domenica 26 luglio 2026

«LA PADELLA E LA BRACE» DI MARCO TRAVAGLIO FQ 26 LUG 2026

«Quando un politico vuol mandare un messaggio ai poteri marci senza farlo sapere in giro, li chiama aumma aumma o, se non ha il numero, dà un’intervista al Foglio. Che, essendo un organo clandestino, non rischia di essere letto dalla gente normale. È ciò che ha fatto la Schlein: carezze a Draghi che, perse le speranze nella Meloni, si sente spesso con lei; garanzie al partito delle armi e della guerra eterna (quella in Ucraina può finire solo con una “pace giusta dal punto di vista di Kiev” e “l’isolamento di Putin”, cioè mai finché sarà vivo un solo ucraino); silenzi parlanti sui crimini di Usa e Israele da Gaza alla Cisgiordania, dall’Iran al Libano alla Siria (non una sillaba neppure su Netanyahu e Trump). Queste parole e omissioni non sono sfuggite ai movimenti per la pace, che s’interrogano angosciati sull’invotabilità dei progressisti a trazione Pd e sull’abbraccio mortale che il Melonellum imporrà a M5S e Avs, costretti a coalizzarsi per battere le destre e poi sostituirle con una copia sbiadita. Prospettiva che terrebbe a casa tanti giovani e astensionisti in bilico, disgustati dall’unica alternativa possibile: quella fra la padella e la brace.
Sarebbe interessante sentire la sinistra del Pd, decisiva nel 2023 per l’elezione di Elly. Bettini, su guerra, riarmo e babau russo, ha già dato ragione a Conte, e così il flotillero Scotto. Bersani domanda se armare Kiev a oltranza, senza proposte realistiche di compromesso che partano dal campo di battaglia, “serva a tenere in piedi l’Ucraina o la guerra”. Ma tutti gli altri tacciono, forse per paura di non essere rinominati (le liste bloccate piacciono pure al Pd). O acconsentono, come Taruffi e Provenzano, che chiedono financo di prendere i prestiti Safe per il riarmo, scavalcando la Meloni che li respinge. Siccome questa non è una questione qualunque, ma “la” questione che ipoteca il futuro nostro e dei nostri figli, visto che il riarmo prosciugherà ogni risorsa per decenni impedendo di trovare un solo euro in più per sanità, scuola, ricerca, salari e investimenti, sarebbe gradita una parole chiara da tutti i big del Pd. A meno che non parli per loro una delle analiste più ascoltate in casa dem e in tv: Nathalie Tocci, nominata da Gualtieri in Acea, che ha appena lanciato sull’Economist un’idea geniale per convertire “gli europei a una mentalità di guerra”: “Mettere truppe sul campo non aiuterebbe l’Ucraina, ma potrebbe aiutare l’Europa a trovare lo stomaco per la guerra… Schierarle ora, prima di un ipotetico cessate il fuoco, potrebbe recare beneficio all’Europa, incoraggiando i cittadini a sviluppare un’attitudine mentale che li preparerebbe meglio alla guerra”. A proposito di stomaci: se la linea è questa, la brace può essere persino più vomitevole della padella.»

sabato 25 luglio 2026

𝐈𝐋 𝐍𝐔𝐎𝐕𝐎 𝐂𝐎𝐌𝐀𝐍𝐃𝐀𝐍𝐓𝐄 𝐃𝐈 𝐊𝐈𝐄𝐕 𝐇𝐀 𝐆𝐈𝐀̀ 𝐒𝐂𝐄𝐋𝐓𝐎 𝐂𝐇𝐈 𝐇𝐀 𝐃𝐈𝐑𝐈𝐓𝐓𝐎 𝐃𝐈 𝐄𝐒𝐈𝐒𝐓𝐄𝐑𝐄 .

 

Maria Zakharova ha liquidato la faccenda con una frase di rara economia:
«𝐄𝐜𝐜𝐨 𝐩𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐡𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐮𝐧 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐧𝐨𝐦𝐞: 𝐧𝐞𝐨𝐧𝐚𝐳𝐢𝐬𝐭𝐢».
Parole pronunciate dopo la riemersione dell’intervista nella quale Mykhailo Drapatyj, appena nominato da Zelensky comandante in capo delle Forze armate ucraine, definiva la Russia «una nazione, insieme alla sua leadership, che non ha diritto di esistere».
L’intervista risale al maggio 2023, ma la versione integrale è stata pubblicata soltanto il 22 luglio 2026.
Eccoli, i magnifici valori europei appena usciti dalla lavanderia di Bruxelles.
Abbiamo trascorso anni ad ascoltare conferenze sulla democrazia, sermoni sulla tolleranza, corsi accelerati di inclusione e omelie contro l’odio. Poi arriva il nuovo capo dell’esercito ucraino e, con la delicatezza di un geometra incaricato di demolire un condominio, stabilisce che u̲n̲’̲i̲n̲t̲e̲r̲a̲ ̲n̲a̲z̲i̲o̲n̲e̲ ̲n̲o̲n̲ ̲h̲a̲ ̲d̲i̲r̲i̲t̲t̲o̲ ̲d̲i̲ ̲e̲s̲i̲s̲t̲e̲r̲e̲.
Non il governo russo.
Non il Cremlino.
Non una determinata classe dirigente.
𝐋𝐚 𝐧𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞.
Quasi centocinquanta milioni di persone sottoposte al giudizio sommario del generale Drapatyj, tribunale monocratico con mimetica, verdetto incorporato e appello abolito per esigenze belliche.
E mentre i professionisti occidentali del fact-checking cercano disperatamente una virgola cui aggrapparsi,
il nostro raffinato umanista in uniforme completa il programma culturale spiegando che una parte consistente degli abitanti del Donbass sarebbe formata da persone irresponsabili, poco disposte a lavorare, desiderose di sussidi e sostanzialmente indifferenti al Paese nel quale vivere.
Una visione davvero inclusiva.
Prima si dichiarano i russi indegni di esistere.
Poi si descrivono gli abitanti del Donbass come materiale umano difettoso da rieducare. Infine si chiama tutto questo “difesa della democrazia” e si presenta il conto ai contribuenti europei.
Drapatyj precisa di non riferirsi alla maggioranza della popolazione del Donbass, ma soltanto a una «parte molto significativa».
Che sollievo.
Non disprezza tutti: conserva ancora qualche posto libero
nel vagone della rispettabilità democratica.
Zakharova usa la parola “neonazisti”.
Naturalmente i custodi del linguaggio autorizzato grideranno alla propaganda russa.
Ma quando un alto comandante militare nega il diritto all’esistenza di una nazione e divide le popolazioni tra cittadini educabili e scarti sovietici, il problema non è il vocabolario di Mosca.
Il problema è l̲a̲ ̲f̲r̲a̲s̲e̲ ̲p̲r̲o̲n̲u̲n̲c̲i̲a̲t̲a̲ ̲a̲ ̲K̲i̲e̲v̲.
Il nuovo comandante avrebbe dovuto spiegare come difendere il proprio Paese.
Ha preferito distribuire certificati di esistenza ai popoli vicini e pagelle antropologiche ai cittadini del Donbass.
Promozione meritata, dunque.
Zelensky cercava un comandante capace di risolvere i problemi dell’esercito.
Ha trovato direttamente il direttore dell’anagrafe dell’umanità.
E adesso attendiamo fiduciosi la consueta nota europea: preoccupazione per le parole, solidarietà incrollabile per chi
le pronuncia e nuovo assegno per aiutarlo a difendere i nostri valori.
𝐈 𝐯𝐚𝐥𝐨𝐫𝐢, 𝐞𝐯𝐢𝐝𝐞𝐧𝐭𝐞𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞, 𝐝𝐢 𝐜𝐡𝐢 𝐝𝐞𝐜𝐢𝐝𝐞 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐢 𝐩𝐨𝐩𝐨𝐥𝐢 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐫𝐢𝐦𝐚𝐧𝐞𝐫𝐞 𝐬𝐮𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐚𝐫𝐭𝐚 𝐠𝐞𝐨𝐠𝐫𝐚𝐟𝐢𝐜𝐚.
Fonti: Presidenza dell’Ucraina; intervista Ukrainer W; RBC; Meduza.


𝐈𝐋 𝐂𝐎𝐂𝐀𝐈𝐂𝐎𝐌𝐈𝐂𝐎 𝐒𝐂𝐎𝐏𝐑𝐄 𝐂𝐇𝐄 𝐈𝐋 𝐌𝐀𝐑𝐄 È 𝐀 𝐃𝐎𝐏𝐏𝐈𝐎 𝐒𝐄𝐍𝐒𝐎.

 

Zelensky denuncia che la Russia starebbe cercando di bloccare il corridoio cerealicolo ucraino, colpendo navi e infrastrutture portuali.

E infatti gli armatori, comprensibilmente preoccupati, hanno temporaneamente sospeso gli arrivi nei porti ucraini del Mar Nero.

Terribile.

Manca però un 𝐩𝐢𝐜𝐜𝐨𝐥𝐢𝐬𝐬𝐢𝐦𝐨 𝐝𝐞𝐭𝐭𝐚𝐠𝐥𝐢𝐨: nelle settimane precedenti Kiev aveva esteso la guerra proprio alle navi russe.

Secondo lo stesso comando ucraino, nel solo mese di luglio sarebbero state colpite 147 unità, tra petroliere, cargo, rimorchiatori e altre imbarcazioni nel Mar Nero e nel Mar d’Azov.

Quando decidi che navi, porti e logistica commerciale dell’avversario possono diventare obiettivi, stai inaugurando una regola che anche l’avversario potrà applicare.

N̲o̲n̲ ̲è̲ ̲u̲n̲a̲ ̲g̲i̲u̲s̲t̲i̲f̲i̲c̲a̲z̲i̲o̲n̲e̲.̲
È causalità strategica.

Il Cocaicomico ha sdoganato la guerra contro petroliere, cargo, depositi e infrastrutture economiche russe. Ora osserva scandalizzato che Mosca ha iniziato a rispondere nello stesso teatro operativo.

Cosa si aspettava? Che la rappresaglia rispettasse il copione scritto a Kiev? 

Prima si accende il fiammifero sul Mar Nero.
Poi si domanda indignati chi abbia portato la benzina.

E nessuno sembra capirlo perché, nella narrazione occidentale, le conseguenze arrivano sempre senza una causa. 


Don Chisciotte

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giovedì 23 luglio 2026

IL DEBITO USA È DAVVERO IN ZONA ROSSA. MA QUALCUNO HA AGGIUNTO LA MACCHINA DEL FUMO. - Don Chisciotte

 

Christine Lagarde è andata a Washington e ha incontrato il nuovo presidente della Federal Reserve Kevin Warsh e il segretario al Tesoro Scott Bessent.

Questo è vero.

Che sia partita precipitosamente per partecipare a un vertice d’emergenza destinato a impedire il collasso del debito americano, invece, non compare in alcun comunicato ufficiale. Il calendario della BCE certifica gli incontri, non la sceneggiatura di Mission Impossible – Salviamo il Treasury.

Il debito americano resta comunque una bestia molto seria.

Nel primo trimestre del 2026 il debito federale totale era pari al 122,6% del PIL, non al 125-130%. Quello detenuto dal pubblico era al 98,7% e il Congressional Budget Office lo prevede al 101% entro la fine dell’anno.

Numeri enormi, storici e sufficientemente preoccupanti senza doverli mandare anche in palestra per farli diventare più grossi. (cbo.gov)

Anche il risparmio delle famiglie è basso: appena il 3% del reddito disponibile. Ma sostenere che il debito privato sia complessivamente peggiore rispetto alla vigilia del 2008 è un’altra forzatura.

Oggi il debito delle famiglie equivale a circa il 67,8% del PIL. Prima della crisi Lehman sfiorava il 100%. Esistono difficoltà reali sulle carte di credito, sui prestiti automobilistici e soprattutto tra i redditi più bassi, ma tra «famiglie sotto pressione» e «siamo messi peggio del 2008» passa ancora qualche trilione di dollari. (fred.stlouisfed.org)

Poi c’è il funerale del dollaro, ormai celebrato con cadenza quasi settimanale.

Peccato che, secondo il Fondo monetario internazionale, nel primo trimestre 2026 il dollaro rappresentasse ancora il 57,13% delle riserve valutarie mondiali, non meno del 55%, ed era persino in aumento rispetto al trimestre precedente.

Anche il dollaro «ai minimi storici come ai tempi di Carter» deve essere rimandato alla prossima puntata: il principale indice ampio della Federal Reserve era a 120,5, ben sopra la base 100 del 2006.

I sistemi alternativi come mBridge sono reali e meritano attenzione. Ma mBridge ha raggiunto lo stadio di piattaforma minima funzionante, non quello di ruspa già parcheggiata sulla tomba del dollaro. (data.imf.org)

Ancora più clamoroso il capitolo sulla moneta.

Si sostiene che la quantità di nuovi dollari, misurata attraverso M2, sarebbe in contrazione come durante la Grande Depressione. In realtà, a maggio 2026 M2 era salita a 23.052 miliardi di dollari, contro 21.834 miliardi dell’anno precedente: circa il 5,6% in più.

Una contrazione così violenta che, evidentemente, i dollari hanno dimenticato di diminuire. (fred.stlouisfed.org)

Warsh ha effettivamente ridimensionato la forward guidance e cancellato dal comunicato della Fed l’orientamento implicito verso futuri tagli dei tassi. Ma non ha annunciato alcun «QT aggressivo» né la fine del sostegno al mercato dei Treasury.

La Fed ha riaffermato la politica delle riserve abbondanti, il reinvestimento dei titoli in scadenza e persino la possibilità di acquistare Treasury a breve quando necessario per mantenere adeguata la liquidità.

Più che ritirare il paracadute, sta discutendo come ripiegarlo senza lanciarlo accidentalmente dal finestrino. (Federal Reserve)

Un dato del testo, invece, è sostanzialmente corretto: a parità di potere d’acquisto gli Stati Uniti rappresentano oggi circa il 14,5% del PIL mondiale, contro il 19,9% della Cina. L’America non è più la fabbrica incontrastata del pianeta, anche se rimane il centro del sistema finanziario internazionale. (IMF)

Il vero ALLARME ROSSO non è dunque un imminente default americano annunciato in una stanza segreta da Lagarde e Warsh.

È una dinamica fiscale molto meno cinematografica e molto più concreta: deficit al 5,8% del PIL, debito pubblico in crescita e interessi destinati ad assorbire una quota sempre maggiore del bilancio federale.

Washington ha già abbastanza debiti. Non serve farle prendere in prestito anche i numeri dalla fantasia.

Don Chisciotte ⚔️

Fonti: BCE; Federal Reserve e verbali FOMC; Congressional Budget Office; Federal Reserve Bank of St. Louis/FRED; Bureau of Economic Analysis; Federal Reserve Bank of New York; Fondo monetario internazionale; U.S. Treasury.

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𝗟𝗔𝗩𝗥𝗢𝗩 𝗘 𝗥𝗨𝗕𝗜𝗢: 𝟯𝟬 𝗠𝗜𝗡𝗨𝗧𝗜 𝗖𝗛𝗘 𝗩𝗔𝗟𝗚𝗢𝗡𝗢 𝗣𝗜Ù 𝗗𝗜 𝗠𝗢𝗟𝗧𝗜 𝗩𝗘𝗥𝗧𝗜𝗖𝗜?

Mentre sui campi di battaglia la guerra continua, dietro le quinte la diplomazia non si è mai fermata.

Secondo il Ministero degli Esteri russo, l’incontro tra Sergej Lavrov e Marco Rubio sarebbe stato richiesto dalla parte americana. Nei circa trenta minuti di colloquio sarebbero stati affrontati numerosi temi: dai rapporti bilaterali alla cooperazione tra Roscosmos e NASA, fino agli scambi culturali e parlamentari.

Sul dossier ucraino, Mosca afferma di aver ribadito tre punti fondamentali:
• l’opposizione a nuove forniture di armi a Kiev;
• la disponibilità a una soluzione politica e diplomatica;
• l’appoggio alle proposte discusse nei recenti contatti tra Vladimir Putin e Donald Trump ad Anchorage, sulle quali, secondo la versione russa, Putin avrebbe già espresso il proprio assenso.

Naturalmente questa è la ricostruzione fornita da Mosca. Resta da vedere quale sarà la versione americana e soprattutto se dalle dichiarazioni seguiranno passi concreti.

Una cosa però colpisce: se davvero in appena mezz’ora sono stati affrontati tutti questi dossier, significa che il colloquio è stato molto più sostanziale di quanto la sua durata possa far pensare. Oppure, più semplicemente, le parti avevano già preparato tutto nei dettagli e l’incontro è servito soprattutto a confermare intese già maturate.

Quando Washington chiede un faccia a faccia con Mosca, vale sempre la pena osservare non soltanto ciò che viene detto davanti alle telecamere, ma anche ciò che si muove dietro le quinte.

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La terza guerra mondiale è già iniziata. - Emmanuel Todd.

La terza guerra mondiale è già iniziata. Ed ecco perché sono stati gli Stati Uniti a iniziarla, hanno bisogno di una terza guerra mondiale per mantenere la propria egemonia avverte Emmanuel Todd.

La Terza Guerra Mondiale è già iniziata e si sta svolgendo su due fronti interconnessi: Ucraina e Iran, scrive Emmanuel Todd per Banshun. Egli ritiene che gli Stati Uniti abbiano bisogno di un confronto globale per mantenere la propria egemonia. Per raggiungere questo obiettivo, sono persino disposti a sacrificare i propri alleati. La guerra in Iran e il conflitto in Ucraina sono due fronti della stessa lotta.

Gli Stati Uniti, con il sostegno di Israele, hanno lanciato un attacco a sorpresa contro l'Iran. Inizialmente, i due Paesi, entrambi militarmente potenti, hanno dominato il campo di battaglia. Tuttavia, l'Iran ha ribaltato la situazione e messo alle strette il presidente americano Donald Trump con la sua "strategia asimmetrica". Droni a basso costo, prodotti in grandi quantità, e il blocco dello Stretto di Hormuz hanno di fatto consegnato all'Iran una vittoria sotto forma di un memorandum d'intesa in 14 punti estremamente vantaggioso. Cosa ne pensa lo storico e sociologo Emmanuel Todd di questi sviluppi?

Due fronti della Terza Guerra Mondiale

Sotto i nostri occhi si sta consumando una vera e propria escalation della Terza Guerra Mondiale. L'attuale guerra in Iran è indissolubilmente legata al conflitto in Ucraina, iniziato il 24 febbraio 2022. Credo che questi due conflitti non debbano essere considerati separatamente, ma piuttosto come due "fronti" della stessa lotta. L'Iran è diventato il "fronte meridionale" della Terza Guerra Mondiale, l'Ucraina il "fronte settentrionale". Nel giugno del 2022 ho pubblicato un libro intitolato "L'inizio della Terza Guerra Mondiale". Quattro anni dopo, il concetto in esso espresso ha assunto una forma più concreta.

Sul "fronte settentrionale", gli Stati Uniti si scontrano indirettamente con la Russia utilizzando ucraini ed europei per i propri scopi. Sul "fronte meridionale", l'America si scontra direttamente con l'Iran con il sostegno del proprio alleato, Israele.
Molti esperti ritengono che Israele abbia scatenato la guerra con l'Iran costringendo gli Stati Uniti ad ascoltare le sue posizioni. Non credete a queste invenzioni. Non si può parlare di una "lobby israeliana". Tutte le decisioni sono sempre state prese esclusivamente e direttamente da Washington. Guardate l'andamento dei negoziati tra Stati Uniti e Iran! Qualcuno ascolta i desideri di Israele? Se necessario, gli Stati Uniti continueranno a negoziare con l'Iran anche senza di loro.

Il presidente Trump scarica la colpa su Israele
Sia Donald Trump che il vicepresidente J.D. Vance hanno criticato aspramente il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e altri membri del governo. Ma si tratta semplicemente di una manipolazione volta a trovare un capro espiatorio e a scaricare la colpa su altri. In sostanza, la Casa Bianca sta dicendo: "La responsabilità della nostra sconfitta è di Israele, perché sono stati loro a trascinarci in questa guerra".

Israele è indubbiamente caduto nel nichilismo e ha smarrito la sua identità nazionale. Spinto da impulsi violenti, la guerra è diventata fine a se stessa e il Paese è sempre pronto al conflitto. Tuttavia, gli Stati Uniti sfruttano Israele per i propri scopi, trasformandolo in una sorta di "cane feroce" che può essere scatenato contro il nemico in qualsiasi momento. In altre parole, la decisione finale è sempre stata di Washington.

La guerra con l'Iran e il conflitto in Ucraina sono due fronti della Terza Guerra Mondiale. Me ne sono reso conto cercando di districare la complessità della situazione sul campo di battaglia tra Russia e Ucraina. Mosca lancia attacchi aerei contro Kiev, mentre Kiev prende di mira gli impianti petroliferi russi. I combattimenti in prima linea non sono più così intensi, ma gli attacchi a lungo raggio si stanno intensificando. Certo, il conflitto attuale non è distruttivo e letale come le due guerre mondiali precedenti, ma resta il fatto che numerosi conflitti civili si stanno svolgendo simultaneamente in diverse regioni del mondo, influenzandosi a vicenda. Cos'è questo se non la Terza Guerra Mondiale?

Durante la seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti si trovarono a combattere contemporaneamente contro la Germania sul fronte europeo e contro il Giappone sul fronte del Pacifico. Tuttavia, questi due fronti non erano strettamente collegati.
All'epoca, Giappone e Germania erano formalmente alleati. La mia villa si trova in Bretagna, Francia. Nelle vicinanze sorge la città portuale di Lorient. Durante la Seconda Guerra Mondiale, la Germania nazista vi costruì un'enorme base sottomarina. I siluri trasportati dai sottomarini giapponesi durante la guerra sono ancora conservati a Lorient. Tuttavia, si trattò più che altro di uno "scambio culturale". La cooperazione reciproca tra Giappone e Germania non fu particolarmente profonda. I due fronti attuali sono molto più strettamente interconnessi. L'impatto di questi conflitti si estende ben oltre l'Asia orientale: il blocco dello Stretto di Hormuz ha scosso il mondo intero.

L'America sta distruggendo i suoi alleati

Il 28 febbraio di quest'anno, Stati Uniti e Israele hanno attaccato l'Iran. Il conflitto che ne è seguito ha gettato nel caos l'economia globale. Sembrava che le due parti avessero deciso di seppellire l'ascia di guerra e sedersi al tavolo delle trattative. È stato raggiunto un accordo di cessate il fuoco temporaneo di 60 giorni, che tuttavia è scaduto il 14 luglio. Il presidente statunitense Donald Trump ha deciso di reintrodurre il blocco navale, al quale l'Iran ha risposto bloccando nuovamente lo Stretto di Hormuz. L'esercito americano ha condotto sette notti consecutive di raid aerei contro le infrastrutture del Paese.

L'Iran ha attaccato basi militari statunitensi in Giordania e Bahrein. Successivamente, il 18 luglio, il Comando Centrale degli Stati Uniti ha annunciato la morte di due soldati americani in servizio in Giordania e la scomparsa di uno a seguito di un attacco iraniano. La situazione in Medio Oriente ha nuovamente raggiunto livelli critici.

Come dovrebbe reagire il Giappone all'instabilità globale in corso? Ci sono alcune considerazioni importanti da tenere a mente.
Consapevolmente o inconsapevolmente, gli Stati Uniti stanno perseguendo una politica volta a distruggere i propri alleati.

L'Europa è sull'orlo del collasso, gli stati del Golfo Persico stanno per affrontare una crisi di proporzioni enormi e le economie giapponese e sudcoreana sono state devastate. Solo Taiwan sta vivendo un boom senza precedenti grazie alla produzione di semiconduttori, eppure persiste il sospetto che tutto ciò faccia parte di un unico scenario. Il piano degli Stati Uniti potrebbe essere quello di usare Taiwan come pedina sacrificabile in una guerra con la Cina.

L'attuale amministrazione statunitense è immersa nella più profonda disperazione. Crede che, se costretta ad abbandonare le proprie roccaforti eurasiatiche – Europa, Medio Oriente ed Estremo Oriente – dovrà raderle al suolo prima di poterle abbandonare. Questo è il ragionamento dei funzionari americani: "Non permetteremo che i nostri alleati cadano nelle mani di Russia, Cina e Iran: li ridurremo in cenere noi stessi".

Supponiamo per un momento che il vero obiettivo degli Stati Uniti non sia più "impedire l'ascesa della Russia" o "contenere l'ascesa della Cina" – Washington ha già perso contro Mosca e Pechino, questo è chiarissimo – ma distruggere l'Europa e il Giappone. In tal caso, il Giappone non può semplicemente seguire l'esempio americano: sarebbe un vero e proprio suicidio.

Da europeo, assisto quotidianamente agli insulti che la leadership americana rivolge alla mia patria. Gli Stati Uniti odiano l'Europa. E coloro che ci odiano di più sono proprio coloro che sono considerati "i più razionali". Tra questi, ad esempio, c'è il vicepresidente degli Stati Uniti J.D. Vance. Il Giappone si è convinto a lungo di non poter sopravvivere senza un'alleanza con gli Stati Uniti, in un contesto di crescenti tensioni e di diffusione delle tensioni in Asia orientale. Questa convinzione è diventata un vero e proprio credo. Tuttavia, è giunto il momento per il Giappone di abbandonare quest'idea imposta. La narrazione dell'"inevitabilità della guerra" è necessaria solo agli Stati Uniti, per mantenere il proprio dominio globale.

Emmanuel Todd

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martedì 21 luglio 2026

Sanzioni alla Russia: il fronte europeo si sbriciola. Gli Stati scelgono i portafogli ed è scontro totale con Bruxelles.

 

La solidarietà europea si ferma davanti al portafoglio. Di fronte al ventunesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca, l’unità degli Stati membri è crollata. I governi nazionali si rifiutano di colpire le proprie imprese, preferendo i profitti aziendali alla linea geopolitica dura di Bruxelles.
Siamo arrivati al punto di rottura. Dopo quattro anni di restrizioni economiche e venti pacchetti approvati, la diplomazia europea ammette che la spinta morale si è esaurita. Il meccanismo dell’unanimità, necessario per approvare le sanzioni, è ora bloccato da una serie di veti incrociati.
L’ipocrisia di facciata sta cedendo il passo alla dura realtà economica. A parole tutti i leader concordano sulla solidarietà a Kiev, ma quando si tratta di firmare misure che colpiscono le industrie di casa, l’accordo svanisce. Cinque diplomatici dell’Unione Europea hanno confermato che i negoziati tra gli ambasciatori a Bruxelles sono ormai su un binario morto.
La mappa del dissenso: chi blocca le sanzioni
Non si tratta delle solite resistenze isolate di un singolo paese. Questa volta la fronda è ampia e unisce nazioni del Sud, del Centro e dell’Ovest europeo. Ognuno ha il suo “gioiello di famiglia” da difendere dall’autolesionismo economico.
Ecco una sintesi delle richieste di deroga che stanno bloccando l’accordo a Bruxelles:
Paese Settore da proteggere Richiesta specifica ed impatto economico.
Grecia Trasporto marittimo di GNL Esclusione dal divieto di trasporto di gas verso paesi terzi per tutelare gli armatori nazionali.
Germania e Portogallo Industria ittica locale Rimozione del divieto di importazione del pesce russo per difendere le aziende di trasformazione.
Francia e Italia Turismo e visti Ammorbidimento delle restrizioni sui visti d’ingresso per i militari russi, per non danneggiare il turismo.
Austria Settore bancario e finanziario Sblocco di 2 miliardi di euro di asset russi per tutelare il gruppo Raiffeisen Bank.
Questa mappa dimostra come ogni governo stia cercando di ritagliare eccezioni su misura, riducendo di fatto ogni nuovo provvedimento a una scatola vuota. In realtà tutti sono stanchi di questa politica che, francamente, non porta da nessuna parte.
Il caso macroscopico della Grecia e del gas liquefatto.
Il caso più clamoroso riguarda Atene. Il governo greco ha minacciato il veto sull’intero pacchetto se non otterrà tutele per il trasporto di gas naturale liquefatto (GNL) russo. La misura serve a proteggere direttamente gli affari della compagnia Dynagas, di proprietà del miliardario George Prokopiou.
Dynagas ha trasportato oltre 30 milioni di tonnellate di GNL dall’Artico russo dall’inizio del conflitto, per un valore stimato di circa 24 miliardi di dollari. Una sola delle sue navi speciali ha gestito carichi per 4 miliardi. I diplomatici greci difendono questa scelta spiegando che le sanzioni provocherebbero solo un danno autoindotto.
Se le navi europee si fermassero, il flusso di gas verso Asia o altri mercati non cesserebbe affatto. Servirebbe solo a regalare un enorme vantaggio strategico ai concorrenti internazionali extra-UE. La stessa Dynagas ha ricordato di avere contratti blindati fino al 2065, firmati molti anni prima del conflitto attuale.
La fine della tolleranza per i danni economici collaterali
La realtà è che molte grandi imprese europee hanno già subito perdite miliardarie nei primi mesi del conflitto, a causa dell’abbandono forzato del mercato russo. Chi ha già pagato il conto oggi guarda con forte irritazione a quei paesi che hanno continuato a fare affari d’oro con Mosca.
Gli esperti economici dei think-tank europei confermano che siamo ormai vicini al “picco delle sanzioni“. I leader politici nazionali hanno capito che le nuove misure andrebbero a colpire il nucleo duro delle loro economie interne. Non sono più disposti a farsi condizionare dalla pressione politica.
Inoltre, emerge una profonda differenza nella percezione del pericolo. Se per i paesi baltici e nordici la Russia rappresenta una minaccia esistenziale immediata per cui vale la pena sacrificare l’economia, per i paesi del Sud e dell’Ovest europeo il costo economico non è più giustificato dal livello di minaccia percepito.
Il realismo economico batte l’ideologia.
Il blocco del ventunesimo pacchetto dimostra che la strategia basata sulle sanzioni ha raggiunto il suo limite naturale. Quando lo scontro internazionale richiede il sacrificio di settori industriali strategici, gli Stati tornano inevitabilmente a fare i propri interessi particolari.
La scommessa di piegare la Russia attraverso l’isolamento commerciale si scontra così con la stanchezza delle imprese europee. Il mercato globale non accetta vuoti, e le aziende europee non vogliono essere le uniche a subire le conseguenze economiche di scelte puramente politiche.