C’è qualcosa di profondamente inquietante nel linguaggio che ormai arriva dai vertici politici, militari e industriali occidentali.
Non serve inventare complotti.
Basta ascoltarli.
Mark Rutte, segretario generale della NATO, ha evocato la necessità di essere pronti a una guerra della scala conosciuta dai nostri nonni: mobilitazione, distruzione, sofferenza, perdite estreme.
Donald Tusk ha detto che la Polonia non era mai stata così vicina a un conflitto aperto dalla Seconda guerra mondiale.
Il generale francese Fabien Mandon è andato ancora oltre: bisogna recuperare la forza d’animo necessaria ad accettare di «perdere i propri figli» e a «soffrire economicamente» se le priorità nazionali dovranno essere spostate sulla produzione militare.
Ursula von der Leyen ha rispolverato l’antico adagio:
«Se vogliamo evitare la guerra, dobbiamo prepararci alla guerra».
L’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare NATO, discutendo della guerra ibrida ha parlato della possibilità di essere «più aggressivi o proattivi», arrivando a ragionare sul concetto di azione preventiva considerata difensiva.
Poi arriva Roberto Cingolani, amministratore delegato di Leonardo.
E qui manca soltanto il rumore della sirena antiaerea in sottofondo:
«Non sta finendo la guerra, sta iniziando la guerra nuova».
E ancora:
«Se no ci sterminano».
Curiosa coincidenza lessicale: chi dirige una delle principali industrie europee della difesa ci spiega che dobbiamo investire nella difesa perché altrimenti ci sterminano.
È come chiedere al pescivendolo se faccia bene mangiare più pesce.
Ma il punto serio viene adesso.
Perché mentre l’Europa impara a parlare della prossima guerra, l’Ucraina continua a consumarsi dentro quella attuale.
La pressione russa verso l’asse Sloviansk-Kramatorsk cresce. Sono state disposte nuove evacuazioni nelle aree maggiormente minacciate della comunità di Kramatorsk.
La difesa aerea ucraina soffre una drammatica scarsità di intercettori: durante il grande attacco russo del 4-5 agosto, secondo i dati ucraini, nessuno dei 24 missili balistici lanciati venne intercettato.
Sul Mar Nero la guerra ha colpito duramente porti, navigazione commerciale ed esportazioni, costringendo Kiev a cercare sempre più alternative terrestri.
Insomma, mentre sul campo la situazione ucraina diventa sempre più difficile, nelle capitali occidentali non sentiamo quasi più parlare del famoso:
«Come arriviamo alla pace?»
Sentiamo parlare di:
armi,
riarmo,
economia di guerra,
sacrifici,
produzione militare,
attacchi preventivi,
figli da perdere,
popolazioni da preparare psicologicamente.
E allora permettetemi una domanda.
Ma siamo proprio sicuri che il problema dell’Europa sia ancora salvare l’Ucraina?
Perché comincia a sorgere un dubbio molto più scomodo:
che l’Ucraina stia diventando il gigantesco laboratorio nel quale l’Europa sta imparando ad abituare i propri cittadini alla guerra.
Prima ci hanno spiegato che mandare armi serviva per arrivare alla pace.
Poi che bisognava mandarne di più.
Poi che bisognava produrne di più.
Poi che bisognava spendere di più.
Adesso ci spiegano che dobbiamo prepararci a soffrire economicamente.
E qualcuno comincia persino a spiegarci che dobbiamo essere psicologicamente pronti a perdere i nostri figli.
Manca soltanto il dépliant:
“Terza guerra mondiale – prenota prima e risparmia.”
Il paradosso è feroce.
Se davvero la Russia fosse sul punto di travolgere l’Europa, capirei la mobilitazione.
Ma se dopo quattro anni e mezzo di guerra l’esercito russo combatte ancora nel Donbass, allora qualcuno dovrebbe spiegare come possa contemporaneamente essere abbastanza lento da impiegare anni per avanzare in Ucraina e abbastanza irresistibile da minacciare domani Varsavia, Berlino, Parigi e Roma.
Una delle due narrazioni, almeno, avrebbe bisogno di manutenzione.
E soprattutto vorrei sapere quando abbiamo deciso che la missione dell’Europa non fosse più impedire ai nostri figli di conoscere la guerra, ma prepararli educatamente all’eventualità di morirci.
Perché una cosa è la deterrenza.
Un’altra è trasformare lentamente la guerra in orizzonte normale della politica europea.
E quando una società comincia a considerare normale ciò che fino a ieri riteneva impensabile, il problema non è soltanto quanti carri armati possiede.
Il problema è che cosa ha smesso di considerare folle.
Gli USA, guerrafondai per eccellenza, stanno incitando l'Europa alla guerra, per assecondare interessi personali; sanno benissimo che da soli non potrebbero distruggere e vincere la Russia, quindi, ci stanno coinvolgendo a condividere le loro manie persecutorie... costringendoci, con metodi discutibili, a dichiarare guerra alla nazione che ci ha liberato da altri nazisti...
cetta.

Nessun commento:
Posta un commento