Un diario, dove annoto tutto ciò che più mi colpisce. Il mio blocco per gli appunti, il mio mondo.
lunedì 3 agosto 2026
GIGIORGIA D' ARABIA ED I SEGRETI DEL GOLFO.
IL NOSTRO FUTURO NON SARÀ MIGLIORE di Giorgio Parisi
La scienza ha fornito dati certi sulla crisi climatica, ma la politica non ha dato risposte convincenti a questi dati. E, se ora le temperature salgono sopra i 2 gradi, nessuno sa cosa può accadere.
Viviamo in un periodo decisivo della storia umana. Non sappiamo se il progresso che abbiamo conosciuto finora continuerà, sia pure tra difficoltà e contraddizioni, o se nel corso di questo secolo subirà un crollo irreversibile. (…)
Diverse crisi si sovrappongono e si intrecciano l’una con l’altra: da un lato il progressivo esaurimento delle materie prime e dall’altro il cambiamento climatico, i cui effetti sono sotto gli occhi di tutti. A questi si aggiungono il consumo di suolo, l’inquinamento e la perdita di biodiversità. Un gran numero di specie animali e vegetali si stanno estinguendo: è probabilmente incominciata la sesta grande estinzione di massa. La quinta fu provocata dall’asteroide che cancellò i dinosauri e tantissime altre forme di vita, aprendo dopo milioni di anni lo spazio evolutivo in cui si sarebbero affermati i mammiferi.
Affrontare l’emergenza ambientale significa anche misurarsi con una frattura profonda: quella tra ricchi e poveri. Nella vita di tutti i giorni interessi e priorità sono molto diversi, e le diseguaglianze sono forse l’ostacolo più serio per risolvere i problemi che abbiamo davanti. Senza una prospettiva equa e solidale, nessuna riconversione ecologica potrà davvero compiersi. Si dice che chi non ha da mangiare ha un solo problema, e chi ha da mangiare ne ha molti.
Per affrontare i cambiamenti enormi richiesti dalla riconversione ecologica servirebbe un mondo coeso. Ma è difficile immaginarlo in un tempo segnato da conflitti incessanti e da circa cento milioni di rifugiati. L’umanità continua a destinare risorse sterminate alla costruzione di armi di distruzione di massa; risorse che potrebbero essere utilizzate invece per uscire dai vicoli ciechi in cui essa stessa si è infilata.
Da quando, dalla Luna, abbiamo visto sorgere la Terra all’orizzonte, abbiamo avuto la prova sensibile di ciò che, in teoria, avremmo già dovuto sapere: viviamo su un piccolo pianeta, a risorse limitate, quasi come una gigantesca astronave che viaggia nello spazio. (…) Sappiamo ormai anche che la vita sulla Terra è un sistema complesso e interconnesso. L’uomo non può più considerarsi il parametro assoluto, ma deve tenere conto delle altre specie viventi, se non vuole rischiare l’estinzione o la sopravvivenza su un pianeta desertificato, abitato quasi soltanto da animali da macello. E tuttavia quest’evidenza stenta a diventare coscienza collettiva, convinzione profonda capace di orientare le scelte quotidiane di noi umani.
Il nostro futuro, il futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti, dipende dalla nostra capacità di mettere da parte i nostri interessi immediati. Ma non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire. Per produrre un vero cambiamento di prospettiva non bisogna parlare solo alla ragione ma anche al cuore. Occorre comprendere la bellezza e la fragilità dell’ecosistema in cui viviamo, e la necessità di prendersene cura anche a costo di molte rinunce, se vogliamo che una popolazione di diversi miliardi di persone possa abitare a lungo su questo pianeta – come faceva il Piccolo Principe nel suo piccolo mondo, in quel romanzo delizioso che, col passare del tempo, acquista per noi un significato nuovo e più profondo.
L’umanità è chiamata a scelte essenziali. Deve contrastare con forza il cambiamento climatico. Da decenni la scienza ci avverte che i comportamenti umani stanno preparando un aumento vertiginoso della temperatura del pianeta. Purtroppo, le azioni intraprese dai governi non sono state all’altezza di questa sfida, e i risultati ottenuti finora sono stati estremamente modesti. (…)
L’esperienza della pandemia di Covid-19 ci ha mostrato quanto sia difficile prendere in tempo decisioni efficaci. Le misure di contenimento, al tempo, furono spesso prese in ritardo, quando non erano più rimandabili. Ricordo le parole sfuggite a un capo di governo: “Non possiamo fare un lockdown prima che gli ospedali siano pieni, i cittadini non capirebbero”. È precisamente questa logica che dobbiamo evitare. Il medico pietoso fa la piaga purulenta. E noi abbiamo il dovere di non essere medici pietosi. Il nostro compito storico è aiutare l’umanità ad attraversare una strada piena di pericoli. È come guidare di notte: la scienza sono i fari, ma la responsabilità di non andare fuori strada è del guidatore, che deve anche ricordarsi che quei fari hanno una portata limitata.
Gli scienziati, infatti, non sanno tutto. Il loro è un lavoro faticoso, nel quale le conoscenze si accumulano progressivamente e le aree di incertezza vengono pian piano ridotte. La scienza produce previsioni sulle quali si forma gradualmente un consenso scientifico. Quando l’Istituto per i processi chimicofisici (IPCF) prevede che, in uno scenario intermedio di riduzione delle emissioni dei gas serra, la temperatura possa salire tra due e tre gradi, questo intervallo rappresenta la migliore stima possibile sulla base delle conoscenze attuali. Ma deve essere chiaro che i modelli climatici sono stati verificati confrontando le loro previsioni con il passato. Se la temperatura dovesse aumentare più di due gradi, entreremmo in una terra incognita, nella quale potrebbero emergere fenomeni oggi non previsti e che potrebbero peggiorare enormemente la situazione.
L’aumento della temperatura non dipende solo dalle emissioni dirette. È mitigato, in parte, da tanti meccanismi di regolazione che però potrebbero smettere di funzionare proprio a causa del riscaldamento stesso. Mentre il limite inferiore dei due gradi è uno scenario su cui possiamo essere abbastanza sicuri, molto più difficile è stabilire quanto grave possa essere lo scenario peggiore: potrebbe rivelarsi infatti molto peggio di quanto immaginiamo.
Abbiamo dunque di fronte un problema enorme, che richiede interventi decisi per fermare l’emissione di gas serra, ma anche investimenti scientifici. Dobbiamo sviluppare nuove tecnologie per conservare l’energia, trasformarla anche in carburanti, produrla attraverso tecnologie non inquinanti basate su risorse rinnovabili. Non dobbiamo solo salvarci dall’effetto serra, ma dobbiamo anche evitare la trappola dell’esaurimento delle risorse naturali. Anche il risparmio energetico, quindi, va affrontato con decisione. Finché, per esempio, pretenderemo di mantenere nelle nostre case una temperatura quasi identica in estate e in inverno, sarà difficile fermare davvero le emissioni.
(…) Le difficoltà attuali hanno forse origini più profonde, che dobbiamo comprendere se vogliamo davvero contrastarle. Viviamo, specialmente in Occidente, una stagione che guarda con pessimismo al futuro, alimentata da crisi di diversa natura: crisi economica, riscaldamento globale, esaurimento delle risorse e inquinamento. In molti Paesi crescono anche le diseguaglianze, l’insicurezza, la disoccupazione e la guerra. Un tempo si pensava che il futuro sarebbe stato inevitabilmente migliore del presente. Oggi quella fede nel progresso, le “magnifiche sorti e progressive” dell’umanità, si è logorata. Molti temono che le generazioni future vivranno peggio di quelle attuali. (…) Nei prossimi anni l’umanità dovrà compiere scelte decisive, destinate a produrre conseguenze per molto tempo. Le nuove generazioni avranno un ruolo fondamentale, e per questo l’educazione diventa un punto cruciale.
Giorgio Parisi, dal Fatto Quotidiano, 1 agosto 2026
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sabato 1 agosto 2026
Il rubinetto della vostra paura
Fino a una settimana fa la maggior parte di voi non sapeva nemmeno collocare Ceuta su una cartina. Se vi avessero chiesto "dov'è Ceuta?" avreste balbettato qualcosa, forse confuso con Ceylon, forse pensato fosse una marca di caffè. Eppure oggi ne parlate come se fosse la vostra città natale, come se quel lembo di terra spagnola in Africa fosse il baluardo sacro della vostra identità, minacciato da un'orda di invasori.
Che ipocrisia miserabile.
Non vi siete indignati per le persone morte in mare mentre cercavano di attraversare a nuoto. Non una lacrima, non un pensiero. Ma appena avete letto "migliaia di migranti", il cervello ha smesso di ragionare e ha acceso l'allarme tribale. Poche migliaia di ragazzi disperati, ancora geograficamente in Africa, e voi tremate come se fosse in corso un'invasione vichinga.
E qui arriva la parte comica, se non fosse tragica: per arrivare in Italia da Ceuta, quei "pericolosissimi invasori" dovrebbero prima attraversare a nuoto lo Stretto di Gibilterra, poi camminare per l'intera Spagna da sud a nord, valicare i Pirenei, attraversare la Francia e infine scalare le Alpi. Un'epopea degna dell'Odissea, roba da far impallidire Annibale con gli elefanti. Ma per la vostra premier questo scenario da film catastrofico è talmente concreto da giustificare la sospensione di Schengen. Nessuno ride. Nessuno chiede: "scusi, ma di cosa state parlando esattamente?" No, si applaude e basta, perché la paura non ha bisogno di una cartina geografica per attecchire, le basta un titolo urlato in prima serata.
Siete vigliacchi comodi. Vigliacchi che non hanno mai rischiato niente in vita loro se non un mutuo o una diagnosi, e che si sentono invasi da chi ha rischiato la morte per attraversare un braccio di mare largo quanto un lago, per poi dover fare - secondo voi - un trekking continentale di duemila chilometri prima di rubarvi il lavoro in fabbrica a Bergamo.
Ancora più buffo è il fatto che nessuno di voi si è preso la briga di scoprire che non state nemmeno avendo paura di un'invasione spontanea. State avendo paura di un rubinetto. Un rubinetto che il Marocco apre e chiude a piacimento ogni volta che deve regolare un conto con Madrid: lo fece nel 2021 per punire la Spagna che aveva curato in ospedale il leader del Fronte Polisario, lo rifà oggi perché Sánchez è appena tornato da una visita di Stato in Algeria, il grande rivale regionale di Rabat, per chiudere la crisi del 2022 riguardante il Sahara Occidentale. E le fonti della Guardia Civil sono esplicite: da allora il Marocco ha allentato la vigilanza sul proprio lato della frontiera, una dinamica già osservata proprio nel 2021 dopo la visita di Brahim Ghali.
Rabat allenta la sorveglianza alla frontiera, i ragazzi si tuffano in acqua, e voi - puntuali come un metronomo - vi sentite invasi. Non da un popolo, non da una tragedia umana: da una mossa diplomatica. Siete talmente prevedibili che un governo straniero vi manovra il battito cardiaco premendo un bottone a mille chilometri di distanza, e voi manco ve ne accorgete, continuate a urlare "invasione" pensando di aver capito qualcosa del mondo.
E così dei vigliacchi che non hanno mai rischiato niente in vita loro se non un mutuo o una diagnosi si sentono invasi da chi ha rischiato la morte per attraversare un braccio di mare largo quanto un lago, usato come merce di scambio da un regime che vi conosce meglio di quanto conosciate voi stessi.
La parte più patetica è che siete pure manovrati due volte, e nemmeno ve ne accorgete. Prima dal Marocco, che apre e chiude la frontiera come un rubinetto quando gli conviene. Poi dai vostri stessi leader, che quel rubinetto lo trasformano in propaganda: Sánchez manda l'esercito per non sembrare debole, Meloni minaccia un trattato con un paese che l'Italia nemmeno confina, e voi bevete tutto senza fare una domanda, senza aprire un atlante, senza un briciolo di vergogna, senza chiedervi mai chi stia davvero tirando i fili di questa storia.
Più che dei migranti dovreste avere paura di essere quello che siete davvero: gente che si commuove per un rigore e resta indifferente per un cadavere in mare, purché quel cadavere abbia la pelle giusta e il passaporto sbagliato; burattini che tremano a comando ogni volta che qualcuno, in un palazzo a Rabat, decide che è il momento di aprire il rubinetto.
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mercoledì 29 luglio 2026
𝗟𝗔 𝗧𝗢𝗥𝗧𝗔 È 𝗟𝗔 𝗚𝗨𝗘𝗥𝗥𝗔. 𝗣𝗜𝗥𝗟𝗢 È 𝗦𝗢𝗟𝗢 𝗜𝗟 𝗖𝗢𝗡𝗧𝗢𝗥𝗡𝗢 𝗣𝗘𝗥 𝗜 𝗗𝗜𝗦𝗧𝗥𝗔𝗧𝗧𝗜.
Lo scandalo Pirlo dimostra che la russofobia nell'UE si è trasformata in un'inquisizione.
IL CROLLO DELL’EUROPA È IN DIRETTA — E VON DER LEYEN LO GUARDA IMPOTENTE**
lunedì 27 luglio 2026
UCRAINA - “SI PERMETTA LA MORTE": OPPOSITORE DI ZELENSKY DENUNCIA ESPERIMENTI SUGLI UMANI NEI LABORATORI IN UCRAINA.
L'AntiDiplomatico 2 - La Redazione
I biolaboratori statunitensi in Ucraina hanno iniziato a condurre esperimenti sugli esseri umani in cui si permetteva la morte dei partecipanti nel 2019, quando Vladimir Zelensky è salito al potere, ha denunciato Viktor Medvedchuk, ex leader del partito meso al bando “Piattaforma dell’Opposizione – Per la Vita” e attuale leader del movimento “Un’altra Ucraina”.
"A partire dal 2019 sono iniziati gli esperimenti sugli esseri umani. Nel corso dell’attuazione del programma sono stati condotti esperimenti su oltre 4.000 militari delle Forze Armate ucraine.
Negli esperimenti relativi alla febbre emorragica e all’uso di siero sanguigno, era consentita la morte dei soggetti sottoposti ai test", ha denunciato.
Inoltre, nel corso di tali esperimenti è stato studiato "in che modo la suscettibilità ai virus dipendesse dall’origine etnica e dal luogo di nascita dei soggetti sottoposti al test".
Il materiale utilizzato per gli esperimenti veniva inviato negli Stati Uniti, ha precisato in un articolo pubblicato sul sito web del suo partito.
Medvedchuk ha affermato che, da quando nel 2005 il Ministero della Salute ucraino ha firmato un accordo di cooperazione con il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, nel Paese sono stati costruiti, creati e modernizzati almeno 41 laboratori biologici, sei dei quali sotto il governo di Zelensky.
A sostegno delle sue accuse, il politico ha fatto riferimento a una risposta ufficiale del Ministero della Salute ucraino al suo gruppo parlamentare nel maggio 2020.
Come ha spiegato, il documento firmato dall’allora ministro Maxim Stepanov conferma la catena giuridica degli accordi biologici tra Kiev e Washington e descrive in dettaglio un contratto firmato nel 2015 con la società statunitense Black & Veatch Special Projects Corp.
Tale accordo prevedeva una presunta "assistenza all’Ucraina" per la gestione degli agenti patogeni conservati nei laboratori epidemiologici e nelle strutture sanitarie di Leopoli, Odessa e altre regioni. Medvedchuk ha menzionato anche Kiev, Kharkiv, Vinnitsa, Uzhhorod e Ternopil.
Inoltre, ha sottolineato la creazione di un grande cluster composto da 12 laboratori regionali nella provincia di Kherson, nonché la presenza di questi centri in aree adiacenti alla Crimea e alla Repubblica Popolare di Lugansk (queste regioni fanno già parte della Russia, a seguito dei referendum del 2014 e del 2022).
Nel contesto dell’espansione della rete di laboratori e della firma di nuovi contratti con il Pentagono, si è registrato un aumento insolito delle malattie infettive, ha affermato l’esponente dell’opposizione.
Il politico ha collegato questa situazione ai focolai di colera che hanno colpito oltre 900 persone in Ucraina tra il 2011 e il 2015.
Ha inoltre sottolineato che nel 2016 un’ondata letale di influenza suina (H1N1) - causata dallo stesso ceppo all’origine della pandemia del 2009 - ha provocato 364 decessi nel Paese, tra cui 20 militari a Kharkiv.
La catena di contagi è proseguita nel 2017 con epidemie di epatite A in grandi città come Odessa, Kharkiv, Zaporizhzhia e Mykolaiv.
Secondo Medvedchuk, nel 2020 in Ucraina erano attivi 15 laboratori statunitensi dedicati alla ricerca biologica e batteriologica, che lavoravano su ceppi di agenti patogeni altamente infettivi e pericolosi.
Link: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-si.../82_67778/...
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