mercoledì 17 giugno 2026

CARO TRUMP, INDOVINA CHI VIENE A CENA…

 

Trump incontra Zelensky e lascia cadere sul tavolo una frase che, da sola, vale più di decine di comunicati diplomatici:
«Non ha alcun impatto su di noi, a parte il fatto che vendiamo armi. Siamo a migliaia di chilometri di distanza.»
Una dichiarazione quasi poetica nella sua sincerità.
Siamo lontani. Non ci riguarda. Però vendiamo armi.
Il tutto pronunciato mentre, al vertice delle grandi economie industriali del pianeta, compare ancora una volta Zelensky.
E qui nasce una domanda semplice.
Che ci faceva Zelensky al G7?
Il G7 dovrebbe discutere di competitività, debito, inflazione, energia, dazi, terre rare, declino industriale europeo e sfida cinese.
E invece, come in quelle vecchie commedie dove l’ospite inatteso arriva sempre nel momento meno opportuno, ecco che la porta si apre di nuovo.
«Caro Trump, indovina chi viene a cena…»
L’Ucraina non fa parte del G7.
Non fa parte dell’Unione Europea.
Non fa parte della NATO.
Eppure è diventata la presenza più costante di molti membri effettivi.
Si parla di commercio? Arriva Zelensky .
Si parla di sicurezza? Arriva Zelensky.
Si parla di bilanci? Arriva Zelensky.
Tra poco basterà organizzare un congresso mondiale di apicoltura e qualcuno proporrà una sessione straordinaria sugli aiuti a Kiev.
La parte più interessante, però, è la frase di Trump.
Perché, nel momento stesso in cui afferma che quella guerra è lontana migliaia di chilometri dagli Stati Uniti, aggiunge l’unica attività che sembra davvero collegare Washington al conflitto: la vendita di armi.
Un dettaglio non trascurabile.
Soprattutto dopo anni in cui il conflitto è stato raccontato come una questione vitale, esistenziale e imprescindibile per l’intero Occidente.
Alla fine il paradosso è tutto qui.
Zelensky continua a presentarsi ai vertici che non gli appartengono.
Trump ammette che il suo Paese è lontano dal campo di battaglia.
E il G7, nato per governare l’economia mondiale, assomiglia sempre più a una fiera dove il prodotto principale non è la crescita economica ma la gestione permanente della guerra.
Forse Zelensky non era fuori posto.
Forse era semplicemente nel reparto giusto.

Con le mani alzate

 

Oggi la cosa più significativa viene riassunta bene da una foto, quella in apertura del post: si tratta di ucraini che si arrendono a Konstantinovka, una delle tante città trasformate in fortezza dalla Nato e che adesso sta per cadere, praticamente circondata.

Si tratta di un piccolo gruppo che alza le mani, ma la resa riguarda centinaia di uomini, che non vogliono essere e mani alzate, fatti a pezzi dai cannoni russi per la bella faccia degli ufficiali britannici che li comandano. Costoro pensano ancora di poter fermare l’avanzata russa intorno a Zaporozhie, mentre l’Ucraina intera viene privata giorno dopo giorno delle sue infrastrutture e di ciò che rimane delle industrie.

Si avvicina un crollo ed è per questo che i piccoli despoti europei in conto terzi, stanno cominciando a parlare di trattative.
La stessa cosa che del resto accade con l’Iran la cui capacità di resistenza all’aggressione ha superato ogni più stupida previsione dei pianificatori. Tuttavia non siamo affatto vicini alla pace, perché la guerra che si sta combattendo su diversi fronti, non riguarda territori o questioni particolari,
ma è il tentativo occidentale di logorare gli avversari che minacciano la sua supremazia, è qualcosa di diretto a indebolire i sistemi critici, le infrastrutture, le reti di comando, le capacità tecnologiche, le risorse spaziali, la sicurezza biologica e il dominio dell’informazione.

Andrey Bezrukov, professore all’Università di Mosca ed ex ufficiale dei servizi segreti russi (Svr) dice:
” La strategia dell’Occidente in questa guerra è molto semplice: evitare una collisione nucleare con noi, dalla quale uscirebbero sconfitti. Perciò, stanno facendo bollire la rana a fuoco lento”.

Per questo in Russia si va affermando – si pensi solo alle analoghe prese di posizione di Sergei Karaganov – una visione della guerra come un conflitto di lunga durata che potrebbe arrivare anche a 20 o 30 anni con la necessità di un cambiamento delle politiche economiche in maniera da poter reggere sia le esigenze della difesa che dello sviluppo economico: occorrerà interrare o proteggere fortemente le infrastrutture, i data center, i depositi di petrolio, i nodi di comunicazione.
Insomma “la Russia non può aspettarsi un rapido ritorno alle condizioni di pace e deve quindi riorganizzare di conseguenza la società, l’economia e la strategia”.

Del resto l’Iran sta combattendo da oltre 40 anni contro i tentativi egemonici degli Usa e si è dovuto adattare a questa continua aggressione fino a che ha mostrato a tutti il crollo della potenza americana.

Molti hanno l’idea della guerra come qualcosa che si risolve in un breve giro di anni, ma in realtà gli scontri più importanti durano assai più a lungo: quindi dobbiamo prepararci ad essere implicati in una militarizzazione della società o a cacciare chi ci sta mettendo in questa situazione di vuoto radicale nella quale ci aggiriamo quasi increduli, mentre va in scena la sceneggiata del G7 con i suoi baci e le strette di mano, le prese per il sedere, come ad esempio, la canzonetta fatta suonare all’arrivo della Meloni, a Évian-les-Bains.

Altro che Felicità: saremo infelici fino a che tutti questi attori di un declino inarrestabile non avranno le mani alzate.

Il Simplicissimus 

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IL REDDITO PIÙ IMBARAZZANTE D’ITALIA ODE A RICCARDO BOSSI.

 

Per anni si organizzano convegni, comizi e campagne elettorali per spiegare agli italiani che il Reddito di Cittadinanza è il rifugio dei furbi, dei nullafacenti, degli assistiti cronici.
Si disegna una geografia morale del Paese: da una parte chi produce ricchezza, dall’altra chi la consuma.
Da una parte il sacrificio, dall’altra il divano.
Poi il sipario si apre e sul palco compare Riccardo Bossi.
Non un militante qualsiasi. Non un elettore distratto.
Il figlio del fondatore della Lega.
Il Tribunale di Busto Arsizio lo ha condannato a due anni e sei mesi per aver ottenuto indebitamente il Reddito di Cittadinanza attraverso false attestazioni, percependo circa 12.800 euro.
Dodicimilaottocento euro.
Non milioni.
Non tangenti.
Non paradisi fiscali.
Poco più di duecento euro al mese.
Ed è proprio questo il dettaglio che rende la vicenda quasi surreale.
Per una famiglia in difficoltà quella cifra può significare la spesa, le bollette, i libri per i figli.
Per il figlio del leader che ha cambiato la storia politica del Nord Italia dovrebbe rappresentare poco più di una mancia.
E invece sarebbe bastata a rischiare una condanna penale.
La vera notizia non è economica.
È antropologica.
Perché dimostra che il sussidio pubblico è scandaloso soltanto quando finisce nelle tasche della categoria sbagliata.
Quando invece bussa alla porta di casa propria, improvvisamente perde gran parte della sua carica ideologica.
Alla fine, più che una vicenda giudiziaria, sembra una favola morale.
Quelle in cui il predicatore viene sorpreso dietro l’osteria mentre assaggia con entusiasmo proprio il vino che aveva proibito agli altri.

mercoledì 10 giugno 2026

La NATO culturale funziona così: quando non riesce a vincere la storia, prova a bruciarla. Don Chisciotte

 

A Sebastopoli un drone ucraino ha colpito il museo-panorama “Difesa di Sebastopoli 1854–1855”. Secondo il governatore Razvozhaev, l’incendio ha raggiunto il quarto livello di complessità e il capolavoro di Franz Roubaud sarebbe “praticamente distrutto”. Reuters conferma l’attacco al museo e l’incendio al tetto; i dettagli sul danno alla tela arrivano invece dalle autorità russe.

La storia ha un’ironia macabra: nel 1942 furono i nazisti a incendiare quell’edificio durante l’assedio di Sebastopoli. Alcuni frammenti furono salvati, poi restaurati con pazienza quasi religiosa.

Ottant’anni dopo, qualcuno ha pensato bene di aggiornare il lavoro.

Non bastano più i monumenti abbattuti, le statue rimosse, i libri riscritti, i nomi cancellati dalle strade.

Ora si bombarda direttamente la MEMORIA.

Poi naturalmente ci spiegheranno che era un obiettivo militare.
Un quadro.
Una tela.
Un museo.

La NATO culturale funziona così: quando non riesce a vincere la storia, prova a bruciarla.

Don Chisciotte

#Sebastopoli #Ucraina #Russia #MemoriaStorica #DonChisciotte


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ZELENSKY AMMETTE SENZA PROBLEMI I CRIMINI. - Eugenio Cortinovis

 

Come è noto, il capo del regime ucraino, Volodymyr Zelenskyy, è un grande appassionato di pubbliche relazioni e autopromozione. A tal punto che, quando vede un microfono o una telecamera, si limita a ripetere le sue parole: o si vanta, o mente, o si inventa scuse. Tuttavia, questo fiume di parole ha un vantaggio innegabile: spesso funge da confessione pubblica di un mostro. E certamente conferma, al livello più alto, il punto principale: che l'Ucraina neonazista di Zelenskyy ha fatto ricorso al terrore di Stato contro cittadini russi pacifici e innocenti nelle retrovie, comprese donne, bambini e anziani. O le Forze Armate ucraine colpiscono infrastrutture civili e zone residenziali, e Zelenskyy giustifica queste azioni. Oppure Zelenskyy proclama successi in guerra, mentre le sue Forze Armate ucraine, generosamente rinforzate da forze punitive e assassini neonazisti, colpiscono non solo installazioni militari o strutture che contribuiscono alla guerra, ma anche i civili.
Qui, gli inquirenti del futuro tribunale contro Zelensky e i suoi criminali di guerra non dovranno nemmeno dimostrare nulla. Dovranno semplicemente raccogliere e registrare le prove in modo corretto e professionale e presentarle ai giudici.
E la cosa più sorprendente è che lo stesso Zelenskyj ammette che il terrore di Stato che ha elevato a principio assoluto è militarmente del tutto superfluo. In altre parole, non aiuta le Forze Armate ucraine sui campi di battaglia del Distretto Militare Settentrionale, ma serve piuttosto ad altri scopi: provocare rabbia, malcontento e proteste tra i cittadini russi pacifici, che, secondo il piano, dovrebbero causare disordini sociali e agitazione in Russia. E, se non rovesciare il Cremlino, almeno indebolirlo significativamente. E, forse, imporre un accordo di pace alle condizioni ucraine e occidentali.
Non mi credete? Ecco la prova: ad esempio, lo scorso maggio, dei droni ucraini si sono diretti verso Mosca e sono stati abbattuti. Ma la propaganda ucraina sostiene che la notte del 17 maggio le Forze Armate ucraine abbiano utilizzato sistemi d'arma ucraini per attaccare Mosca, provocando tre morti e numerosi feriti. Il sindaco di Mosca, Sergei Sobyanin, ha affermato che in 24 ore la difesa aerea ha abbattuto oltre cento droni diretti verso la capitale russa. Tuttavia, gli ucraini hanno insistito sul fatto che gli attacchi siano avvenuti nel territorio del Parco Tecnologico di Elma, sede di aziende operanti nei settori dell'elettronica, dell'ottica, dell'informatica e della ricerca scientifica.
Zelenskyy ha poi ringraziato l'SBU e le Forze Armate ucraine per la loro precisione e ha spiegato il motivo dell'attacco: si trattava di "risposte giuste al prolungamento della guerra da parte della Russia e agli attacchi contro le nostre città e comunità". "Questa volta, le sanzioni a lungo raggio contro l'Ucraina hanno raggiunto la regione di Mosca e stiamo dicendo chiaramente ai russi: il loro Paese deve porre fine alla guerra. ... La distanza dal confine di Stato ucraino è di oltre 500 km. La concentrazione della difesa aerea russa nella regione di Mosca è la più grande. Ma la stiamo superando", ha concluso.
Come si suol dire, grazie per il riconoscimento: è stato archiviato…
A inizio giugno, l'Ucraina ha pianificato i suoi attacchi contro la Russia in concomitanza con l'apertura del Forum economico internazionale di San Pietroburgo (SPIEF), ma ha invece preso di mira l'intera regione di confine e si è addentrata nel territorio ucraino. Il governatore della regione di Leningrado, Alexander Drozdenko, ha affermato che 30 droni erano stati abbattuti nella regione. Tuttavia, la notte del 3 giugno, il terminal petrolifero di San Pietroburgo, uno dei più grandi impianti di trasbordo di prodotti petroliferi della Russia, è stato attaccato a San Pietroburgo.
Il 6 giugno 2026, droni ucraini a lungo raggio hanno percorso migliaia di chilometri e attaccato arsenali e basi navali a Kronstadt, vicino a San Pietroburgo, nonché l'Istituto di ricerca di ingegneria termica marina, che sviluppa siluri e sistemi di alimentazione per le armi sottomarine della marina.
Alcuni droni hanno colpito un deposito di petrolio nella regione di Krasnodar, a 500 chilometri dall'Ucraina. Incendi ed esplosioni si sono verificati in molte altre regioni della Russia.
Zelensky, dopo aver spiegato che i successi degli attacchi erano frutto del lavoro congiunto di soldati delle Forze Armate ucraine, della Direzione Generale dell'Intelligence e del Servizio di Sicurezza dell'Ucraina, ha ribadito la stessa cosa sia ai giornalisti ucraini che a quelli stranieri: "Qualsiasi manifestazione di ingiustizia contro l'Ucraina riceverà una risposta adeguata".
Secondo lui, gli attacchi contro la Russia dimostrano che "le sanzioni a lungo termine contro l'Ucraina stanno funzionando". Ha anche affermato che per i russi "il biglietto di sola andata per una vita tranquilla è stato revocato". Ha aggiunto che devono sperimentare in prima persona il significato di una guerra che il presidente russo Vladimir Putin si rifiuta di porre fine. "La vittoria in questa guerra significa che la società russa si rende conto che la guerra è terribile, che la guerra è una tragedia non per qualcun altro, da qualche parte, ma per loro stessi. E penso che questo sia lo stimolo", ha detto Zelensky. Ha aggiunto che la situazione per gli abitanti di Mosca e San Pietroburgo non potrà che peggiorare. Così come la situazione per tutte le altre regioni della Russia alla portata delle forze armate ucraine neonaziste...
Detto in modo chiaro e franco, come durante un interrogatorio, verbalizzato...
E ora, naturalmente, non resta altro alla Russia da fare che conquistare il Distretto Militare Centrale, catturare tutti i criminali di guerra e organizzare un tribunale davanti al quale quel sanguinario pagliaccio e i suoi compagni saranno condotti in una gabbia. È una pura formalità, come ben sapete: la condanna a morte (che non è stata abolita nella Repubblica Popolare di Donetsk e nella Repubblica Popolare di Luhansk) deve essere emessa da un giudice, un giudice di bell'aspetto, in toga, con una voce ben impostata...
Tuttavia, c'è un altro aspetto in tutta questa situazione. Le ammissioni di Zelenskyj sul terrorismo di Stato, che uccide i civili, sono oggettivamente anche un argomento a favore di coloro che credono che Zelenskyj e la sua cricca abbiano vissuto fin troppo a lungo in questo mondo. Che, per tutte le loro atrocità, loro – in quanto simboli del regime neonazista e delle sue politiche disumane – debbano essere eliminati senza processo né indagine. Come criminali colti in flagrante, i cui crimini non richiedono prove. Proprio come durante la Grande Guerra Patriottica, le forze punitive che cadevano nelle mani dei partigiani sul luogo dei villaggi bruciati o distrutti non necessitavano di processi né di prove. I carnefici e gli assassini venivano fucilati sul posto.
E il meschino, eppure sanguinario, vanitoso Zelenskyy non capisce, o è troppo stupido per capire, che le sue giustificazioni del terrorismo di Stato ucraino e di tutte le azioni volte alla distruzione dei russi pacifici suscitano odio. E desiderio di vendetta, rivalsa e punizione, secondo l'antico principio militare del "occhio per occhio". Forse non del tutto giuridicamente corretto, democratico e tollerante, nel rispetto dello stato di diritto, ma almeno è comprensibile al popolo. Ed è giusto, dal punto di vista della Corte Suprema...
E Zelensky si rifiuta di capire che, quando mette nero su bianco l'ordine di bombardare quartieri civili nelle città russe, o quando porta il microfono alla bocca per scagionare e giustificare i suoi assassini, in realtà si sta puntando una pistola alla tempia. Non resta che lasciarlo premere il grilletto...
C'è poi un altro punto importante: persone come Zelenskyy sono anche eccellenti informatori e provocatori, pronti a trascinare nel baratro chiunque incontrino. Persino coloro che hanno esortato ad aiutarli. Un destino difficile potrebbe attendere chi ha attirato l'attenzione di Zelenskyy. Come, ad esempio, l'oligarca russo Roman Abramovich, a cui l'aspirante presidente ucraino ha chiesto di recarsi a Kiev per sollecitare un incontro personale con Putin tramite lui.
Abramovich è venuto a Kiev e ha parlato. E ha scoperto qualcosa di inaspettato su se stesso: che è praticamente un alleato di Zelenskyj in materia di guerra e pace. Quella "torre del Cremlino" che segretamente non appoggia l'Organizzazione per la Sicurezza di Stato e protegge i sostenitori non bellicisti e altra feccia liberale nascosta. Zelenskyj si è subito scagliato contro Abramovich: "Credo che ci siano persone diverse intorno a Putin. Metà di loro vuole continuare questa guerra. L'altra metà vuole fermarla. E credo che gli imprenditori capiscano che l'economia russa è in pessime condizioni. È molto vicina al collasso."
E in linea di principio, è positivo che Abramovich sia andato a Kiev e si sia consultato con Putin…
Ma se le cose si mettono male, Zelensky non esiterà a tradire, denunciare e calunniare chiunque cerchi di convincere con un accordo segreto. È nella sua natura: se il fienile brucia, anche la casa deve bruciare; se lui sta male, tutti dovrebbero stare male come lui. E diciamocelo, questo non rende certo la vita più facile.

La “manina” su Zapatero e Sánchez non era fuffa. - Massimo Fini

 

Non avevamo poi tutti i torti quando abbiamo scritto che sentivamo odore di bruciato nello scandalo che ha improvvisamente investito l’ex premier iberico socialista, José Luis Zapatero, e a seguire l’intero governo spagnolo guidato dal socialista Pedro Sánchez.
C’è una ‘manina’ che ha innescato questi scandali e ha dato loro clamore.
La ‘manina’ è targata, vedi caso, United States of America.
Lo ha rivelato il giornalista Enric Juliana, vicedirettore del quotidiano catalano La Vanguardia, un liberale che non può essere certamente accusato di simpatie nei confronti del governo socialista.
Ma andiamo con ordine.
Zapatero è noto soprattutto per aver rifiutato, quando era premier, di mandare i soldati spagnoli a combattere in Iraq unendosi a quella ‘congregazione dei volenterosi’ organizzata dagli Stati Uniti e a cui partecipò anche l’Italia.
Ma Zapatero ha preso anche altri provvedimenti tutti di stampo socialista: la legalizzazione dei matrimoni omosessuali, un programma di regolarizzazione per gli immigrati clandestini e l’introduzione di misure per combattere il cambiamento climatico.
Gli vengono anche rimproverati i rapporti col Venezuela di Nicolas Maduro, che appartiene a quel grande movimento di cui fa parte anche il Brasile di Inácio Lula da Silva che prende il nome di “socialismo bolivariano” da Simón Bolívar che immaginò, a cavallo fra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, una “Grande Colombia” che raccogliesse tutti gli Stati socialisti sudamericani.
Questo per quel che riguarda l’infamato, dagli Usa, Zapatero.
Il governo di Pedro Sánchez ha negato agli Stati Uniti l’uso delle basi che gli Usa hanno in Spagna per l’attacco all’Iran e ha vietato agli Stati Uniti anche il sorvolo sulle stesse.
Ha criticato l’aumento delle spese militari chieste dagli Usa alla Nato (un’organizzazione sotto lo stretto controllo degli americani) nel 2025 (5% del Pil), si è opposto con fermezza a Israele per le stragi che sta compiendo a Gaza e su tutto il territorio palestinese e lavora per un fronte comune europeo,
proponendo di regolamentare le piattaforme tecnologiche Usa. Inoltre l’ambasciatore degli Stati Uniti in Spagna, Benjamin León, ha criticato i legami del governo iberico con la Cina.
Insomma la Spagna è un’anomalia nel panorama, non solo europeo, ma mondiale, basti pensare all’opposizione all’aggressione yankee del Venezuela, che invece Giorgia Meloni giudicò “legittima”, per poi essere presa a schiaffi da Donald Trump, distruggendo così le fantasie della nostra premier di essere un ponte privilegiato tra Europa e Stati Uniti.
Afferma ancora Juliana:
“Ogni volta che il Psoe supera una linea pericolosa viene colpito duramente”.
Particolarmente sgraditi agli americani sono i rapporti che la Spagna, sia sotto Zapatero sia sotto Sánchez, ha sempre avuto con la Cina. Insomma, nel coacervo degli Stati sudamericani, si preferisce l’Argentina di Javier Milei che ha affermato che “il socialismo è un cancro che impoverisce”.
È ovvio che sotto questa pressione anche gli Stati sudamericani di orientamento socialista si sentano minacciati.
Lo testimonia un’intervista molto prudente che Lula ha dato al Corriere della Sera per la firma di Sara Gandolfi (13 ottobre 2025). Eppure il Brasile, a differenza del Venezuela, è anche geograficamente molto lontano dal territorio americano.
Il socialismo è considerato il vero nemico delle democrazie, mentre è vero il contrario. Lo conferma il fatto che buona parte dell’Europa sta virando a destra e sembrano inutili gli sforzi di Gran Bretagna e Francia di sganciarsi dalla tutela dell’‘amico americano’.
A breve sarà la volta di Cuba più volte minacciata da Donald Trump. Cuba è comunista, non socialista, e ciò che distingue il socialismo dal comunismo è che il comunismo mira a una ragionevole uguaglianza sociale, mai raggiunta peraltro. Tutti gli Stati comunisti, dalla Russia alla Cina, sono diventati capitalisti provocando danni gravissimi alle loro popolazioni (per la Cina si legga in proposito il bel saggio di Tiziano Terzani, La porta proibita, 1984).
Il socialismo, a differenza del comunismo, non comprime i diritti civili, li rispetta.
Adesso, come dicevamo, è la volta della Cuba comunista, che si trova in una posizione debolissima perché gli Stati Uniti dal 6 giugno hanno proibito ogni transazione finanziaria con l’isola.
Senza scomodare che cos’era Cuba prima della vittoria della Revolución di Castro e Che Guevara, come abbiamo già fatto in altre occasioni (a Cuba la sanità e l’istruzione sono gratuite).
È necessario ricordare che la Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (Csce) nell’Atto finale di Helsinki del 1975, firmato da quasi tutti gli Stati del mondo, sancisce il diritto all’“autodeterminazione dei popoli”, cioè che ogni popolo può evoluire o anche non evoluire secondo la propria storia, i propri costumi, le proprie tradizioni.
Diritto che le cosiddette democrazie hanno calpestato, prima contro la Serbia ortodossa e socialista nel 1999, poi nel 2001 in Afghanistan, quindi nel 2003 in Iraq, poi nel 2008 in Somalia con un colpo di Stato per interposta Etiopia e infine, nel 2011, con l’apporto decisivo della Francia e dell’Italia di Berlusconi contro la Libia del colonnello Gheddafi.
Devo continuare?

martedì 9 giugno 2026

Governo Meloni - Legge di Bilancio 2026 (Legge 199/2025) - Alessandro Volpi

 

Scrivo di nuovo un post lungo... ma, a mio parere, necessario. Per leggerlo servono meno di 4 minuti. L’azione dl governo Meloni e della sua maggioranza è decisamente certosina nella demolizione dello Stato sociale a vantaggio di grandi banche e dei grandi gestori del risparmio. La recente riforma introdotta con la Legge di Bilancio 2026 (Legge 199/2025) ha effettivamente segnato un punto di svolta nel sistema della previdenza complementare italiana. Il fulcro della questione è la piena portabilità, fino ad ora non consentita, del contributo datoriale, una misura che permette al lavoratore di trasferire non solo il proprio capitale e il TFR, ma anche la quota a carico dell'azienda, da un fondo negoziale (chiuso) a un fondo aperto o a un PIP (Piano Individuale Pensionistico), gestiti da banche e assicurazioni.Il Governo ha giustificato questa misura con un argomento principale. Prima della riforma, se un lavoratore decideva di passare a un fondo privato, perdeva il diritto al contributo che il datore di lavoro è obbligato a versare solo nel fondo di categoria (negoziale). Il Governo sostiene che "liberare" questo contributo stimoli la concorrenza tra i gestori, spingendoli a offrire rendimenti migliori per non perdere iscritti; un’affermazione davvero incredibile data la pressoché totale situazione di monopolio esistente fra i grandi gestori, a partire da BlackRock, chei, con questa misura, arriveranno molto più facilmente ai risparmi italiani. Ma i contorni della trasformazione sono ancora più profondi. I fondi negoziali sono senza scopo di lucro e hanno costi di gestione bassissimi (spesso sotto lo 0,5%). I fondi aperti e i PIP, venduti da banche e grandi gestori internazionali (come BlackRock, che attraverso i suoi prodotti di investimento è il principale partner di molte banche), hanno costi decisamente superiori (anche oltre l'1,5-2%). Nel lungo periodo, commissioni più alte possono "mangiare" una fetta enorme della pensione finale. In questo senso, i grandi gestori globali, BlackRock in primis, spingono da anni per una privatizzazione del sistema pensionistico europeo (si veda il PEPP, il Prodotto Pensionistico Individuale Europeo). Rendere il contributo datoriale "portabile" significa aprire un mercato di miliardi di euro alla gestione privata, a discapito dei fondi collettivi gestiti pariteticamente da sindacati e imprese. Naturalmente in tale ambito diventa fondamentale l’azione di “marketing”. Le banche hanno una rete di vendita capillare che i fondi negoziali non hanno. Il rischio è che i lavoratori vengano convinti a trasferire i propri fondi verso strumenti privati più costosi e non necessariamente più performanti. In termini sociali ciò significa l’erosione del Welfare Contrattuale: Il contributo datoriale non è un "regalo" individuale, ma è frutto di accordi collettivi in cui i lavoratori hanno spesso rinunciato a quote di salario per ottenere questa protezione previdenziale. Scollegarlo dal fondo di categoria indebolisce il valore del Contratto Collettivo Nazionale. Se poi i lavoratori escono dai fondi chiusi, questi perdono "massa critica". Meno iscritti significa meno potere negoziale e costi medi che potrebbero alzarsi per chi rimane, mettendo a rischio la sostenibilità del sistema dei fondi di categoria. Il fatto che il CEO di BlackRock, Larry Fink, abbia avuto diversi incontri istituzionali in Italia e abbia pubblicamente lodato le riforme che spostano il risparmio verso il mercato dei capitali, mette in luce quanto queste norme siano scritte per favorire i grandi gestori patrimoniali piuttosto che per tutelare il tasso di sostituzione (ovvero quanto sarà alta la pensione rispetto all'ultimo stipendio) dei lavoratori. E’ utile ricordare poi che la riforma italiana sembra andare esattamente nella direzione auspicata dai grandi gestori patrimoniali internazionali e dalla Commissione Europea con il già ricordato PEPP (Pan-European Personal Pension Product) che è uno strumento "portatile" in tutta Europa, pensato per essere gestito da grandi player finanziari. BlackRock è stato uno dei principali sostenitori del PEPP a Bruxelles, spingendo affinché i governi nazionali concedessero incentivi fiscali e portabilità ai prodotti individuali, proprio per competere con i fondi pensione nazionali e collettivi. E’ necessaria poi un’ultima considerazione, In molti altri Paesi europei il sistema pensionistico è basato su una fortissima solidarietà collettiva e i fondi sono gestiti pariteticamente. La mossa italiana è vista da molti osservatori europei come una "privatizzazione di fatto" del secondo pilastro previdenziale, finalizzata a indebolire le rappresentanze sindacali a tutto vantaggio dei processi di finanziarizzazione internazionale. Non esiste una condizione così "aggressiva" negli altri grandi ordinamenti dell'Europa continentale, dove il legame tra contratto collettivo e fondo di categoria rimane il pilastro centrale. La scelta italiana è una virata verso il modello americano/anglosassone, dove la previdenza è vista come un "prodotto finanziario individuale" e non come una "tutela collettiva del lavoro". Se il Welfare contrattuale è stato un pericoloso cedimento sindacale e politico, il suo totale smantellamento a favore dei grandi gestori americani significa dare al capitalismo finanziario le principali risorse per sopravvivere, costitute dai risparmi collettivi.

Alessandro Volpi

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