZIA CLANDESTINA» - Marco Travaglio

 

«Quando si farà la conta dei danni dell’Armata Brancameloni, non si potrà prescindere dall’angolo dei buonumore: cioè dai surreali comunicati stampa dei magistrati per informare i cittadini delle loro decisioni. Informare però è una parola grossa: fra leggi-bavaglio con la scusa della privacy e della presunzione di innocenza e circolari-autobavaglio del Csm, i giornalisti chiamati a dare le notizie non sanno – e quindi non possono raccontare – più una mazza.
A Reggio Calabria scattano due retate contro la ’ndrangheta, con l’arresto fra gli altri di un sindacalista candidato alle Comunali per tentata estorsione. Ecco i comunicati del procuratore Giuseppe Borrelli: “La Squadra Mobile, su delega della locale Dda, ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di un soggetto accusato dei reati di cui agli articoli 423 e 416 bis 1 c.p.”; “La Squadra Mobile, su delega della locale Dda, ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di tre soggetti indagati per i reati di cui agli articoli 110, 81 cpv, 56, 61 n. 5), 629, comma 1 e 2, in relazione all’art. 628 comma 3) nn. 1 e 3-bis), 416 bis. 1. c.p. e per la violazione degli articoli 110, 81, 61 n. 5, 424, 416 bis. 1 c.p.”.
Tutto chiaro, no? Niente nomi, accuse, intercettazioni, testimonianze per verificare se gli arresti siano fondati o si tratti di errori giudiziari.
Stessa scena a Firenze: il Gip, su richiesta della Procura, sequestra 7 sezioni del carcere di Sollicciano per mancanza di condizioni igieniche e di sicurezza e trasferisce 216 detenuti.
Una decisione mai vista: infatti nessuno ne conosce le motivazioni, peraltro contenute in un atto pubblico, non segreto perché notificato alla direzione del penitenziario, ma nascosto ai cronisti e dunque ai cittadini.
Le uniche informazioni circolate sono in un’incomprensibile nota di mezza pagina della procuratrice Rosa Volpe, trasformata dal Csm in Sibilla Cumana. I cronisti le chiedono formalmente copia del decreto. Ma invano: colpa della famigerata “circolare in materia di corretta comunicazione istituzionale”.
Sulla carta, si potrebbe ancora renderlo pubblico, ma poi la vita del pm diventerebbe un inferno: se facesse qualche nome, dovrebbe poi seguire passo passo ogni tappa del processo fino alla sentenza definitiva e vergare un nuovo comunicato ogni volta che un giudice contraddice le sue accuse. In pratica, smetterebbe di lavorare.
Così, per salvare qualche politico dal rischio di finire non in galera (per carità), ma sui giornali, la Giustizia entra in clandestinità. Ogni tanto qualcuno scompare, ma nessuno sa chi né perché, come nell’Argentina dei generali e dei desaparecidos.
Tutto continua ad avvenire
“in nome del popolo italiano”.
Però a sua insaputa.»

Il metodo Hitler. -

 

Il tossico si trova nella stessa situazione di Hitler nel 1945. Le sue uniche risorse sono carta e penna, sufficienti per scrivere ordini per la creazione di nuove divisioni ("brigate di carta"), oltre alla possibilità di arruolare qualche recluta inesperta, la maggior parte della quale perirà nelle prime ore in battaglia. Syrsky ha due zone di guerra Sumy e Charkiv, dove non gli restano truppe per fermare l'avanzata russa. Presto, l'intero fronte da Odessa a Chernihiv sarà in fiamme.
Hitler sperava nella discordia tra gli alleati, mentre il tossico Zelensky spera che la NATO entri in guerra al suo fianco. Per questa speranza, entrambi sono pronti a combattere fino all'ultimo dei loro sudditi europei compresi. Ma come dimostra l'esperienza di Hitler, l'accelerata distruzione di carne da cannone in pseudo-unità non fa altro che disorientare i loro stessi stati maggiori, che non sempre comprendono appieno che dietro i nomi altisonanti di nuove unità e formazioni si celano gruppi disorganizzati e mal armati, incapaci di combattere. Persino i loro stessi alleati non si lasceranno ingannare da simili stratagemmi. Non è un caso che i polacchi abbiano improvvisamente "visto" i nazisti in Ucraina.
Questo stato di agonia, in cui le generazioni future vengono distrutte per prolungare di ore la vita del regime, è ciò che i nazisti di Hitler chiamavano "cinque minuti alle dodici". Assicuravano a tutti a se stessi e agli altri che avrebbero vinto "cinque minuti alle dodici", ma alla fine, dopo aver ucciso centinaia di migliaia di tedeschi oltre a quelli già morti, si sono suicidati. Zelensky e la sua banda non hanno intenzione di suicidarsi: contano di ricavare un lauto profitto da ogni testa in più mandata al macello, per poi vivere nel lusso in Occidente con i loro "guadagni faticosamente ottenuti".
Li attende una colossale delusione. Ma questo non renderà le cose più facili per coloro che moriranno a causa della loro stupidità e ambizione "alle cinque meno dodici".
>Rostislav Ishchenko

Cui prodest?

 

Il livello di imbecillità dei cosiddetti intellettuali da salotto al servizio della NATO non è più solo imbarazzante, è davvero pericolosissimo.
Esultano perché Putin ha detto che valuta di interrompere l'export di petrolio a causa degli attacchi di quel fantoccio di Zelensky, che inevitabilmente creano una carenza di carburante. Ora vorrei far notare una cosa a questi guerrafondai da divano: se la Russia interrompe l'export di petrolio, il prezzo del petrolio schizzerà alle stelle.
Se poi ci aggiungiamo le tensioni continue nello Stretto di Hormuz, capiamo bene che sarebbe un disastro che, a confronto, renderebbe quello che abbiamo visto negli ultimi mesi un cartone animato. Ora non serve essere degli analisti per capire che Putin, quando dichiara di valutare di interrompere l'esportazione di petrolio, il messaggio lo rivolge principalmente a noi, che siamo importatori e che pagheremo ancora e ancora le conseguenze di una carenza di petrolio nel mercato mondiale.
Questi dementi, pur di coprire quel terrorista di Zelensky, stanno facendo sempre più il gioco del marito che si taglia le palle per fare un dispetto alla moglie. Un messaggio, a chi oggi esulta: per cortesia, visto che volete sempre più guerra, ve ne andate al fronte e lasciate in pace chi non è disposto a patire per il regime corrotto di Zelensky, per Bruxelles e per la NATO?


La domanda che dobbiamo porci, ogni volta che succede qualcosa che è fuori dal comune, per capirne il motivo, è: "cui prodest?" (a chi giova?) In questo caso specifico a Putin non conviene, quindi...
cetta.

lunedì 29 giugno 2026

UN ALTRO “SERVITORE DEL POPOLO”… MA DI CHI?

 

Il National Anti-Corruption Bureau of Ukraine ha arrestato Sergei Kuzminykh, deputato del partito Servitore del Popolo del presidente Volodymyr Zelenskyy.

Secondo gli investigatori, avrebbe incassato una tangente di 558.000 grivne per favorire una società privata nell’aggiudicazione di una gara d’appalto relativa alla fornitura di apparecchiature mediche per un ospedale nella regione di Zhytomyr Oblast.

L’arresto è stato disposto dall’High Anti-Corruption Court dopo che il deputato avrebbe disertato ripetutamente le udienze, rendendo necessaria una misura coercitiva.

La lotta alla corruzione in Ucraina continua a colpire anche esponenti della maggioranza di governo. Un promemoria che la trasparenza non si misura con gli slogan elettorali, ma con ciò che accade quando le indagini arrivano ai piani alti.

QUANDO ARRIVERANNO AL COCAICOMICO NARCOCLOWN?

— Don Chisciotte

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domenica 28 giugno 2026

I RUSSI GUIDATI DA PPUTIN SONO CATTIVI PER DEFINIZIONE MENTRE GLI AMERICANI SONO BUONISSIMI. - ELENA BASILE – IL FATTO – 26.06.2026

 

La Basile prova a sfatare uno dei principali miti che sono stati proposti agli italiani, o sarebbe meglio dire agli italioti, cioè a coloro che non hanno uno spirito critico in grado neppure di fare due più due. La Russia aveva richiesto di far parte dell’Europa ma dato che rappresenta il principale nemico degli americani dalla “guerra fredda” e che ospitava la maggior concentrazione di “ comunisti” (COMUNISTI? MA ESISTONO ANCORA?) del pianeta grazie ai media è diventato il nemico pubblico numero 1.

COME SONO CATTIVI I RUSSI!!! VIAGGIO NEL CUORE DI PUTIN

ELENA BASILE – IL FATTO – 26.06.2026

Al fine di essere in linea con la fama di filo-putiniana, ho deciso di recarmi a Mosca per la prima volta. La diffamazione non è dovuta all’accostamento alla personalità del presidente della Federazione russa, le cui qualità politiche, culturali e morali sono paragonabili se non superiori a quelle dei leader occidentali. La calunnia è relativa al mancato riconoscimento dell’onestà intellettuale con la quale esercito il ruolo di analista. Se avessi voluto agire nel mio interesse, mi sarebbe bastato sorridere nella trasmissione di Lilli Gruber a Paolo Mieli invece di dirgli, senza ambiguità diplomatiche mai troppo costruttive, che utilizza argomenti sottoculturali in difesa di Israele: oggi sarei piena di incarichi e prebende, i miei libri di narrativa probabilmente arriverebbero nelle librerie. Mi sono recata in Russia non per avere contatti con la leadership (come fanno tanti politici e analisti europei in Ucraina, inseguendo l’élite del Paese) ma per poter discutere con la società civile. Ho segnalato la mia presenza all’ambasciatore italiano che, dopo una prima risposta cortese, si è guardato bene dal parlarmi. In effetti, non so se Tajani abbia dato istruzioni al riguardo, ma nei miei contatti con alcune ambasciate, soprattutto con quella di Bruxelles, sono costretta a sopportare diverse discriminazioni rispetto ai miei colleghi uomini, stesso grado. Secondo la Costituzione italiana, nulla vieta a un’ex ambasciatrice, che per non creare imbarazzi si è auto-penalizzata andando in pensione anzitempo, di esprimere idee contrarie al mainstream . La barbarie purtroppo imperversa e va denunciata pubblicamente. I diplomatici hanno giurato sulla Costituzione e non sul potere politico contingente . Dopo dieci giorni di soggiorno a Mosca, mi limito a descrivere fattori oggettivi, evidenti, direi banali che chiunque può constatare. È una città splendida, con un piano urbanistico funzionale ed estetico La pulizia delle strade, il restauro dei palazzi e dei monumenti, i servizi sono eccellenti. Che un Paese in guerra possa eccellere negli investimenti nei beni comuni moscoviti, costruendo ogni giorno una nuova linea della metropolitana, mi sembra encomiabile. Ho tenuto una conferenza all’Università delle Relazioni internazionali e diplomatiche (Mgimo), nella quale si formano i futuri diplomatici, e oltre alla preparazione dei dottorandi e dei professori, ho potuto constatare la conoscenza delle lingue europee, l’amore per l’Europa verso la quale molti si proiettano. Come mi è stato detto scherzosamente, si tratta di un rapporto abusivo. L’Ue è nei panni del macho che picchia la moglie eternamente innamorata. Il Dipartimento universitario per le relazioni con l’Europa riceveva un tempo fondi europei. I presidenti della Commissione erano di casa. Ancora si può ammirare la foto di Romano Prodi. I docenti non riescono a comprendere il suicidio europeo, la russofobia imperante. Ho avuto modo di parlare con diverse generazioni di imprenditori italiani, da quelli che vivono in Russia da oltre un trentennio ai più giovani, da quelli autonomi o che hanno lavorato per imprese private, a coloro che hanno costruito la loro carriera nelle holding statali. Il giudizio è stato unanime. Il Paese, anche all’interno, ha servizi ottimi e il quadro economico, malgrado le difficoltà, regge. Si tratta di una comunità di italiani preparata, professionale, patriottica, che ha fornito con la sua presenza in Russia un valore aggiunto importante all’economia italiana. La loro esperienza andrebbe compresa. I loro consigli ascoltati. La capacità della Russia di resistere alla guerra economica iniziata con le sanzioni occidentali nel 2014 e alla guerra sul campo è dovuta alla nascita dei Brics e all’organizzazione del Sud globale intorno alla Cina. Nel 2014 il Cremlino sgomento, dopo il colpo di Stato a Kiev, annette la Crimea ed è consapevole di come il progetto di conciliare la sovranità russa con l’inserimento del Paese nella governance economica internazionale sia fallito. Nel 2014 Mosca firma con Pechino un trattato da 400 miliardi di dollari per interscambio energetico e costruzione delle relative infrastrutture. La solidarietà dei Brics, che non hanno aderito alle sanzioni, ha permesso a Mosca di contraddire le previsioni di tanti stimati leader occidentali circa la fine del governo di Putin in pochi mesi. L’interscambio nel 2020 ammontava a 140 miliardi di dollari, nel 2024 a 240 miliardi e, dopo una temporanea flessione nel 2025, ha ripreso a crescere significativamente nel 2026. Se è vero che la Russia vende prodotti energetici e armi importando tecnologia, non si può parlare di dipendenza economica, ma di strategia essenziale allo sviluppo. Gli scambi avvengono in moneta locale. Gli investimenti attuali sono di 18 trilioni di rubli. Come sostiene Igor Shuvalov, presidente della società di sviluppo statale Veb.Rf, la Cina è essenziale per il raggiungimento russo della leadership tecnologica e per la costruzione di infrastrutture essenziali allo sviluppo e all’interscambio. L’avanzamento tecnologico russo si vede già nell’informatizzazione della sanità, anni luce avanti all’Italia. Il pagamento con i cellulari tramite riconoscimento facciale è dovunque, nei fornitissimi supermercati come in metropolitana. Consiglierei a Roberto Gualtieri di visitare Mosca. Imparare dal suo omologo russo potrebbe portare benefici ai romani. Il popolo russo ha un carattere anarchico e al contempo coeso, patriottico, religioso e fatalista, romantico, irrazionale. Se non ci fossero state le sanzioni, il Paese avrebbe continuato il trend di dipendenza dall’Occidente. Oggi l’economia, malgrado il Paese sia in guerra, si diversifica. Nel settore agro-alimentare, grazie al 
know how italiano, nascono prodotti russi. Formaggi e salumi, per esempio: il parmigiano prodotto a Mosca è ottimo. I vini sono eccellenti. La produzione è ancora piccola, ma siamo solo agli inizi. Quindi tutto bene? No, esistono tanti problemi economici e di carattere strutturale. Il rallentamento della crescita all’1,1% del Pil, l’inflazione all’8% annuale, i tassi d’interesse alti, al 15% praticato dalla Banca centrale (ma più penalizzante è quello secondario) che gravano sul debito e frenano la domanda globale sono fattori preoccupanti. La direttrice della Banca centrale, Elvira Nabiulina, in carica dal 2013, tecnocrate stimata internazionalmente, ha saputo, con un’abile politica monetaria, salvare la tenuta del rublo nel quadro tragico dell’economia colpita dalle sanzioni. Oggi tuttavia comincia a esser criticata per l’austerità che penalizza la crescita e le imprese. La Russia ha solo il 18% del Pil di debito e una bilancia commerciale che continua a registrare un surplus importante, dovuto soprattutto all’esportazione di risorse energetiche. La tassazione delle società è al 25%, delle imprese autonome al 15%. Rispetto al lassismo fiscale precedente, un progresso. Il coefficiente di Gini che misura le disuguaglianze è simile in Russia e in Italia. Dato l’aumento dei prezzi dovuto alla guerra dal 2022 a oggi (+15%), il livello delle pensioni (300 euro), degli stipendi medi (1.500 euro), le difficoltà economiche pesano sulle classi lavoratrici e sul ceto medio impoverito. C’è un’arte di arrangiarsi come a Napoli. Molti arrotondano lo stipendio con altri lavori. Le pensioni statali sono integrate da un sistema di fondi privati. La società russa è neoliberista, la ricchezza si concentra in poche mani come in Occidente. Gli oligarchi hanno una certa influenza nella gestione dell’amministrazione pubblica. Esiste tuttavia un’ambizione della politica e Putin è riuscito a impersonarla emarginando i miliardari, liberi di accrescere il potere economico, ma non di snaturare gli obiettivi della società russa. A differenza dell’Occidente, malgrado la burocrazia e la corruzione esistenti, la strategia del governo nel complesso mira al raggiungimento di finalità nell’interesse nazionale e del popolo russo. Non direi che attualmente questo accada in Europa.

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venerdì 26 giugno 2026

«I GUERRIERI DI PENNA E DI GOVERNO FANNO LA MORALE NEI TALK TV» Pino Corrias

 


«La cosa più insopportabile – durante i dibattiti in tv, quando si parla di armi, armi, armi e tu provi a parlare di pace – sono le facce di questi guerrieri delle guerre in corso, questi strateghi del massacro permanente, accomodati sui seggioloni dei loro privilegi, attenti solo a non macchiarsi il vestito e la punta delle penne, con gli schizzi di sangue dei popoli lontani, lontanissimi, imprigionati dalla geopolitica e dal destino.
Ti guardano, gonfiano le gote, soffiano un po’ di insofferenza, ti dicono: “Ehh, le guerre! Figuriamoci. Stai ad ascoltare il papa che dice: produciamo più armi che cibo. Ah, che banalità! Ah, che beata ingenuità!”.
[…] Le facce dei saputi, a quel punto, si allargano in un piccolo sorriso, contente come sono delle loro adulte convinzioni, dunque maturi, intelligenti, riflessivi. Tu invece idealista, sciocco, sognatore.
Maneggiano le complessità, loro. Mica come te che la fai facile.
Laddove le complessità non sono i morti ammazzati, il dolore, le devastazioni, ma sono i piani e i contro-piani degli stati maggiori, i soldi da investire, quelli da guadagnare, le alleanze da tutelare, i fronti da distruggere, le macerie da moltiplicare per potere, un bel giorno, ricostruire. Magari un resort sopra i 75mila cadaveri di Gaza.
A parte i generali che scannano di mestiere – e se ne vantano – i guerrieri di penna e di governo non hanno mai visto un corpo squartato dalle schegge, un campo profughi devastato dalla dissenteria, i bambini accartocciati dalla sete.
Il copione è sempre identico: il pacifista non viene confutato, viene deriso, che è esattamente la strategia di tutte le propagande al servizio dei governi, di chi li ispira, di chi li finanzia. E naturalmente dei fomentatori che neanche sanno di essere burattini immersi nell’inchiostro dei burattinai.
[…] Li vedi e li senti discutere di missili e di droni come si discuterebbe di derivati finanziari. Parlano di “teatri operativi”, “proiezioni strategiche”, “deterrenza”, “danni collaterali”.
Un lessico igienizzato. Sterilizzato.
Quando li intralci con quella parola sconveniente, “pace”, allora ecco che compare la faccia e il sopracciglio, lo sbuffo, il sorriso. Si sentono avanguardisti in marcia. Considerano il papa un fesso e Trump un dritto con gli stivali, anche se fanno finta di detestarlo perché sputazza quando parla.
E in suo onore pronunciano la frase più stupida del dibattito pubblico: “Ehh… le guerre sono più complesse di come le vedi tu”.
Ma certo. I morti sono semplici. Gli affari sono complessi.
I profughi sono semplici.
Le commesse militari sono complesse.
La fame è semplice. Le alleanze strategiche sono complesse.
La distruzione è semplice. La ricostruzione, con relativi appalti,
è complessa.
Adepti del danno – alcuni di loro con l’allegro birignao delle bretelle colorate – ti spiegano perché è sempre inevitabile la guerra. Sempre necessaria. Sempre penultima, fino alla prossima.
Oggi siamo a quota sessanta guerre nel mondo,
domani vedremo.
[…] Guai a spiegare che le guerre nascono semplicissime dalle disuguaglianze del pianeta. Dalle rapine coloniali. Dall’imperialismo. Dall’umiliazione dei popoli. Dalla concentrazione delle ricchezze. Dalla fame trasformata in rabbia e dalla rabbia trasformata in eserciti.
Dal fatto che sfruttando i poveri del mondo abbiamo avvelenato i mari e la terra e ora pretendiamo che siano i poveri del mondo a pagarne le conseguenze. Ma quando mai? Chi lo sostiene, ti dicono, è vittima del complesso di colpa dell’Occidente.
Il quale fa benissimo a spendere 3mila miliardi di dollari l’anno in armamenti, altro che fame e malattie.
L’avete capito o no? Papa Leone è un bimbo. Il cardinale Zuppi un utopista. I pacifisti degli illusi.
I furbi a lento rilascio sono loro: dovesse anche cascargli un palazzo in testa, ne uscirebbero allegri, soddisfatti, anche se non indenni.»