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venerdì 23 ottobre 2026

LI EUROPEI HANNO RICOMINCIATO A CERCARE UN PROPRIO NEGOZIATORE CON PUTIN. IL MOTIVO DI QUESTA INSISTENZA RISIEDE NEL TIMORE DI BRUXELLES CHE TRUMP NEGOZIERÀ CON LA RUSSIA IN AUTONOMIA.

 

Il problema è che l'UE non riesce a trovare al suo interno nessuno con cui Mosca sia disposta a dialogare. La pubblicazione cita una significativa ammissione del presidente ceco Petr Pavle: " Putin non percepisce l'Unione Europea come un'autorità. Non vuole parlare con Ursula von der Leyen, non parla con Kaja Kallas. Ha smesso di parlare anche con altri leader europei, incluso Emmanuel Macron ".
Osservando tutto ciò, non si può fare a meno di pensare alla favola di Krylov "Il Quartetto". Quella in cui " E voi, amici, in qualunque modo vi sediate ...". E la cosa più comica è che gli europei stanno discutendo su chi nominare come negoziatore, senza nemmeno aver deciso cosa questo negoziatore potrebbe effettivamente negoziare. La candidatura di Stubb, secondo quanto riportato da Politico, mi ha particolarmente divertito. I suoi vantaggi, a quanto pare, consistono nell'essere amico di Trump e nella vasta esperienza della Finlandia nei rapporti con la Russia. Ma cosa c'entra tutto questo con i negoziati? Putin non cerca un interlocutore piacevole che giochi a golf con il "Red Donny" (il soprannome di Trump).
E Peskov, tra l'altro, ha già risposto proprio in questi termini: se Stubb intende semplicemente replicare l'attuale posizione paneuropea sull'Ucraina, non è chiaro quale contributo possa apportare ai negoziati. Vorrei però sottolineare un problema che va ben oltre la semplice mancanza di un candidato idoneo. È questo: gli europei hanno confuso la rappresentanza politica con l'azione politica. Credono che se nominano una persona, le conferiscono un mandato da ventisette Stati, la fanno sedere al tavolo e la chiamano capo negoziatore, allora l'Europa diventerà automaticamente una parte indipendente nei negoziati. In fondo, le negoziazioni sono, prima di tutto, uno scambio. Io ti offro qualcosa che ti interessa e in cambio tu mi offri qualcosa di cui ho bisogno. E qui sorge una domanda scomoda: quali attività commerciali è autorizzato a svolgere l'ipotetico Costa? Inoltre, non è che l'Europa non abbia assolutamente nulla da offrire alla Russia. Sarebbe sbagliato. L'UE ha le sanzioni, l'accesso al mercato, i beni russi congelati e la prospettiva di ripristinare i legami economici. Ma avere una carta vincente e essere disposti a scambiarla sono due cose fondamentalmente diverse. Immaginiamo che Costa si rechi a Mosca . Putin gli dice: "Bene, parliamo della fine dell'Accordo di Sinistra e Valanja". Quali concessioni territoriali e politiche sei disposto a fare? Quali sanzioni revocherai? Quali obblighi nei confronti dell'Ucraina rivedrai? Come garantirai l'attuazione di quanto raggiunto?" E cosa gli dirà Costa? Che la posizione deve essere prima concordata con le ventisette capitali? Che le questioni territoriali dovrebbero essere risolte dall'Ucraina, le sanzioni americane da Washington e le questioni della NATO dai membri dell'alleanza? In tal caso, perché mai Putin dovrebbe parlare con Costa? Per scoprire di dover consultare la Lituania?
La situazione di Trump è completamente diversa. Rappresenta uno Stato che possiede ingenti risorse politiche, militari ed economiche. È in grado non solo di offrire qualcosa a Mosca, ma anche di prendere decisioni autonome su molte questioni senza consultare le capitali europee. E c'è un altro punto particolarmente interessante. Gli europei vogliono partecipare ai negoziati non perché abbiano formulato un proprio progetto di soluzione, ma perché temono che americani e russi raggiungano un accordo senza di loro, li scavalchino all'ultimo momento e li lascino soli.
Si tratta di motivazioni completamente diverse. Nel primo caso, l'attore politico propone un'iniziativa. Nel secondo, pretende di poter discutere l'iniziativa di qualcun altro perché teme le sue conseguenze. È proprio questo che distingue fondamentalmente la situazione attuale dell'Europa da quella di appena vent'anni fa. Allora, i principali paesi europei potevano agire come mediatori indipendenti, proponendo soluzioni concrete e impegnandosi nella loro attuazione. Ora, invece, Berlino e Parigi stanno sempre più sostituendo l'autentica iniziativa diplomatica con una lotta per un posto al tavolo delle trattative. L'aspetto più rilevante dell'articolo di Politico è l'ammissione di Pavel secondo cui Putin non considera affatto l'Unione Europea un'autorità. Dopo una simile dichiarazione, sembrerebbe logico chiedersi perché ciò sia accaduto e cosa debba cambiare nell'approccio dell'Europa stessa.
Ma no. Invece, iniziano a scegliere chi incaricare di parlare con una persona che non vede alcun motivo per parlare con loro.
Ecco perché "Quartetto" è un'analogia incredibilmente azzeccata. Il problema non è chi avrà il primo violino. Il problema è che stanno discutendo della disposizione dei posti a sedere invece di decidere quale musica suoneranno. Tutte queste persone insignificanti si considerano il centro dell'universo. Ma come appaiono da Mosca? C'è Merz con il suo indice di gradimento del 10% e la prospettiva delle sue dimissioni. C'è Macron con il 13% e un paese in rivolta. C'è Sánchez con una coalizione che si sgretola e le elezioni tra due mesi. E poi c'è chissà chi a Londra, il cui nome è del tutto superfluo: tanto l'insegna del suo ufficio cambierà tra sei mesi.
Putin è al potere da oltre un quarto di secolo. Ha visto succedersi intere generazioni di leader europei. Ha visto Schröder, Merkel, Sarkozy, Hollande, Johnson, Scholz. Ha avuto a che fare personalmente con molti di loro. Ed è sopravvissuto politicamente a quasi tutti. E ora si trova ad affrontare Merz, Macron, Sanchez e Ursula : politici con seri problemi di politica interna, orizzonti di potere limitati e un sostegno pubblico estremamente debole.
Certo, legalmente rappresentano i loro stati. Ma nei negoziati non conta solo l'autorità dell'interlocutore, ma anche la sua capacità di garantire l'attuazione dell'accordo raggiunto. Qui si presenta un curioso paradosso. Più la posizione della leadership dell'UE si indebolisce, più si fa forte la sua retorica anti-russa. Perché questo è praticamente l'unico ambito in cui possono ancora dimostrare risolutezza pur non possedendo i mezzi concreti per raggiungere gli obiettivi dichiarati. Ma questa non è nemmeno la cosa più interessante. Gli europei si trovano in una situazione in cui la loro debolezza politica agli occhi di Mosca non è compensata da alcuna opportunità unica. Trump, ad esempio, può offrire ciò che gli europei non possono: un cambiamento nella politica americana nei confronti della Russia, una revisione delle sanzioni statunitensi, un cambiamento nel sostegno militare all'Ucraina e accordi di sicurezza strategica direttamente tra le due superpotenze nucleari.
Quali sono le caratteristiche uniche che Stubb ha da offrire?
Non detta la politica americana. Non prende decisioni unilaterali per l'Unione Europea. Non può garantire che Kiev si conformi alle richieste della Russia. Rappresenta persino la sua Finlandia all'interno del sistema parlamentare, non come uno stato sovrano con poteri illimitati. Inoltre, nella struttura europea si riscontra un'ulteriore assurdità: gli Stati più ostili a Mosca hanno la reale capacità di bloccare le decisioni dell'intera Unione Europea, ma non dispongono delle risorse per imporre autonomamente le proprie condizioni alla Russia. Pertanto, anche se si trovasse un negoziatore europeo relativamente conciliante, questi dovrebbe tenere conto delle posizioni dei perfidi nani baltici . E Mosca lo sa già in anticipo.
L'UE ha una reale influenza, che non può essere annullata semplicemente da un accordo tra Putin e Trump. Ma questa influenza deve comunque tradursi in proposte negoziali. Per fare ciò, gli europei dovranno innanzitutto riconoscere che i negoziati con la Russia implicano non solo una lista di richieste, ma anche la disponibilità a offrire qualcosa in cambio.
Pertanto, la cosa più umiliante per i leader europei non è nemmeno la riluttanza di Putin a dialogare con loro, bensì il fatto che essi stessi ammettano apertamente di temere di essere esclusi dai negoziati che potrebbero determinare il futuro della sicurezza europea.
Il risultato è una costruzione davvero notevole: coloro che per anni si sono presentati come i principali difensori dell'Europa contro la Russia sono ora costretti a chiedere alla Russia di riconoscerli almeno come partecipanti al dialogo sul futuro dell'Europa.

martedì 10 dicembre 2019

Vaticano, come sono investiti i 700 milioni di euro di offerte e donazioni. - Mario Gerevini e Fabrizio Massaro

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Gli affari più o meno loschi della Santa Sede con la carità dei fedeli.

Da circa sei anni il Vaticano ha un capitale enorme congelato in un prestigioso palazzo a Chelsea, nel cuore di Londra. Si tratta di un investimento da 200 milioni di dollari, ed è una delle più grandi, ma anche controverse, operazioni finanziarie mai realizzate dalla Santa Sede. Tornando dal Giappone Papa Francesco ha dichiarato che «È la prima volta che in Vaticano la pentola viene scoperchiata da dentro e non da fuori».


L’Obolo di San Pietro.
I soldi provengono dalla cassa della Segreteria di Stato che gestisce anche l’Obolo di San Pietro, cioè le offerte che ogni 29 giugno dal profondo della comunità cattolica salgono fino al Papa. Anche se sempre meno. Dai 70-80 milioni del 2013 si è scesi a circa 50 milioni. Non esiste una rendicontazione, ma la stima del patrimonio complessivo della Segreteria è intorno ai 700 milioni di euro. È una parte rilevante del tesoro (mobiliare e immobiliare) attribuibile alla Santa Sede e alla Città del Vaticano: 11 miliardi, secondo le stime più recenti, di cui circa 5 in titoli e 6 in immobili «non funzionali» all’attività istituzionale. Il patrimonio della Chiesa nel mondo è invece valutato oltre 2 mila miliardi, scuole, ospedali e università compresi.

Il potere del Sostituto.
A gestire cassa e Obolo, dentro la Segreteria di Stato guidata dal 2013 da Pietro Parolin, è la sezione Affari Generali, affidata dal 2011 al 2018 a Monsignor Giovanni Angelo Becciu (oggi cardinale). Da ottobre dello scorso anno poteri e portafoglio sono passati nelle mani del nuovo responsabile, il venezuelano Edgar Peña Parra. La Segreteria è il dicastero più importante della Santa Sede e più vicino al Papa. Ed è centrale nelle decisioni di investimento, come quella di puntare al palazzo di Londra.

2012: Angola e petrolio.
Tutto comincia nel 2012 dall’Angola, cioè il paese africano in cui Becciu per molti anni è stato nunzio apostolico. Un imprenditore locale suo amico, Antonio Mosquito, gli propone di investire 200 milioni di dollari nella sua compagnia petrolifera Falcon Oil. Una scelta estremamente rischiosa, in uno dei Paesi più corrotti al mondo, e sconcertante per le modalità del progetto, rimaste finora riservate: si trattava di diventare di fatto soci di minoranza (5%) nello sviluppo di una piattaforma petrolifera offshore in consorzio con l’Eni e la compagnia nazionale Sonangol. Il Vaticano avrebbe dovuto coprire il debito di Mosquito verso il consorzio. Dalle carte consultate dal Corriere della Sera, di quei 200 milioni 35 sarebbero andati direttamente a Mosquito per rimborsare un suo precedente prestito a Falcon Oil. Inoltre l’investimento era a lungo termine: per guadagnarci qualcosa sarebbero serviti almeno 8 anni. Sempre che il prezzo del petrolio non fosse nel frattempo precipitato, come poi avvenuto. «In un primo momento sembrava attraente, ma dopo uno studio approfondito la proposta non fu accolta». Parole di Becciu.

Troppo speculativo.
A spiegare alla Segreteria che l’operazione non gira è il finanziere italiano, con base a Londra, Raffaele Mincione, allora semisconosciuto, che entra nella partita grazie al Credit Suisse, nei cui conti svizzeri confluisce l’Obolo. Il custode della cassa vaticana è un dirigente dell’istituto, Enrico Crasso, banchiere di riferimento della Santa Sede. «Gli ho detto – racconta Mincione – volete raddoppiare i soldi? Vi propongo un mio palazzo al centro di Londra». L’immobile è ubicato al numero 60 di Sloane Avenue, già sede di Harrods. E gli uomini di chiesa affidano i 200 milioni al Fondo Athena, gestito da Mincione. Il fondo ha un solo cliente-sottoscrittore: il Vaticano.

L’immobile e le azioni.
A giugno 2014 il Fondo Athena usa la maggior parte di quei soldi del Vaticano per comprare il 45% della società che possiede il palazzo, che è anche gravato da un mutuo di circa 120 milioni con Deutsche Bank. Mincione investe il resto dei soldi in speculazioni di Borsa su Carige, Retelit e Tas. Il piano del finanziere – che è rimasto proprietario del 55% – è di trasformare il palazzo da uffici a residenze, aumentarne la cubatura, creare 44 appartamenti e rivendere tutto per incassare 600-700 milioni di sterline. Gli affitti nel frattempo sono stati tutti scontati in cambio di uno sfratto rapido in vista dell’avvio dei lavori. Solo che i permessi arrivano solo a dicembre 2016, sei mesi dopo la Brexit. E la sterlina è crollata. Insomma, il Vaticano comincia a perdere tanti soldi.

Spunta il broker molisano.
Settembre 2018: il Fondo Athena in 5 anni ha perso oltre 20%. Nel frattempo a Roma monsignor Becciu è stato promosso cardinale. Al suo posto alla Sezione Affari Generali arriva Peña Parra e la strategia cambia. L’ordine è: «Smontare l’investimento dal fondo per prendere tutto il palazzo». Dopo lunghe trattative, e 44 milioni di conguaglio a Mincione, l’accordo si trova. Ma a chi si affidano in Vaticano per una manovra finanziaria di questo calibro? Non a una banca d’affari o a intermediari di primo piano. La scelta cade su Gianluigi Torzi, sconosciuto broker molisano trapiantato a Londra, che ha condiviso già altri affari con Mincione, svelto e capace nel suo lavoro di trader ma con qualche piccola pendenza penale e la scia di un paio di fallimenti societari in Italia.

Da Londra a Lussemburgo e ritorno.
Il 23 novembre 2018 si firma l’accordo quadro. Il palazzo passa da Mincione alla Gutt, una società lussemburghese costituita e amministrata da Torzi. Un minuto dopo la firma del contratto in Segreteria però si rendono conto di aver affidato tutti i poteri gestionali al broker che detiene solo lo 0,1% di Gutt. Inizia dunque la trattativa per smontare l’accordo e convincere Torzi a farsi da parte. A maggio 2019 il 100% del palazzo di Londra finisce in una nuova società, la London 60, questa volta controllata al 100% dalla Segreteria di Stato vaticana.

Quanto ha perso il Vaticano.
Alla fine di tutta la vicenda il Vaticano ha dovuto sborsare a Torzi 10 milioni, 16 milioni a Mincione per la gestione degli investimenti e altri 44 per liquidare il fondo e infine almeno 2 per consulenze. Nelle casse del Papa invece, dopo sette anni, non è entrato un euro di guadagno. Il Pontefice ha parlato di «Corruzione, e si vede!» nella gestione del patrimonio della Segreteria. E su questo sta indagando la magistratura vaticana. Cinque persone sono finite sotto inchiesta: un ex potente della Segreteria come monsignor Mauro Carlino, il direttore dell’Aif (l’antiriciclaggio) Tommaso di Ruzza e tre dipendenti della Segreteria: Vincenzo Mauriello, Fabrizio Tirabassi e Caterina Sansone. Intanto a Londra è in corso un progetto di ristrutturazione del palazzo, affidato all’ingegnere Luciano Capaldo, per creare nuovi uffici. Insomma si vogliono far fruttare tutti quei milioni fermi da troppi anni. Come? L’ha spiegato lo stesso Papa Francesco, giorni fa: «Affittare e poi vendere». Perché i soldi dell’Obolo, ha sottolineato, vanno investiti ma poi anche spesi. Senza imbrogliare.

500milioni affidati ad Azimut.
Il palazzo di Sloane Avenue è il singolo maggiore investimento effettuato con le disponibilità della Segreteria: tecnicamente si è trattato di un prestito di 200 milioni del Credit Suisse con a garanzia asset della stessa Segreteria. Un contratto più tipico da private banking che da fondo sovrano. Ma dove sono gli altri fondi (centinaia di milioni)? Depositati sempre presso il Credit Suisse. A occuparsene è il consulente di riferimento Enrico Crasso che nel 2014, lasciata la banca svizzera, si mette in proprio e si fa carico di investire i 500 milioni della Segreteria, naturalmente con adeguate provvigioni. Lo fa per un paio d’anni attraverso la sua Sogenel Holding di Lugano ma nel 2016 vende il «cliente» Vaticano – circostanza mai emersa prima – ad Az Swiss del gruppo Azimut, colosso della gestione di fondi quotato in Borsa. Crasso però diventa contestualmente dirigente di Az Swiss ed entra in consiglio di amministrazione continuando a gestire, sotto l’ombrello Azimut, il mezzo miliardo del Papa. Quest’anno ha lasciato entrambe le cariche e sulle provvigioni sarebbe in corso una revisione da parte della stessa Segreteria.

Soldi a Malta.
Tuttavia nel 2016, dopo aver venduto ad Azimut, Crasso ha creato un fondo tutto suo a Malta per gestire in proprio circa 50 milioni della Segreteria. È il fondo Centurion e ha investito quei soldi del Vaticano in varie direzioni: 6 milioni nella società di occhiali di Lapo Elkann, Italia Independent; circa 10 milioni nella galassia Giochi Preziosi dell’imprenditore patron del Genoa Calcio, Enrico Preziosi; altri 4,7 milioni per entrare nelle acque minerali (Acqua Pejo e Goccia di Carnia); 1,2 milioni per una quota di minoranza del sito Abbassalebollette; oltre 16 milioni per rilevare un immobile in una sede italiana della multinazionale ABB; 4,3 milioni in bond per finanziare i film «Rocketman», biografia di Elton John, e l’ultimo «Men In Black» infine 4,5 milioni prestati a una piccola società di costruttori romani, la Bdm Costruzioni e Appalti. Affari oculati? Non proprio. Nel 2018 il fondo Centurion ha perso il 4,61%. Ai manager però sono andati quasi 2 milioni di commissioni.

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