martedì 11 agosto 2026

A Lingang, in Cina, è stato realizzato uno dei più grandi progetti di città spugna.

 

E se una città fosse progettata per assorbire la pioggia come una gigantesca spugna?
Nel nuovo quartiere di Lingang, a Shanghai, questa idea è già diventata realtà.
Per decenni, le città sono state costruite seguendo lo stesso principio: far defluire l'acqua piovana il più velocemente possibile attraverso tombini, tubature e canali.
Ma con piogge sempre più intense, questo sistema non basta più. Quando l'acqua cade troppo rapidamente, le fognature possono andare in crisi e il rischio di allagamenti aumenta.
Per questo motivo, a Lingang è stato realizzato uno dei più grandi progetti di città spugna.
Anziché ricoprire il territorio con asfalto e cemento impermeabili, gli urbanisti hanno progettato il quartiere con parchi, laghetti, zone umide, tetti verdi, giardini pluviali e pavimentazioni drenanti, capaci di assorbire l'acqua piovana come farebbe una spugna.
L'acqua viene trattenuta, filtrata naturalmente dal terreno e poi rilasciata lentamente, riducendo il rischio di allagamenti anche durante i temporali più intensi.
I benefici, però, non si fermano qui.
Questi spazi verdi contribuiscono anche a migliorare la qualità dell'aria, ricaricare le falde acquifere, favorire la biodiversità e abbassare la temperatura durante i mesi più caldi, rendendo il quartiere più piacevole da vivere.
L'obiettivo è semplice ma ambizioso: trasformare la pioggia da problema a risorsa.
È un esempio di come la progettazione urbana possa imparare dalla natura, invece di cercare continuamente di contrastarla.
A volte, le soluzioni più intelligenti non sono quelle più complicate.
Sono quelle che esistono da milioni di anni e che la natura ci mostra ogni giorno.

Ennio Conti ha pubblicato qualcosa su Fuori la NATO dall'Italia e dall'Europa ,fuori le basi militari americane.

 

MARCO TRAVAGLIO: “Che gli americani siano in conflitto con gli interessi europei, l'unica novità è che adesso Trump ce lo dice, ma prima gli americani ci venivano addosso e ci danneggiavano brutalmente senza dircelo, questa è l'unica differenza, ma la guerra in Ucraina è stata concepita contro l'Europa, mica contro qualcun altro, mica contro la Russia.
È un danno all'Europa, perché l'Europa con la sua industria e il suo mercato, se si univa e restava unita al gas a basso costo della Russia, creava una superpotenza economica e commerciale euro-asiatica che terrorizzava gli americani; ma non è che è Trump che ci ha fatto questo “inquacchio”, se ci fosse stato Trump la guerra in Ucraina non ci sarebbe stata.
Ce l'hanno fatto i predecessori di Trump, fomentando questa guerra per 30 anni, come ha raccontato Orsini nei suoi libri, con i Clinton, Bush Junior, Obama, Hillary Clinton e Biden, sono loro che ci hanno rovinati; il gasdotto Nord Stream, che era il simbolo di questo legame tra l'energia a basso costo russo e gli interessi economici industriali europei, prima ci hanno detto che non lo dovevamo fare, poi ci hanno detto che lo dovevano far saltare e poi l'hanno fatto saltare.
Nonostante le baggianate che dicono i cosiddetti atlantisti, Putin non vuole prendere tutta l'Ucraina, perché una volta presa l'Ucraina poi deve tenerla, e come lo tiene un paese il cui due terzi odiano i russi? Armato fino ai denti, io voglio vedere, è già difficile far mollare le armi ad Hamas e pensate a far mollare le armi ai battaglioni neonazisti come il battaglione Azov, ecc., che sono totalmente ostili alla pace, quelli si danno immediatamente alla guerriglia e al terrorismo.
Quindi se Putin prendesse l'intera Ucraina poi avrebbe problemi a tenerla, perché non lo puoi occupare un paese che non vuole stare con te, che non vuole essere russo e dato che ai russi non serve territorio, Putin si sta occupando del territorio che gli serve.
È quello abitato in prevalenza da russi o da russofili, quindi Lugansk, Donetsk, Zaporizhia e Kherson, Zaporizhia e Kherson fino a un certo punto, infatti ha detto che potrebbe barattare, l'ha detto in Alaska a Trump, territori che ha preso in sovrappiù a Zaporizhia, Kherson e Kharkiv a nord e a Sumi, con il resto del Donetsk che gli manca ancora, che sono circa il 20-25%.
Ha detto se me lo date subito mi fermo, se non me lo date io me lo prendo e naturalmente ci rivediamo fra qualche mese, voleva dire entro la fine di novembre, perché la fine di novembre poi con l'inverno, con il gelo e con il fango le offensive si arenano e se ne riparla in primavera estate.
Quindi questo è quello che sta succedendo, in questo momento Zelensky è terrorizzato e disperato, perché se cade l'ultima ridotta, quelli dilagano, questa è la situazione che noi sottovalutiamo perché siamo pieni di propaganda, ma è un problema impellente, per questo lui straziato ogni giorno chiede, implora, fermate Putin, il problema è che l'unico che lo può fermare è lui!”.


L'ho pensato anch'io: usando la logica, questo è l'unico motivo plausibile...
cetta.

La fattoria dei "senza speranza"...

 

Soldati russi hanno descritto di aver trovato bambini deboli e malati che ricevevano liquidi per via endovenosa, mentre i loro corpi venivano professionalmente svuotati di sangue e liquidi dai reni per alimentare il commercio globale di adrenocromo.
L'industria dell'adrenocromo in Ucraina è più estesa di quanto si credesse in precedenza, e Putin è determinato a utilizzare i dati raccolti per smantellare la catena di approvvigionamento globale dell'adrenocromo e punire coloro che commettono crimini contro i bambini, inclusi politici e celebrità dipendenti da questa droga che lui definisce "opera del diavolo".
Secondo un membro dell'Adrenochrome Working Group, queste fattorie industriali sono luoghi di abusi sessuali rituali, umiliazioni fisiche e torture psicologiche.
«Sapete, credo di aver visto di tutto. Ho combattuto per anni, ho visto cadere compagni, ho affrontato le peggiori atrocità che gli esseri umani possano infliggere. Ma niente, niente avrebbe potuto prepararmi a ciò che abbiamo trovato a Donetsk.
Ci avevano detto che avremmo liberato dei bambini... Non ho capito la portata di tutto questo finché non siamo arrivati lì.» Stavamo ripulendo questo complesso, un luogo squallido... come un campo di lavoro nazista o un campo di sterminio, ma peggio. Molto peggio. Le pareti erano grigie, fredde e umide. L'aria... odorava di putrefazione e di qualcosa di disgustoso... qualcosa che non saprei descrivere. E poi li abbiamo trovati. I bambini.
«Erano... come fantasmi. Solo pelle e ossa. I loro corpi sembravano così fragili, quasi trasparenti. Riuscivo a vedere il profilo dei loro fianchi, ogni osso nelle loro piccole mani.» C'erano tubi inseriti nei loro corpi, tubi che gocciolavano sangue, un liquido macchiato di sangue... per quale scopo? Per qualche scambio malato, qualche contorto bisogno dell'Occidente.
«C'erano centinaia di bambini, distesi in file di letti di metallo.» Niente coperte, niente calore. Non si sono mossi nemmeno quando siamo entrati, nessuna paura, nessuna speranza... solo il vuoto nei loro occhi. Alcuni erano troppo deboli per guardarci. Erano così abituati al dolore, alla tortura, che non reagivano affatto.
"E la cosa peggiore? I bambini più piccoli... alcuni non avevano nemmeno due anni. Dei veri e propri neonati. In seguito abbiamo scoperto che erano cresciuti per questo scopo... Limitati come animali, solo per essere spogliati di tutto ciò che li rende umani.
Coloro che non potevano essere venduti, coloro che non erano abbastanza "belli" o "obbedienti", venivano trasferiti in queste fattorie. La fattoria... come se fosse quello che chiamano questi coloni sulla terra.


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Spero solo che si tratti di una falsa notizia, troppo atroce per essere vera...

cetta.

lunedì 10 agosto 2026

La prima centrale nucleare galleggiante commerciale al mondo.

 

Per molti anni l'idea di una centrale nucleare che galleggiasse sull'oceano sembrava appartenere più alla fantascienza che all'ingegneria. Eppure oggi esiste davvero e produce energia in una delle aree più estreme del pianeta.
Da diversi anni la Russia gestisce l'Akademik Lomonosov, la prima centrale nucleare galleggiante commerciale al mondo. Ormeggiata nel porto artico di Pevek, questa piattaforma è stata progettata per garantire elettricità e riscaldamento a una delle regioni più isolate e difficili da raggiungere.
Il suo funzionamento si basa su due reattori nucleari derivati dalla tecnologia impiegata nei rompighiaccio a propulsione nucleare. Insieme sono in grado di generare fino a 70 megawatt di energia elettrica, una quantità sufficiente ad alimentare una città di circa 100.000 abitanti.
L'arrivo della centrale ha permesso di sostituire vecchi impianti a carbone e una precedente centrale nucleare ormai giunta alla fine della sua vita operativa, contribuendo a ridurre il ricorso ai combustibili fossili in questa parte dell'Artico.
Il progetto, però, continua a dividere esperti e opinione pubblica. Da una parte viene visto come una soluzione capace di portare energia continua in territori dove costruire infrastrutture tradizionali è estremamente complesso. Dall'altra, restano aperti i dubbi legati alla sicurezza, alla gestione di un impianto nucleare in mare e ai possibili rischi ambientali in caso di incidenti.
Proprio questo equilibrio tra innovazione e prudenza rende l'Akademik Lomonosov un caso unico. Ancora oggi è l'unica centrale nucleare galleggiante commerciale in funzione al mondo, mentre diversi Paesi osservano con attenzione questa esperienza per capire se, in futuro, una tecnologia simile possa fornire energia a isole, comunità costiere e aree remote.
Più che una semplice centrale elettrica, rappresenta un progetto che mostra come la ricerca di nuove soluzioni energetiche continui a spingersi oltre i confini dell'ingegneria tradizionale, aprendo un dibattito destinato a proseguire negli anni.

Ubi maior, minor cessat...

 

Ciò che avevo da dire su Ceuta si era sostanzialmente esaurito coi migranti. Della querelle successiva tra la ducetta della Garbatella — copyright dell’immenso Roberto D’Agostino, perché a ciascuno va riconosciuto il proprio genio — e il belloccio di Madrid mi fregava il giusto.
Cioè molto poco.
Non tifo in modo particolare per Pedro Sánchez, non vogliatemene. Mentre di Giorgia Meloni, come sapete, penso più o meno tutto il male politicamente consentito dal codice penale, ma non è nemmeno questo il punto.
Il punto è molto più semplice.
Lei è fesså.
E no, non perché sia fåscista. Quello, eventualmente, è un problema suo, dei suoi elettori e degli storici del futuro, che avranno parecchio materiale con cui divertirsi.
È fesså perché è proterva, perspicace come un piccione e dotata della capacità di valutazione del rischio di un opossum sotto acidi.
Perché Giorgia Meloni, a quanto si apprende, non si aspettava l’ultimatum di Madrid e soprattutto non si aspettava l’immediata ritorsione spagnola dopo la decisione italiana di sospendere Schengen in seguito agli arrivi di migranti a Ceuta.
E qui bisogna fermarsi un momento ad ammirare l’opera.
Perché tre giorni prima Madrid aveva già chiesto informalmente di togliere quelle restrizioni, considerate inutili anche perché da Ceuta non si esce verso il continente europeo come dalla porta girevole della Rinascente: esistono già controlli specifici alla frontiera. E pare che persino alla Farnesina avessero qualche dubbio sulla brillante idea di trasformare un problema spagnolo in una coda italiana al check-in.
Tant’è che il governo aveva già individuato una possibile via d’uscita: aspettare Ferragosto, vedere che succede, controllare se davvero dal Marocco parte una seconda ondata verso Ceuta e poi, eventualmente, togliere il blocco prima del primo settembre.
Una cosa quasi ragionevole.
Poi però arriva Sánchez e dice: cari italiani, se continuate così, noi facciamo altrettanto.
E improvvisamente la questione internazionale diventa una lite al parcheggio dell’Eurospin.
«AH SÌ? E ALLORA ADESSO NON LA TOLGO PIÙ.»
Perché questo, sfrondato dalle formule diplomatiche, è il capolavoro.
Meloni non vuole anticipare la fine delle restrizioni perché potrebbe sembrare che abbia ceduto a Sánchez.
Capite?
Non: serve ancora questa misura?
Non: protegge davvero l’Italia?
Non: esiste concretamente il rischio che i migranti arrivati a Ceuta raggiungano il nostro Paese?
Non: quali conseguenze avrà sui cittadini italiani, sulle compagnie aeree, sulle crociere, sulle agenzie di viaggio, sui rapporti con uno dei principali Paesi dell’Unione?
No.
CHE FIGURA CI FACCIO IO CON PEDRO?
E qui emerge uno dei problemi più seri di Giorgia Meloni come capo di governo: continua troppo spesso a ragionare come se fosse ancora sul palco di Atreju.
Solo che governare un Paese non è fare un reel.
In politica estera soprattutto esiste una regola piuttosto elementare: prima di tirare un calcio negli stinchi a qualcuno sarebbe opportuno verificare che quello non possa tirartene uno nelle pålle cinque minuti dopo.
Madrid può introdurre controlli sugli italiani.
Può farli molto meno selettivi dei nostri.
Può creare code, ritardi e disagi negli aeroporti spagnoli nel pieno di agosto, quando mezza Italia è in viaggio.
Può soprattutto costruire una risposta politica semplicissima: voi bloccate noi perché avete paura dei migranti arrivati a Ceuta? Benissimo. Noi blocchiamo voi ricordando che gli sbarchi in Italia sono aumentati e che esistono movimenti irregolari provenienti proprio dal territorio italiano.
Tana libera tutti.
E infatti a Roma la cosa pare abbiano cominciato a capirla.
Non perché sia improvvisamente apparso Metternich a Palazzo Chigi.
Sono arrivati quelli che, nella politica italiana, possiedono una capacità persuasiva infinitamente superiore a qualsiasi ambasciatore: gli operatori economici incazzati.
Compagnie crocieristiche.
Agenzie di viaggio.
Settore turistico.
Gente che, tradotto dal diplomatico, avrebbe fatto sapere: ma che cazzo state facendo?
Perché il sovranismo è bellissimo finché lo pratichi su Facebook.
Quando il signor Mario rimane tre ore in fila a Barajas con moglie, bambini e trolley perché Roma ha deciso di mostrare i muscoli a Madrid, il sovranismo comincia ad avere qualche problema di marketing.
Ed è qui che la faccenda diventa quasi irresistibile.
Perché adesso la diplomazia deve trovare il modo di far rientrare una crisi che non aveva nessuna necessità di nascere, mentre Palazzo Chigi deve contemporaneamente fare marcia indietro senza dare l’impressione di fare marcia indietro.
Che è uno dei grandi sport nazionali.
Probabilmente assisteremo quindi alla consueta meraviglia lessicale: non sarà una revoca ma una «rimodulazione», non sarà una retromarcia ma una «valutazione alla luce del mutato quadro», non sarà una resa ma una «decisione assunta autonomamente dal governo italiano».
Magari esattamente quarantasette secondi dopo che Madrid avrà ottenuto ciò che chiedeva.
Ma autonomamente.
Autonomissimamente.
Sovranamente.
Con tanto di tricolore sul cofano mentre inseriamo la retro.
E naturalmente Meloni attribuisce la reazione di Sánchez alle sue difficoltà interne, alle polemiche spagnole, alle vacanze a Lanzarote, alla playlist estiva, forse alla posizione di Saturno rispetto a Mercurio.
Può anche essere.
Sánchez può avere tutti i problemi politici di questo mondo.
Può essere vanitoso, opportunista, calcolatore, socialista, abbronzato e ascoltare pure Vamos a la playa dalla mattina alla sera.
Ma se il tuo avversario è in difficoltà e riesce comunque a metterti con una sola mossa nella posizione di dover scegliere tra danneggiare i tuoi cittadini e fare una figura di mėrda, forse il problema non è soltanto il tuo avversario.
Forse hai giocato male tu.
E qui torniamo all’opossum sotto acidi.
Perché un presidente del Consiglio non viene pagato per avere l’ultima parola.
Viene pagato per prevedere quale sarà la parola successiva dell’altro.
La politica internazionale funziona esattamente così: fai A, l’altro può fare B; quindi prima di fare A devi chiederti quanto ti costerà B.
Non puoi fare A, ricevere B e poi telefonare indignata dicendo:
«È UN RICATTO!»
No, Giorgia.
Si chiama reazione.
Era persino annunciata.
E adesso siamo arrivati al punto meraviglioso in cui una misura che il governo stesso stava pensando di accorciare rischia di essere mantenuta più a lungo per non dare a Sánchez la soddisfazione di pensare di aver vinto.
Questa non è geopolitica.
È Risiko giocato dopo quattro gin tonic.
Ed è proprio qui che Meloni mostra il suo limite più pericoloso: confonde continuamente la fermezza con l’ostinazione.
La fermezza è prendere una decisione difficile sapendo perché la prendi, quali conseguenze avrà e fino a dove sei disposto ad arrivare.
L’ostinazione è accorgerti che la decisione non serve più, che rischia di danneggiarti, che gli stessi interessi italiani suggeriscono di cambiarla, e mantenerla perché dall’altra parte c’è uno che ti sta antipatico.
La prima è leadership.
La seconda è quella cosa che facevamo a sei anni quando dicevamo:
«Adesso non lo voglio più perché me l’hai detto tu.»
Solo che a sei anni sul tavolo c’erano i broccoli.
Qui ci sono due Stati europei.
Ed è per questo che, alla fine, di questa nuova puntata di Ceuta mi interessa pochissimo Sánchez e ancora meno stabilire chi abbia il pisello politico più lungo tra Roma e Madrid.
Mi interessa una cosa sola.
Che quando governi l’Italia non puoi permetterti il lusso di trasformare ogni dossier in una questione personale, ogni critica in un affronto, ogni risposta in un ricatto e ogni retromarcia necessaria in una sconfitta da evitare a qualsiasi costo.
Perché a quel punto non stai più difendendo l’interesse nazionale.
Stai difendendo il tuo ego con l’interesse nazionale degli altri.
E il problema degli opossum sotto acidi non è che prendano decisioni sbagliate.
È che almeno loro, generalmente, non hanno la Farnesina.




D'altronde, agire senza pensare a quali possano essere le conseguenze prodotte dall'azione, è deleterio...
cetta.

Non spezzeremo le reni alla Grecia. Ci proveremo con la Spagna.

C'è un filo che tiene insieme il nonno mascellone e la nipotina: senza un nemico non sanno vivere. Cambia solo l'indirizzo. Ieri Atene, oggi la Madrid del "comunista" Sánchez.

Perché funziona così: quando la benzina vola, i salari scendono, l'inflazione mangia la spesa e le imprese chiudono la saracinesca, non serve una politica economica. Serve un nemico. Un bel rigurgito di orgoglio nazionale, e il gioco è fatto, soprattutto con un pubblico che non sempre brilla
per presenza cognitiva.

Prima le orde immaginarie da Ceuta. Poi i terroristi islamici "importati" dalla Spagna.

Tutto inventato, tutto utilissimo: perché chiedere agli altri Paesi una vera collaborazione per attenuare gli effetti di Dublino è faticoso, litigare invece è gratis e rende bene in televisione. Ma non finisce lì.
Adesso tocca alla Germania. Motivo del contendere: la restituzione all'Italia dei migranti irregolari sbarcati da noi e arrivati fin lassù. Cioè l'applicazione di un trattato europeo che l'Italia ha firmato, di cui una parte è in vigore da giugno.
Non un agguato: una firma.
La nostra.

Basta leggere la risposta di Piantedosi alle autorità tedesche per capire che di litigio si tratta, non di negoziato.
Quindi: litigano con i "comunisti" spagnoli. E litigano pure con Merz, che fino a prova contraria dovrebbe essere un loro amico.

L'opera certosina di demolizione dell'Italia procede. Con metodo, con costanza, con successo. Ma non è una novità.

Basta chiedere al nonno mascellone com'è finita l'ultima volta che qualcuno ha pensato di "fare la storia".

Giancarlo Selmi 

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domenica 9 agosto 2026

talia - Spagna - misure e contomisure: Sánchez/Meloni...

 

Con una nota dalla durezza senza precedenti, il governo spagnolo ha appena asfaltato definitivamente Giorgia Meloni e Antonio Tajani.
Di più: ha intimato il governo italiano di mettere fine, entro 48 ore, ai controlli alle frontiere introdotti contro
i cittadini provenienti dalla Spagna.
Poi, avverte Pedro Sánchez, arriveranno contromisure “proporzionate”.
La nota parte subito pesantissima:
“Il 1° agosto il governo italiano ha reintrodotto i controlli alla frontiera con la Spagna, incidendo sulla mobilità di migliaia di passeggeri e generando incertezza giuridica nel pieno del periodo estivo.
Questa misura, senza precedenti nella storia recente, è stata adottata senza preavviso, unilateralmente e con argomentazioni fallaci che non rispettano né il Codice frontiere Schengen né la verità”.
Poi il governo spagnolo passa alla demolizione dell’emergenza Ceuta utilizzata dall’Italia per giustificare i controlli.
Ricorda che nessuno “poteva o può entrare liberamente nell’area Schengen, poiché la città autonoma di Ceuta gode di uno status speciale al suo interno, che quasi tutti sono già rientrati in Marocco”.
E poi restituisce al governo Meloni la lezione sull’immigrazione:
“Secondo Frontex, l’Italia è Stato membro che ha registrato il maggior numero di attraversamenti irregolari negli ultimi anni, con cifre doppie rispetto a quelle della Spagna e, dal 2022.
Non ha rispettato il Regolamento di Dublino, generando un ulteriore onere di pressione migratoria sugli altri Stati membri”.
Poi arriva questa:
“Nonostante tutto ciò, la Spagna non ha mai introdotto controlli nei confronti dell’Italia. Al contrario, si è sempre mostrata solidale, accogliendo parte dei migranti arrivati a Lampedusa nel 2023 e aprendo ripetutamente i propri porti ai migranti soccorsi lungo la rotta del Mediterraneo centrale”.
E ancora: “Alla luce di tutto quanto sopra, si conclude che la misura adottata dal Governo italiano è ingiusta, contraria agli interessi dell’Unione europea e discriminatoria nei confronti della popolazione spagnola. Esortiamo o pertanto il Governo italiano a rettificare, a porre fine ai controlli e a trattare gli spagnoli come gli altri cittadini europei.
Se non lo farà entro la fine di domenica 9 agosto, la Spagna sarà costretta ad adottare misure proporzionate per proteggere gli interessi e la dignità dei propri cittadini”.
Avete letto bene.
Il governo Meloni voleva mettere Sánchez con le spalle al muro.
Una settimana dopo è Sánchez a dare una scadenza al governo Meloni.
Ma il presidente spagnolo conserva il capolavoro per la fine:
“Confidiamo che prevalgano l’europeismo, il buon senso e la buona fede. I governi esistono per promuovere la comprensione tra i Paesi e l’interesse generale delle loro popolazioni, non per creare fratture e conflitti sterili guidati da motivazioni elettorali interne”.
Doveva essere la grande prova di forza di Giorgia Meloni contro Pedro Sánchez.
Per ora abbiamo una riunione europea conclusa con la solidarietà alla Spagna e una nota ufficiale di Madrid che ordina di ritirare i controlli entro domenica.