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martedì 21 luglio 2026

Sanzioni alla Russia: il fronte europeo si sbriciola. Gli Stati scelgono i portafogli ed è scontro totale con Bruxelles.

 

La solidarietà europea si ferma davanti al portafoglio. Di fronte al ventunesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca, l’unità degli Stati membri è crollata. I governi nazionali si rifiutano di colpire le proprie imprese, preferendo i profitti aziendali alla linea geopolitica dura di Bruxelles.
Siamo arrivati al punto di rottura. Dopo quattro anni di restrizioni economiche e venti pacchetti approvati, la diplomazia europea ammette che la spinta morale si è esaurita. Il meccanismo dell’unanimità, necessario per approvare le sanzioni, è ora bloccato da una serie di veti incrociati.
L’ipocrisia di facciata sta cedendo il passo alla dura realtà economica. A parole tutti i leader concordano sulla solidarietà a Kiev, ma quando si tratta di firmare misure che colpiscono le industrie di casa, l’accordo svanisce. Cinque diplomatici dell’Unione Europea hanno confermato che i negoziati tra gli ambasciatori a Bruxelles sono ormai su un binario morto.
La mappa del dissenso: chi blocca le sanzioni
Non si tratta delle solite resistenze isolate di un singolo paese. Questa volta la fronda è ampia e unisce nazioni del Sud, del Centro e dell’Ovest europeo. Ognuno ha il suo “gioiello di famiglia” da difendere dall’autolesionismo economico.
Ecco una sintesi delle richieste di deroga che stanno bloccando l’accordo a Bruxelles:
Paese Settore da proteggere Richiesta specifica ed impatto economico.
Grecia Trasporto marittimo di GNL Esclusione dal divieto di trasporto di gas verso paesi terzi per tutelare gli armatori nazionali.
Germania e Portogallo Industria ittica locale Rimozione del divieto di importazione del pesce russo per difendere le aziende di trasformazione.
Francia e Italia Turismo e visti Ammorbidimento delle restrizioni sui visti d’ingresso per i militari russi, per non danneggiare il turismo.
Austria Settore bancario e finanziario Sblocco di 2 miliardi di euro di asset russi per tutelare il gruppo Raiffeisen Bank.
Questa mappa dimostra come ogni governo stia cercando di ritagliare eccezioni su misura, riducendo di fatto ogni nuovo provvedimento a una scatola vuota. In realtà tutti sono stanchi di questa politica che, francamente, non porta da nessuna parte.
Il caso macroscopico della Grecia e del gas liquefatto.
Il caso più clamoroso riguarda Atene. Il governo greco ha minacciato il veto sull’intero pacchetto se non otterrà tutele per il trasporto di gas naturale liquefatto (GNL) russo. La misura serve a proteggere direttamente gli affari della compagnia Dynagas, di proprietà del miliardario George Prokopiou.
Dynagas ha trasportato oltre 30 milioni di tonnellate di GNL dall’Artico russo dall’inizio del conflitto, per un valore stimato di circa 24 miliardi di dollari. Una sola delle sue navi speciali ha gestito carichi per 4 miliardi. I diplomatici greci difendono questa scelta spiegando che le sanzioni provocherebbero solo un danno autoindotto.
Se le navi europee si fermassero, il flusso di gas verso Asia o altri mercati non cesserebbe affatto. Servirebbe solo a regalare un enorme vantaggio strategico ai concorrenti internazionali extra-UE. La stessa Dynagas ha ricordato di avere contratti blindati fino al 2065, firmati molti anni prima del conflitto attuale.
La fine della tolleranza per i danni economici collaterali
La realtà è che molte grandi imprese europee hanno già subito perdite miliardarie nei primi mesi del conflitto, a causa dell’abbandono forzato del mercato russo. Chi ha già pagato il conto oggi guarda con forte irritazione a quei paesi che hanno continuato a fare affari d’oro con Mosca.
Gli esperti economici dei think-tank europei confermano che siamo ormai vicini al “picco delle sanzioni“. I leader politici nazionali hanno capito che le nuove misure andrebbero a colpire il nucleo duro delle loro economie interne. Non sono più disposti a farsi condizionare dalla pressione politica.
Inoltre, emerge una profonda differenza nella percezione del pericolo. Se per i paesi baltici e nordici la Russia rappresenta una minaccia esistenziale immediata per cui vale la pena sacrificare l’economia, per i paesi del Sud e dell’Ovest europeo il costo economico non è più giustificato dal livello di minaccia percepito.
Il realismo economico batte l’ideologia.
Il blocco del ventunesimo pacchetto dimostra che la strategia basata sulle sanzioni ha raggiunto il suo limite naturale. Quando lo scontro internazionale richiede il sacrificio di settori industriali strategici, gli Stati tornano inevitabilmente a fare i propri interessi particolari.
La scommessa di piegare la Russia attraverso l’isolamento commerciale si scontra così con la stanchezza delle imprese europee. Il mercato globale non accetta vuoti, e le aziende europee non vogliono essere le uniche a subire le conseguenze economiche di scelte puramente politiche.

domenica 29 maggio 2016

Caso Maro', insulto dunque sono. -

La famiglia di uno dei due pescatori uccisi
Tutto è possibile in politica internazionale, anche il prolungamento dell’agonia dei singoli esseri umani protagonisti di una vicenda legale che nasce dalla competizione d'immagine tra Stati sovrani. E’ infatti sempre più chiaro che il caso dei due maro’ Massimiliano Latorre e Salvatore Girone esula dalle circostanze che hanno portato allo scontro tra Stati cominciato oggi ad Amburgo presso la Corte Internazionale, dove in ballo c'è apparentemente il diritto dell’Italia di far giudicare da tribunali terzi i suoi soldati, accusati dalla magistratura indiana di duplice omicidio.
Un dato di fatto è che le accuse e le parole dure reciproche usate oggi dai rappresentanti legali di Delhi e Roma sono in contrasto con le regole di bon ton diplomatico sulle quali si basavano le relazioni precedenti al drammatico episodio del febbraio 2012, quando vennero uccisi due pescatori del Kerala mentre nelle vicinanze navigava la petroliera italiana dalla quale sarebbero partiti i colpi letali.
Fino a quel momento gli scambi culturali e quelli commerciali italo-indiani sembravano viaggiare, se non a vele spiegate, in un crescendo di accordi e interscambi proficui, non ultima la fornitura a Delhi di elicotteri Augusta della Finmeccanica, poi bloccata per i sospetti di corruzione emersi – è cosa nota – proprio nei giorni della polemica sull’arresto dei due marines in Kerala.
La Enrica Lexie prima di cambiare nome
La Enrica Lexie prima di cambiare nome
Due governi democratici non devono necessariamente scambiarsi dei convenevoli, ma i loro leader dovrebbero considerare i pro e i contro del mettersi a litigare come comari di villaggio lanciandosi insulti piuttosto che esporre posizioni ragionate e ragionevoli sulla base delle regole create proprio per dirimere le controversie. In entrambi i Paesi esistono elementi - singoli e gruppi d'opinione - poco propensi al dialogo, ma sono le ambiguità alimentate dai vertici degli Stati ad accrescere gli umori di anti-italianismo e anti-indianismo, le cui conseguenze possono essere varie e spiacevoli. Di certo dalla confusione di un’opinione pubblica disinformata non esce mai nulla di buono e nessuno presenta l’oggetto dell'arbitrato presso la Corte di Amburgo per quello che è: non una battaglia legale per dimostrare l'innocenza o meno degli imputati, ma la disputa sulla giurisdizione del caso, ovvero stabilire se la morte dei pescatori sia avvenuta o meno in acque internazionali.
Poiché la polemica viaggia da anni su diversi livelli non solo legali, ci si potrebbe cominciare a chiedere perché l’Italia non abbia proposto subito l’arbitrato di Amburgo (senso di colpa, tentativo di ricucire alla buona attraverso canali non diplomatici?), e perché l’India abbia deciso fin dal primo momento di accollarsi la responsabilità del giudizio anche nel dubbio della competenza giurisdizionale (clima elettorale infuocato nel Kerala dove è avvenuto il fatto, manovre in atto contro Sonia Gandhi l’italiana?).
Sappiamo che il governo italiano non solo ha cercato di trattare sottobanco con l’India per riportare a casa subito i due maro’ (e in diverse circostanze è pure riuscito a ottenere concessioni come il trasferimento temporaneo in patria di uno o entrambi i soldati), ma ha anche offerto e pagato una compensazione alle famiglie dei pescatori uccisi, mossa letta dall’India come ammissione di colpevolezza.
colosseo maro'Se i due governi avessero voluto una soluzione efficace e incontestabile da parte delle rispettive infuocate opinioni pubbliche nazionali, potevano concordare insieme di rivolgersi ad Amburgo e non trovarsi separati da un’animosità che non è degna di due Paesi di grande tradizione e cultura del diritto. Non avendo scelto fin da subito la strada consensuale dell'arbitrato, il caso Maro’ non è ormai sola materia di codici, ma di supremazia dei rispettivi ego patriottici, qualcosa di inafferrabile ai più, eppure estremamente importante per chi si imbeve di orgoglio nazionale e nazionalistico che prescinde per definizione dal buon senso.
Gli Stati Uniti (che pochi mesi fa hanno avuto un breve scontro diplomatico con l'India dopo l'arresto a New York di una diplomatica di Delhi, risolto in pochi giorni proprio usando la testa e non le viscere), l’Unione sovietica e le sue ex repubbliche, la Cina e i vicini sud-asiatici, molti Paesi sudamericani, africani e del medio oriente, tutti hanno incontrato oppure ospitato nell'ultimo anno il nuovo premier indiano Narendra Modi per farci affari insieme. Perfino il premier pachistano Nawaz Sharif ha più volte stretto la mano al "nemico" di sempre, anche se gli eserciti si sparano ancora ai confini e muoiono quasi ogni giorno soldati di entrambi i fronti.
Invece in Europa, durante il suo tour dello scorso aprile, Modi è stato accolto solo dalla Francia e dalla Germania, mentre la tappa di Bruxelles venne letteralmente fatta saltare all’ultimo momento. All’origine del mancato incontro ci sarebbe stata, secondo alcuni, l’opposizione della nuova neoministro degli Esteri comunitaria, l'italiana Federica Mogherini. Anche se altri fattori possono aver contribuito a quella decisione, che non ha portato e non potrà portare niente di buono nel lungo termine, la posizione pregiudiziale italiana ha fatto sì che l’intera Unione europea si schierasse almeno formalmente a favore del nostro Paese nel contenzioso sui maro’.
Federica Mogherini
Federica Mogherini
Se cio’ ha alimentato in alcuni la convinzione di essere nel giusto, è un fatto che una questione di principio è stata letteralmente messa davanti al più vasto interesse generale, che è quello di accrescere il benessere e le opportunità di interscambio tra le economie europee e un grande Paese emergente come l’India. Infatti ad aprile quando nazioni leader della UE quali la Francia e la Germania hanno ricevuto Modi, sono state poste da Hollande e Merkel le condizioni per la firma di lucrosi contratti commerciali a dispetto delle posizioni di principio e dei comunicati stampa di Bruxelles.
Certo, noi italiani siamo un popolo di romantici che vive di ideali di giustizia, poco importa se il clima sfavorevole verso l’India e viceversa puo’ danneggiare le nostre imprese. Eppure il giorno dell’incidente all’origine di tutta questa controversia, l’armatore italiano della Enrica Lexie a bordo della quale viaggiavano Latorre e Girone ordino' al capitano di fare marcia indietro e attraccare la petroliera nel porto di Kochi per consegnare i due marines. Molti sostengono che cio’ avvenne a dispetto delle direttive della Marina militare italiana che fornisce le scorte aalle mostre navi-cargo nelle regioni a rischio; altri assicurano che fu la polizia militare indiana a imporre invece la consegna sotto la minaccia di ritorsioni.
Ma la realtà potrebbe essere ben più semplice e ovvia. L’armatore napoletano non voleva rovinarsi i rapporti con le autorità dell’India attraverso le cui acque e porti sarebbero passate altre decine di navi della stessa compagnia, la Fratelli d'Amato Spa. Infatti oggi la Enrica Lexie, con quel nome ormai infausto per ogni superstiziosa compagnia che va per mare, è stata riverniciata e ribattezzata Olympic sky, così da farla navigare inosservata e far dimenticare un episodio che in fondo sembra nascere da un terribile sbaglio di valutazione. Se davvero i marines hanno scambiato i pescatori per pirati, sarebbe bastato insistere su questo punto, chiedere scuse formali e passare oltre senza scatenare tutto questo putiferio. Del resto quale altro misterioso motivo poteva esserci dietro l’uccisione di due poveracci a bordo di una carretta del mare che non poteva far paura a nessuno? Per questo verrebbe da dire, con l’armatore napoletano, “scordammoce 'o passato...” e smettiamola di farla troppo lunga.
I figli di uno dei pescatori uccisi al funerale del padre
I figli di uno dei pescatori uccisi al funerale del padre
Le stesse audizioni dell’arbitrato internazionale potrebbero essere un’occasione eccellente per mettere a tacere le opinioni pubbliche dei due Paesi con una sentenza rispettosa delle rispettive giurisdizioni partendo dall'eventuale attenuante del delitto causato dall'errore umano. Ripristinare i rapporti ai massimi livelli andrebbe infatti a beneficio di tutti, considerando che le stesse famiglie delle vittime non chiedono nessuna vendetta, consapevoli del possibile malinteso all’origine del delitto dei loro cari. Ma la macchina da guerra dei consiglieri legali, professionisti ben pagati che hanno interesse ad allungare tempi e aggiungere complicazioni, è ben oliata dall’uso strumentale del processo da parte di politici con l’occhio rivolto al consenso elettorale più che alle soluzioni ragionevoli.
Di sicuro né il vecchio governo Monti, protagonista della prima fase confusa, né quello attuale di Renzi, hanno tratto e trarranno niente di buono dai reciproci toni offensivi. Men che meno  il resto dell'Italia e dell'India, trascinate loro malgrado in una vicenda che porta benefici unicamente a una manciata di legulei del diritto internazionale.